Cronache di un volo lontano dal cielo: Luciano Giovannini o della ferita come canto

Cronache di un volo lontano dal cielo: Luciano Giovannini o della ferita come canto

I 4 minuti e 33 secondi che danno il titolo a uno dei componimenti più significativi di John Cage sono 273 secondi di silenzio. Un silenzio che varia a seconda dell’ambiente nel quale il brano viene registrato o eseguito. Ciò rende tale composizione una composizione che è uguale e diversa da sé stessa in ogni occasione, rimanendo però sempre paradossale; della serie: “L’assenza di musica è musica”, nel caso si volesse ridurre l’enorme portata concettuale dell’opera di Cage a un mero slogan. Ma 4’33’’ è ancora oggi uno dei pezzi più importanti di sempre perché affonda la sua raison d’être in categorie filosofiche – essere e non-essere, appunto – che permettono al brano di trascendere il campo musicale e divenire veicolo d’importanti riflessioni ontologiche.

La musica è tale per via del silenzio e viceversa, l’assenza è assenza perché non-presenza, non c’è il bene senza il male, eccetera eccetera. Il tutto senza andare a scomodare i controintuitivi concetti legati alla meccanica quantistica e alla dimensione dell’infinitamente piccolo, nel quale (detta molto grossolanamente) stati in antitesi tra loro – tipo luce e buio, vita e morte (il gatto di Schrödinger, per intenderci) – sembrano coesistere nel medesimo tempo e spazio.

Talvolta però certe cose, cose che abitano il nostro piano di realtà, sembrano travalicare i limiti della stessa fisica. O meglio, in alcune occasioni – spesso e volentieri, a dire il vero – la percezione che abbiamo di esse si discosta dal senso d’oggettività comune e le deforma, facendole apparire più grandi o più piccole a seconda del nostro stato d’animo. È in questa terra di nessuno che la sensibilità del singolo emerge a fare da bussola, ammesso e non concesso che una direzione giusta esista, quando si parla d’interpretare i segnali che la vita ci mette di fronte (o che nasconde).

Ora, è facile cadere nella retorica da quattro soldi quando si prova a parlare della vita di qualcuno. Si rischia di applicare formule narrative imparate dai film o di semplificare la densa esistenza di una persona a una serie di eventi che per importanza spiccano su altri. Si rischia, come in altre situazioni, di sbagliare i dosaggi. Troppa epica qui, troppo minimalismo di là e via discorrendo. Questo è per dire che la storia di Luciano Giovannini, autore de “La morna del gabbiano ferito e altri canti”, meriterebbe di essere raccontata da scrittori migliori del sottoscritto (scusate, per l’appunto, l’orribile allitterazione).

In origine volevo parlare soltanto della raccolta poetica di Luciano Giovannini, ma è anche vero che è difficile non tenere conto, tra le influenze di un autore, la sua stessa vita. Proverò a farlo, dunque, cercando di rendere il più possibile giustizia allo spirito che lega Luciano alla sua opera e la sua opera alla sua vita.

Luciano Giovannini è del ’61, di professione fa l’insegnante d’inglese, vive a Roma e una delle sue grandi passioni, oltre a Shakespeare, è la corsa. C’è qualcosa di molto poetico (e di ricorsivo) in un poeta al quale piace andare a correre. Forse perché la corsa, come detto da Giovanni Storti nel suo libro (sì, quel Giovanni Storti), è qualcosa di inutile. E quando si parla di futilità a chi è che non viene in mente, presto o tardi, la poesia? È un’associazione mentale che viene quasi spontanea, no? Anzi, verrebbe da dire che è una di quelle associazioni puntualmente esasperate dalla nostra società. Ma non dico questo per suscitare compassione.

Chi se ne frega, in fondo, con tutto quello che succede nel mondo, dei poeti? (E lo dico da poeta, senza alcuna ironia). Tuttavia, sempre da poeta, sottoscrivo e godo che la bellezza della poesia risieda anche e soprattutto nel suo essere inutile, inquantificabile, del tutto o quasi non monetizzabile. La sua futilità adorna la poesia di una bellezza che ha qualcosa di sovversivo, ribelle, punk per certi versi.

 

Ma la poesia come corsa, si diceva, e la corsa come poesia, dunque.

Entrambe costano sudore e vesciche, salvo alla fine non portare da nessuna parte (se si resta su questo piano di realtà). Luciano in particolare è un maratoneta; appartiene a quella categoria di runner (e di persone) che per costruire qualcosa preferiscono partire da lontano, non hanno paura di quanto possa durare o ripetersi un singolo attimo o un singolo gesto, e dalla loro hanno una fede – una fede atavica – incrollabile.

