
di Francesco Cristiano Bignotti
“La facilità di scrivere lettere – considerata puramente in teoria – deve aver portato nel mondo uno spaventevole scompiglio nelle anime. È infatti un contatto con fantasmi, e non solo col fantasma del destinatario, ma anche col proprio che si sviluppa tra le mani nella lettera che stiamo scrivendo, o magari in una successione di lettere, dove l’una conferma l’altra e ad essa può appellarsi per testimonianza”. Franz Kafka scrisse queste parole nel 1922, pubblicate postume in tutta Europa a partire dai primi anni cinquanta del Novecento, in “Lettere a Milena”. Suonano del tutto contemporanee. Chissà se le avesse scritte anche oggi, a proposito dei migliaia di messaggi che riceviamo e mandiamo nei nostri cellulari. Permettetemi allora altre due citazioni. Le traggo da “Dove sei? Ontologia del telefonino” testo del filosofo italiano Maurizio Ferraris, pubblicato nel 2005: “il messaggio può raggiungerci dappertutto, e d’altra parte noi possiamo essere dovunque” e “il telefonino è proprio una macchina per scrivere, un attrezzo con cui si scrive, e anche, per così dire, una macchina da scrivere, un supporto su cui si scrive”.
Tra fantasmi, macchine per scrivere digitali, e l’essere presenti ovunque anche se non fisicamente, il problema che voglio porre oggi è così perfettamente inquadrato: l’affermazione del cellulare come tecnologia di massa, di comunicazione e di condivisione, insieme all’esplosiva diffusione della messaggistica mobile, può rappresentare un’evoluzione diretta della lettera cartacea, che veniva spedita in quelle caratteristiche cassette rosse (almeno in Italia) e che fino agli anni novanta del Novecento era un oggetto con vita millenaria? Credo di si e credo anche che nel passaggio dalla lettera al messaggio si possa rintracciare una transizione che evidenzia una metamorfosi paradigmatica, spiegabile con l’esercizio del pensiero filosofico. Il mutamento avvenuto coinvolge direttamente la nostra esperienza del reale e nel reale, esperienza che in ogni istante ci forma come persone e che noi stessi formiamo.
Nella transizione che sto approfondendo la prima tematica che si coglie è racchiusa nella parola coincidenza. Il messaggio inviato con il cellulare ha proprio questa caratteristica che sarebbe stata impensabile per chi era solito inviare lettere: la coincidenza temporale tra la scrittura da parte del mittente e la lettura da parte del ricevente posti in luoghi diversi. Il messaggio può essere immediatamente letto da chi lo riceve, proprio nell’istante esatto in cui quel messaggio è stato finito di scrivere. Ciò, ed è questo un punto cruciale, quando i due messaggianti sono distanti anche migliaia di chilometri. Cosa mai attuabile per qualsiasi tipo di lettera cartacea. Coincidenza di tempi, in diverse dislocazioni spaziali. Fenomeno così realizzabile proprio perché lo spazio – una delle categorie filosofiche per eccellenza, basti pensare al trascendentale kantiano – viene polverizzato, anzi del tutto eliminato in questo fenomeno. Non solo perché il messaggio non viaggia su un supporto materiale come il foglio di carta che occupa uno spazio fisico, considerazione banale che ci porterebbe a dire che non c’è vera occupazione spaziale, ma perché tutto il procedimento avviene in quello che potremmo definire uno spazio-nullo, che non è uno spazio inesistente, ma che è uno spazio che ha regole del tutto diverse da quelle fisiche, uno spazio virtuale nel quale le distanze, appunto, si annullano e con esse anche il tempo, che ne investe i procedimenti in fase di svolgimento. Il messaggio realizza una contemporaneità, una coincidenza dei tempi e degli spazi, seppure ogni attore del processo è dislocato nel suo tempo e spazio vitale. Resta quindi quella de-coincidenza puramente fisica che caratterizzava anche la lettera cartacea: mittente e ricevente restano fisicamente distanti ma immediatamente in contatto tramite il messaggio scritto. Il contenuto è veicolato nell’immediatezza dell’istante, senza attese.
