Arthur Rimbaud, il Veggente per antonomasia

In una foto del 1871, scattata da Ètienne Carjat, scorgiamo un diciassettenne Rimbaud ben vestito, ma con i capelli un po’ spettinati e lo sguardo perso verso l’orizzonte, che sembrino denotare il carattere difficile e rivoluzionario di un personaggio su cui si sono spesi fiumi di parole. La foto sembra ricalcare il ritratto che ne fa un certo Hugo Friedrich: “…lo sguardo poetico penetra attraverso una realtà coscientemente frantumata fin nel vuoto del mistero”.
Il nome dell’immortale ‘poeta maledetto’ Rimbaud è spesso associato ai nomi di altri autori, più o meno appartenenti allo stesso periodo storico: parliamo di Verlaine e Beaudelaire, ma anche di Gerard de Nerval, di cui avremo modo di trattare in un altro momento.
Del tormentato e rivoluzionario poeta, molte persone avranno sentito parlare o letto dell’opera più famosa, ‘Una stagione all’inferno’, che esprime tutto il genio e la sregolatezza propri del nativo di Charleville, nelle Ardenne, una regione che doveva essere in seguito ricordata per fatti bellici importanti e sanguinosi. Forse non tutti sanno della fatica del giovane Rimbaud a stare dietro alla storia e alle lingue morte, nel periodo di suoi studi giovanili. E nonostante questo, da lì iniziò la sua fortuna. Molto spesso non si riesce a comprendere l’opera di un autore, se non è collocato nel periodo in cui visse.
Arthur Rimbaud era nato nel 1854 e nel periodo della sua presenza al collegio vide la città di Parigi sotto l’assedio prussiano, la caduta di Napoleone III e la breve esperienza della Comune. Tutti fatti storici importanti e che causarono sconvolgimenti nella società e politica francese. Non sappiamo se questo abbia inciso sulla già ‘perversa’ personalità di Rimbaud. Certo è che già al collegio conobbe un personaggio che rimase un caposaldo importante nella sua formazione; parliamo di Georges Izambard, al quale scrisse in una lettera del 1871 (quindi lo stesso anno in cui Carjat scattò la foto di cui sopra) le famose parole: ‘…voglio essere Poeta e lavoro a rendermi Veggente… si tratta di arrivare all’ignoto mediante la sregolatezza di tutti i sensi’.
E la sregolatezza si trasferì nella sua vita (basti ricordare la sua torbida relazione con Paul Verlaine, che toccò l’apice con il ferimento di Rimbaud durante un alterco), così come nelle opere, dove scardinò per sempre la metrica classica, liberandola dagli schemi che ritenne ormai superati.
Fu proprio Verlaine in seguito a chiamarlo ‘poeta maledetto’ e da lì la fama venne confermata da altri autori. In lui si intravedeva l’essenza visionaria di un altro grande della letteratura, parliamo di Rabelais, e la seduzione di Beaudelaire, che era certamente più composto.
Izambard non fu l’unico a cui scrisse; lo fece anche a Paul Demeny, al quale scrisse la celebre frase, passata alla storia: ‘Io dico che bisogna esser veggente, farsi veggente…Dunque il poeta è veramente un ladro di fuoco…’. Il riferimento alla storia mitologica di Prometeo, che rubò il fuoco agli Dèi per donarlo agli uomini, gli consentì di esprimere l’essenza dell’essere un Poeta: colui che rubava il fuoco della ispirazione divina, fissandolo nei versi immortali
Rimbaud viaggiò molto, in linea con la sua anima tormentata, e passò molti guai, oltre alla vicenda del ferimento sopracitato. Venne arrestato anche per vagabondaggio e nella seconda parte della sua vita intraprese un viaggio in Africa. Fu in questo periodo che gli vennero pubblicate ‘Les Illuminations’, altro caposaldo della letteratura e della poetica dell’autore.
Ma in Africa, iniziò ad avere dei problemi a un ginocchio che lo costrinsero a tornare in Francia. E qui iniziò un calvario che dovette condurlo alla morte, che lo portò via a soli trentasette anni.
Come tanti autori, geniali e dannati, Rimbaud si colloca nell’Olimpo della letteratura, dando ispirazione a generazioni future di poeti, o aspiranti tali. E a noi fa piacere ricordarlo per la sua rivoluzionaria visione della Poesia.

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