Il centometrista gareggia contro il tempo, il maratoneta contro sé stesso. Il poeta racchiude entrambe le figure. Luciano Giovannini le contiene tutte e tre.

Nella quarta di copertina de La morna si legge che fin da giovanissimo era appassionato di poesia. Poi la vita – questo non vi è scritto, sto parafrasando –, come uno sceneggiatore poco ispirato, lo ha portato verso altri lidi. Un viaggio lontano dalla poesia durato il quadruplo di quello compiuto da Ulisse per tornare a Itaca, ma con un lieto fine che sembra chiudere il cerchio, apporre la rima tra eventi della vita tra loro lontanissimi.

Viene un po’ da chiedersi: “Che cosa hai fatto, Luciano, in questi quarant’anni?” Com’è possibile che un poeta sia stato lontano dalla sua arte così a lungo? Ma è una di quelle domande che stanno su finché non arriva una risposta banale a tagliarle le gambe, privandola del suo fascino. In fondo non ci interessa davvero sapere nello specifico quello che Luciano ha combinato, mentre era via. Possiamo però ipotizzare, tra le altre cose, che una parte di lui, la parte legata alla vena poetica, si stesse preparando – a livello inconscio, chiaro – a spiccare il salto per prendere il volo.

 

È la fase più importante della corsa, quella che precede il balzo. Nel salto in lungo ci si gioca tutto in quegli ultimi istanti, in quel millimetrico spazio dove l’atleta deve calibrare la velocità e giocare con il suo opposto per creare la sola immagine che gli spettatori ricorderanno: lo slancio. E un poeta, che di mestiere calibra la parola, sa che deve imparare a giocare con il silenzio per creare qualcosa di valido. Quel silenzio che per Cage è musica e che sulla pagina trova il suo corrispettivo nello spazio bianco, il silenzio che tra le sue piaghe alleva il canto e che a melodia in corso ne precede l’apice, lo stesso silenzio, mai uguale, che ha permesso al poeta di trovare la sua voce.

 

“Dunque, che cosa hai fatto tutto questo tempo?”

 

Luciano Giovannini, tra le altre cose, tra le mille cose della vita, in questi quarant’anni ha fatto quanto sopra, per poi intagliare dal silenzio una raccolta di poesie struggente. Questa è la mia banale risposta alla domanda. La sua, invece, è la meno banale “La morna del gabbiano ferito e altri canti”, edita nel 2021 dalla Daimon Edizioni.

Potrei stare qui a sviscerarne le componenti tecniche più caratteristiche, quali la predilezione per il verso libero, o l’uso reiterato della personificazione e di quel plurale maiestatis che non concede sconti a nessuno (nemmeno a colui che l’utilizza). Potrei dirvi che la poesia di Luciano presenta una sensibile versatilità di genere, dalle liriche a tema civile a quelle dal core più filosofico e letterario, spaziando con diligenza scolastica tra le forme archetipiche delle odi e delle ballate, ma nulla di tutto ciò saprebbe restituire il peso aggraziato delle sue parole, o la tenerezza tra esse.

 

Le pagine mancanti

 

(A Juan Sobrino, bibliotecario spagnolo che telefona agli anziani per legger loro i libri lasciati a metà a causa del lockdown).

 

Pronto, signore

io sono quel libro letto a metà

una storia appena iniziata

e perduta tra oscure paure.

 

Pronto, signore

lei deve sapere la fine

di un amore senza veli e colore,

di una vendetta mai placata dal tempo.

 

Questa sera Otello ha chiuso le ali

davanti ad un amore perduto

mentre Achab spariva tra i flutti

di un mare severo ed ingrato.

 

Pronto, signore

quanto buio in quei mille scaffali,

mi mancano i tuoi occhi sognanti

e quelle rughe scolpite da antico dolore.

 

Pronto, signore

lo so l’ospedale non è un posto felice

ma ora ascoltami bene:

Romeo è sotto al balcone e lei ancor gli sorride.

 

 

Ho scelto questa poesia, tra le tante, non solo per la dolcezza evocata dall’ultimo verso, un colpo di coda che non può non scaldare il cuore, ma anche per la storia che l’autore racconta e integra con la nota iniziale. Le poesie contenute nel libro sono spesso introdotte da appunti di questo tipo, che servono a dare contesto e a incrementare la comprensione del lettore con l’oggetto della poesia che si appresta a leggere, ma sono anche, a mio avviso, una deformazione professionale dell’insegnante Luciano Giovannini; un riflesso pedagogico che anziché sporcare il mistero racchiuso nelle poesie più ermetiche lo avvalora ponendolo in un percorso che è direzione.

