Oggi, 24 marzo 2026, ci ha lasciato Ambrogio Antonio Paoli, in famiglia e in arte per sempre Gino.

Molto si dirà di questo grande esponente di quella cosiddetta scuola genovese che, a detta di chi l’ha creata e resa celebre, forse non è mai esistita davvero. Un artista che voleva épater la bourgeoisie, stupire il sistema borghese, restando però al centro nevralgico di un’idea precisa e profondissima di canzone.

Tanto verrà scritto e riscritto — è inevitabile — e viene quasi da sorridere pensando a un’intelligenza artificiale che prova a raccontare un artista senza averlo conosciuto “con ancora i graffi sui ginocchi”, per citare Edoardo Bennato, che nel suo primo album includeva una canzone firmata dall’amico Bruno Lauzi, ponte emotivo tra lui e l’amato-odiato Luigi Tenco.

Qui, invece, si prova a rendergli omaggio con uno sguardo personale, nato da anni di ascolto, quando non era così semplice saltare da una canzone all’altra e, anzi, spesso si evitava per non rovinare i nastri. Sì, operazione nostalgia.
Il mio primo incontro con Paoli è avvenuto proprio così, attraverso i dischi: classe ’75, forse ormai archeologia musicale.

È tempo allora di salire su una macchina del tempo e attraversare le sue parole, ricordando che Paoli è stato anche un musicista raffinato.

I suoi testi guardavano sempre lontano, verso quella linea sottile che separa e confonde cielo e mare. Come quella gatta sul tetto di una casa di un lontano periodo di formazione: un ricordo indelebile, sospeso tra un tempo forse migliore e sicuramente più fragile.
Cosa simboleggiava quel felino? La nostalgia di quando si stava bene anche se oggi, sulla carta, si sta meglio. Bianco e nero che si mescolano, contraddizioni che convivono.

Tutto, nelle sue canzoni, è limpido e insieme confuso — nel senso più bello del termine: unito, ma anche sfumato.
“Cercherei un’altra come te, i tuoi difetti mi sono indispensabili”: Questione di sopravvivenza, cioè vivere con te o senza di te.

Il cielo in una stanza abbatte il soffitto e trasforma un incontro in un amore trascendente. Quel soffitto viola, tipico delle case dove si comprava l’amore, diventa improvvisamente infinito.

E poi i pilastri: Sapore di sale, Questa lunga storia d’amore. Ma il giro potrebbe durare più di un libro, perché le parole di Gino Paoli sono entrate nel nostro linguaggio quotidiano:

Che cosa c’è? C’è che mi sono innamorato di te.
Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo.
Senza fine, tu trascini la nostra vita.

Per chiudere questo inizio — perché di inizio si tratta — voglio ricordare una canzone che mi lega profondamente a questo pianeta.
Molti hanno scritto contro la guerra. Gino Paoli, nell’album Matto come un gatto, apre con Matto e vigliacco.

Ciao Gino, ciao così. Riposa in pace. E abbasso la guerra.

Io sono solo un matto ed un matto non capisce
i comandi che han bisogno di brillanti spiegazioni,
se comandi di sparare sono matto da legare
e mi lego ad altra gente che non sa le tue ragioni…

Ma chi muore nella guerra è solo gente come me,
da tutte le parti è sempre gente che non sa
e tu che la sai lunga sulle cose della vita
come un arbitro in panchina tu non giochi la partita
e la decidi tu.

Io sono un vigliacco uno che non ha coraggio,
il coraggio di ammazzare, chi non sa perché lo ammazzo
sono matto come un gatto, matto come un animale
che non sa che cos’è il bene che non sa che cos’è il male
ma che ammazza per mangiare e che spero mangi gente
che lo sa perfettamente, gente fatta esattamente come te.