Dylan Thomas, parole ed espressioni poetiche

 

Se capitate nel Regno Unito e avete il desiderio di vedere qualcosa di veramente originale, fate una capatina a Swansea, nel Galles. Qui avete l’opportunità di visitare la mostra permanente, L’Uomo e il Mito: essa è dedicata dal 1995 al grande poeta Dylan Thomas.

Figlio di un docente, nasce appunto a Swansea, nel Galles, e sin da piccolo mostra il suo amore per la poesia. Infatti, i suoi primi componimenti risalgono all’età di undici anni, quando scrive per il giornalino della scuola. Thomas a vent’anni pubblica la sua prima raccolta, Diciotto Poesie, e questo fatto determina uno scossone nell’austero e aristocratico mondo letterario inglese.

La raccolta contiene i barlumi delle tematiche che saranno poi cavalli di battaglia dell’autore: amore e morte, natura e unità di tutto il Creato. Uno degli esempi più fulgidi è la poesia ‘E la morte non avrà più dominio’:

«E la morte non avrà più dominio.

Più non potranno i gabbiani gridare ai loro orecchi,

Le onde rompersi urlanti sulle rive del mare;

Dove un fiore spuntò non potrà un fiore

Mai più sfidare i colpi della pioggia…»

La produzione di Thomas diviene inarrestabile, tanto che nei successivi cinque anni pubblica altre tre raccolte. Sposa una ballerina da cui ha tre figli, si trasferisce poco fuori la sua città e dimora in quel famoso capanno verde, che gli dà quindi ispirazione per diverse opere.

Immerso nella quiete, dà alla luce anche l’opera Sotto il bosco di latte; al punto che è dedicata una statua per uno dei personaggi, il Capitano Cat, nella parte marittima della cittadina di Swansea.

È grazie a Thomas che la stagione poetica in Inghilterra vive un periodo meraviglioso, tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento. Lui incarna quella novità, quel disincanto, quel non sottostare alle regole, utilizzando sapientemente analogia e associazione.

Il suo linguaggio variopinto è un concentrato semantico e sonoro e viene descritto dallo stesso autore come un metodo dialettico: «un costante sorgere e crollare delle immagini che si sprigionano dal germe centrale, esso stesso distruttivo e costruttivo insieme».

Seppure lo si può inserire sullo stesso livello di William Blake, egli rappresenta un unicum, per via del carattere forte, con tinte avvolgenti e spunti visionari.

Nel 1946 pubblica Morte e ingressi, nel medesimo periodo in cui dissipa denari, si dà all’alcolismo e giunge ai limiti della povertà insieme alla sua famiglia. Il che lo colloca in quella schiera di visionari e maledetti, che hanno dato quel tocco di novità ed espressione al regno della Poesia.

A inizio anni Cinquanta, inizia a viaggiare per gli Stati Uniti; ma nel 1953, quando ha in cantiere una serie di congressi, inizia ad avvertire i segni di quel male che lo consuma.

Vani sono i tentativi di curare i problemi respiratori, che a causa dello smog si accentuano. Entra in coma il quattro novembre per non svegliarsi più.

Pochi sanno forse che soggiornò brevemente in Italia nell’immediato Secondo Dopoguerra, stringendo amicizia con il poeta Luigi Berti. Però non ci risulta che il ricordo del Bel Paese sia uno dei migliori negli scritti a noi pervenutici.

Di lui ci rimane una traccia forte nelle opere a noi pervenute, mostrandoci quanto la forza visionaria e lo sguardo oltre l’orizzonte sia indistruttibile con l’uso corretto della parola e delle figure.

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