 

L’educatore, il corridore e il gabbiano dalle ali d’albatros compongono il Luciano Giovannini poeta e osservatore sensibile della realtà del mondo.

 

Una somma di identità gestaltica che rinviene in ogni componimento, ma senza mai prevalere sull’oggetto dei testi. Il poeta-gabbiano balla e canta la sua morna, un genere di musica capoverdiano caratterizzato da toni malinconici e dal ritmo lento, che ben riflette l’atto contemplativo e creativo della scrittura lirica, facendosi sguardo e, soprattutto, volo. Un volo, come ho scritto nel sottotitolo di questo pezzo, lontano dal cielo. Perché se è vero che il poeta, pur partendo da sé stesso, deve necessariamente prendere le distanze dal proprio io per divenire voce di una pluralità, è altrettanto vero che così facendo egli rischia di scendere nell’analiticità più asettica, nella denuncia tanto-per. Non è questo il caso.

 

Il volo di Luciano è radente al mondo che canta perché la morna, il lamento che con le sue ali raccoglie e risparge depurato, è voce di una ferita. E le ferite stanno dabbasso e dentro, sulla pelle e nei cuori della gente e degli eventi storici, e il volo che il poeta compie vi passa attraverso.

 

Luciano Giovannini sorvola e sente il dolore di Plaza de Mayo (Una triste milonga), sfiora quello delle madri dei bambini-soldato (Il tuo prossimo sogno), dei migranti (Un piccolo porto), delle vittime del conflitto israelo-palestinese (Le stelle di Gaza), di quelle dei campi di sterminio (Treblinka), degli studenti spezzati dal bullismo:

 

Un chicco di riso bucato

 

 

Nascosta in quell’ultimo banco

quasi sepolta dal buio silenzio

tra libri consunti e temi già svolti

è un duro teorema la vita

quando ti trovi nel fondo del viale.

 

“… quanto è strana la nostra compagna”

 

Aggrappata al tuo amico Leopardi

o perduta in un piovoso pineto

in questo mondo di pensieri conformi

tu sei la nota sonata,

il chicco di riso bucato.

 

“… e guarda che scarpe”

 

Non segui quell’onda impazzita

che conduce in un mare senz’acqua

tu sei acqua ma pur sempre assetata

di quell’unica goccia mancante

che insegui con fremente passione.

 

“… io non la invito al mio compleanno”.

 

 

E volando a ritroso si confronta con figure letterarie a lui care (Ofelia sapessi il dolore), (Un qualunque Godot), volteggiando tra i fumi del passato e le incertezze del presente confessa il suo non sentirsi all’altezza di farsi cantore di questa sofferenza – “Sono solo una fronte che suda/un battito svelto/una cieca paura del mondo” (L’ansia del poeta) –, ma allo stesso tempo non può esimersi dal compito, poiché a richiederlo è la propria coscienza civica (Io non ricordo).

 

Nel mezzo vi sono disillusioni e amarezze che prendono voce – “Firenze corrotta e puttana” (Di cenere e di sale), “E noi restiamo con le braccia in croce/riempiendo chiese piene di scaffali vuoti/e la millenaria storia di ripetuti errori” (Soltanto un grido) – e si scagliano contro le forze primordiali del mondo, tra tutte il tempo che piega e spezza, tacciato in più occasioni di possedere difetti innaturalmente e spaventosamente umani, quali vigliaccheria (Vita codarda) ed egoismo (Attesa autunnale).

 

Ma sotto il peso delle macerie e le grida di dolore, in controluce, emergono stanze e versi striati di speranza: “Ma forse domani tornerà quella bimba/con due occhi che sanno di cielo/e per lei mi farò ritrovare/al solito posto/nel cuore di Roma” (Senza fissa dimora), “E allora decidi/di riprendere la strada/quella fatta di sogni interrotti/e poesie lasciate a metà/di «vorrei diventare»/e «domani chissà»” (Come carta su pane).

 

Che dev’essere quello che ha provato Luciano quando ha avvertito la necessità di riscoprire la poesia facendo poesia, perché il viaggio verso Itaca era giunto al termine e le impressioni raccolte andavano trascritte. Probabilmente neanche immaginava che quei suoi primi tentativi – i primi dopo la lunga pausa – sarebbero confluiti nella raccolta che è poi divenuta La morna. Non immaginava di certo che alcune delle liriche presenti nel libro avrebbero ottenuto il gradino più alto del podio (o piazzamenti parimenti lusinghieri) nell’ambito di svariati premi letterari.

