di Francesco Cristiano Bignotti

Cos’è la fotografia? Basterebbe analizzarne l’etimologia del termine: è un linguaggio. Precisamente è la scrittura con la luce. Anche le tecniche utilizzate, sin da quando fu inventata oltre 150 anni fa, evidenziano questo aspetto. Tutt’oggi rappresenta un vero modo di dialogare, e senza alcun dubbio, è diventato il linguaggio più diffuso. In questo articolo non parlerò di immagini – che sono qualcosa di filosoficamente e naturalmente differente dalla fotografia – né tanto meno di tecniche fotografiche. Cercherò di dare alcuni spunti di riflessione su come il passaggio dal fotografia vissuta in modo analogico, a quella digitale, possa fornirci chiavi di lettura che strabordano dai temi legati al mero mutamento pratico e tecnico, facendoci quindi intravedere nuovi punti di visti. Credo che si possa rintracciare una vera metamorfosi concettuale nel rapporto tra le persone ed il reale per mezzo della fotografia stessa.

Dicevamo di un linguaggio, di una grafia che passa per la generazione di immagini visive che si impongono al di là del loro essere supporto per comunicare informazioni, strabordando spesso, oggi, il loro ruolo di puro vettore di un’informazione del reale. Nessuno lo negherà: siamo di fronte ad un overflow fotografico. Grazie agli smartphone il gesto del fotografare è passato dall’essere atto presente quasi esclusivamente nelle occasioni particolari e specifiche, ad atto massivo, poi ultra-massivo, ora iper-massivo. Non pensiamo solo al numero di individui che adesso hanno la possibilità e la capacità di realizzare fotografie, ma anche al numero di fotografie realizzate dal singolo individuo, nonché al numero esponenziale di connessioni sociali che le stesse generano grazie alla loro diffusività istantanea, duratura e onnipresente. Approfondiamo ancora un po’ questo aspetto. Si può affermare che si è passati da una stampa, che lasciava le sole poche porzioni di reale, accuratamente scelte e immortalate con la macchina fotografica, impresse poi su di un supporto fisico, con il fine di dargli una certa importanza e permanenza nel tempo, ad un conglomerato di pixel che lascia una traccia polverizzata ed effimera del reale, comunque anch’essa stabile, ma estremamente ridondante. L’assenza del rullino e la quasi totale scomparsa della stampa fotografica evidenzia questo: il passaggio dalla selezione alla mescolanza, dall’afferrare concreto di una presenza per averne il ricordo al bisogno di mostrarci la presenza per sentirne la permanenza.

Se pensiamo un po’ alla genesi della fotografia, sempre parlando per concetti e non per tecnicismi, si è passati da un processo lento, incerto, paziente, quasi senza possibilità di errore, meticoloso e non replicabile all’infinito, ad un processo rapido, impaziente, ripetitivo, replicabile all’infinito, massificato. L’evento da fotografare era sempre un evento importante o particolare oppure non ripetibile, che meritava di essere immortalato per non perderne il significato e dargli continuamente un senso nuovo o riportarne alla memoria quel senso, quel significato o rivivere quell’esperienza. Adesso che tutto può essere fotografato senza bisogno di selezione – non c’è più il limite fisico del rullino da 12, 24 o 36 foto – l’evento impresso sullo schermo digitale quale significato mantiene? Certamente è aumentata la documentabilità delle esperienze e questo è senza dubbio un aspetto estremamente positivo della diffusione della fotografia. Possiamo facilmente riportare alla memoria esperienze, sensi e significati. Tutto ciò, però, mi porta ad una riflessione ancora più profonda: come ci pone l’onnipresente atto del fotografare rispetto all’evento in sé? Esiste un rapporto profondamente concettuale, direi metafisico, tra l’aumento delle possibilità di lasciare testimonianza fotografica dell’evento esperienziale ed il nostro modo di vivere attuale? È collegabile con la mescolanza di cui parlavo poco sopra?

Le porzioni di reale fotografato, essendo aumentate, fanno sì che si riescano a fermare nel tempo sempre più parti-di-reale e quindi di vita vissuta. Cresce in modo disordinato la documentazione dell’evento, ma al contempo aumenta l’idea di continuità dell’esperienza che dal piano del reale vissuto viene riportata sul piano degli schermi non viventi. Ciò che sempre sfugge all’immobilismo, l’evento, e con esso il suo procedere incessante, lo si tenta di fermare in modo sempre più convulso e a volte morboso. La fotografia diventa perciò l’estensione esterna, social, pubblica, della vita dell’individuo. Così, ad un tempo, la fotografia tratteggia tanto la freneticità-non-sense della società, quanto il tentativo di resistenza a questo passare senza senso. Non è più la tecnica, qui, l’estensione del corpo umano, ma è il prodotto della tecnica – la fotografia appunto – a diventare estensione del flusso vitale complessivo della persona. La fotografia si erge a baluardo contro la velocità, rappresenta la stabile via di fuga a buon mercato da un reale instabile e troppo veloce. La fotografia, che resta lì dopo aver bloccato il momento, che poi è comunque passato, sembra oggi quindi essere un antidoto stabile alle instabilità della società, seppure prodotta spesso in modo veloce e caotico. Si lascia una traccia del passaggio visibile, rivisitabile, archiviabile, modificabile. Fotografare per darci l’idea di non perdere l’accadere che si sfilaccia continuamente tra le mani della persona che vive questa società veloce. Non c’è però tempo per la selezione: la velocità della società richiede altrettanta velocità nel tentare di fissare questi punti fermi della vita, fotografie, che trattenendo il passare esprimano la permanenza di quel passato, qui ed ora, con tutti e per tutti.