Non solo però coincidenza tra chi scrive e chi legge, ruoli che poi si invertiranno in una catena lunghissima di posposizioni senza fine, ma anche coincidenza continua della scrittura con il vissuto esperienziale. Questo ci porta ad analizzare la seconda caratteristica della messaggistica via cellulare che racchiudo nella parola processo. Mentre si vive, si scrivono continuamente messaggi. Mentre si scrivono messaggi, si vive. Si scrive proprio di quel momento che si sta vivendo o di altri, vissuti da poco o da vivere poi. Si vive scrivendo e scrivendo si vive. Condizione molto interessante del moderno Homo Scrivens per il quale il reale vissuto entra direttamente nel testo ed il testo entra nel reale che si vive. Si influenzano in profondità, si formano insieme, si modificano a vicenda. Istantaneamente! Il reale è nel testo e fuori dal testo, con buona pace dei nominalisti e forse anche dei realisti classici. Come, del resto, il testo è nel reale, ma anche fuori dal reale. Il processo dell’esperienza sta nel processo della scrittura e viceversa. Parola e azione, di tutti i partecipanti il processo di messaggistica, si mischiano nel medesimo istante, questa è la novità. Si tratta di un processo che continua a crescere continuamente su stesso, contemporaneamente ed istantaneamente. Il messaggio si fa mentre si sta facendo anche l’esperienza dello scambio: il processo dell’esperienza vissuta e della scrittura sono sovrapposti. È tutto un far-si continuo. Nella lettera su carta questi processi erano sfalsati, differiti l’un l’altro: prima si cristallizzava un’esperienza, ora si registra in continuo un’esperienza.
Traccia. Questa è la terza parola. Con il messaggio lasciamo continuamente traccie dell’esperienza. Le lasciamo con continuità. È un flusso di registrazioni che tracciano il flusso dell’esperienza. Non c’è discontinuità. La presenza è stabile, gli intervalli di assenza sono minimi. La presenza, e quindi la traccia di questa presenza, da stabile e discontinua diventa mobile e continua. Un’archiviazione in continuo movimento dell’esperienza (nei server, dovremmo dire?). Anche la lettera cartacea era una traccia di un’esperienza, ma di un’esperienza del tutto discontinua, scostante, solidificata nel momento esatto della sola scrittura, che poi necessitava di un’attesa per poi riprendersi a seguito della lettura della lettera stessa – che poteva avvenire anche dopo mesi – e magari a seguito della risposta quell’esperienza riprendeva ancora. A salti. Con il messaggio invece non c’è interruzione, c’è continuità assoluta della traccia. Una tracciatura continua dell’esperienza. Certo non c’è coincidenza assoluta tra messaggio – traccia – esperienza, ma se esasperiamo il ruolo del cellulare come registratore (cfr a tal proposito proprio Ferraris) d’esperienza tramite la scrittura e pensiamo una persona sempre intenta a mandare messaggi – il che spesso non si discosta troppo dalla realtà vivente (pensiamo a quelle abnormi chat di gruppo sempre alimentate di nuovi messaggi) – allora la continuità tra esperienza e scrittura diventa totale e le processualità coincidenti. La messaggistica si può vedere come archiviazione di traccie esperienziali ed esperienza in fase di tracciamento.
I fantasmi allora si moltiplicano a dismisura, la nostra esperienza sin disloca nello stesso momento in spazi diversi, negli spazi-nulli, e l’esperienza nella sua propagazione si digitalizza su un tracciato di lettere, numeri e simboli vari. Chissà se Kafka avesse vissuto oggi, che cosa avrebbe scritto delle emoticon e delle emoji. Altro che fantasmi!