 

Di sicuro non immaginava il colpo basso che gli ha tirato il destino, quando il mare in tempesta appariva ormai lontano se osservato dalle sponde sicure della sua Itaca, quella mezza età nella quale il sole è ancora ben distante dal tramontare, e dov’anzi splende anche più vividamente, rinnovato da quella passione per la poesia che Luciano aveva riscoperto da poco.

 

“A Gore Vidal manca la ferita” era solito dire Norman Mailer per ribadire quanto genio e sofferenza fossero legati tra loro, nel gioco di forze che fanno di un artista un artista ancora più puro.

 

Questa è la parte più scivolosa della storia che sto raccontando. Il rischio è dato, come accennato a inizio articolo, dalla possibilità di raccontare un evento delicato nel modo sbagliato, attribuendogli significati forzati o fantomatici e dunque irrispettosi nei confronti di chi, quell’evento, l’ha vissuto sulla propria pelle; il tutto, magari, nel puerile tentativo d’incastrare entro triti e artificiosi schemi narrativi quanto accaduto.

 

Mi limiterò perciò a dire, senza scendere in ulteriori dettagli, che alla fine di questa primavera Luciano Giovannini ha subìto un terribile incidente d’auto, dal quale però, per fortuna, è uscito vivo. Le conseguenze fisiche di quell’incidente, tuttavia, sono state segnanti. Il dolore attraverso il quale Luciano è dovuto passare lo sanno solo lui e Dio. Dopo una lunga degenza, numerose operazioni e un’ancor più lunga riabilitazione, Luciano è tornato a camminare. Questo contro il parere di diversi medici. Il contrappasso, mi si perdoni l’azzardo di tale espressione, è che difficilmente potrà tornare a correre.

 

Sulle prime, ricordo, era sembrata la fine di tutto, la classica bastardata del destino che va a colpire proprio quando ogni cosa sembra stia andando oltre le migliori aspettative. Credo che tutti coloro che conoscono Luciano, saputa la notizia, abbiano pregato per lui, dando sì sfogo al proprio sgomento, ma anche e soprattutto alla speranza collettiva che lui sopravvivesse. Vederlo riuscire in questo è stato un sollievo. Vederlo combattere per tornare al punto in cui era prima che il destino tentasse di interrompere la sua corsa, una fonte d’ispirazione.

 

Il 5 dicembre 2021 Luciano Giovannini ha partecipato al reading natalizio organizzato dalla Daimon Edizioni a L’Aquila. Tra le molte foto postate dove è taggato assieme agli altri autori, ve n’è una dove posa in piedi, da solo, con in faccia un sorriso la cui fierezza maschera con eleganza il dolore dal quale quel sorriso è nato. Ma è la didascalia a smuovere il cuore: “Ho lottato e ne è valsa la pena”.

 

E per dirla alla maniera di Gino Bartali, figura che il poeta omaggia nella lirica Gino il Giusto – presenti, nella raccolta, anche i tributi al giovane Willy Monteiro Duarte (La morna del gabbiano ferito), alla compianta Gabriella Valera Gruber e al marito di lei, Ottavio, (San Giusto e il mare), e al padre (Un antico poeta) – per dirla, dicevamo, con la cadenza del leggendario ciclista: “L’è valsa, l’è valsa, caro Luciano”.

 

Eccome se l’è valsa.

 

Abbiamo preso Mourinho

 

 

Ho visto Gaza annegata nel sangue

e brandelli di vita fluttuare nell’aria

 

Abbiamo preso Mourinho

 

In questo lembo di terra

sarai pianto di madre e fiore reciso

 

nemmeno troppi sette milioni

 

o sarai paura e dolore

un soffitto che trema, il muro che cade

 

dobbiamo puntare alla Champions

 

Sai, il fumo ti blocca il respiro

e ti senti scoppiare i polmoni

 

è l’attacco il vero problema

 

La storia ripete il copione

ma stavolta ha cambiato gli attori

 

preparate le sciarpe, si va tutti allo stadio

perché quest’anno… abbiamo preso Mourinho.

 

 

Le poesie Le pagine mancanti e Un chicco di riso bucato sono tratte da “La morna del gabbiano ferito e altri canti” di Luciano Giovannini, Daimon Edizioni (2021).

 

La poesia Abbiamo preso Mourinho è stata pubblicata su Facebook nell’ambito dell’Evento Poetico del Mese di Luglio 2021 organizzato da “La casa del Menestrello” e “Poesia: femminile, singolare”, vincendo il 1° premio.

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