di Yuleisy Cruz Lezcano

La violenza verbale che oggi attraversa la società italiana non è solo un problema di educazione o di conflitto sociale: è il risultato di una lunga genealogia culturale, un sistema di pensiero in cui la parola è stata storicamente costruita come strumento di dominio. È qui che la filosofia di Luce Irigaray, una delle voci più incisive del pensiero contemporaneo, diventa essenziale. Irigaray ha mostrato che il linguaggio non è neutro: è strutturato su un codice simbolico che privilegia alcune identità e ne marginalizza altre. De-costruire quel linguaggio significa disinnescare il potere che esso esercita sui corpi e sulle vite, restituendo alla parola la sua funzione generativa e relazionale.

Ciò che oggi osserviamo nel web italiano – l’aggressività crescente, l’ostilità normalizzata, la trasformazione dell’insulto in intrattenimento – è la manifestazione più evidente di un linguaggio costruito per affermare e riaffermare un potere. La violenza verbale non nasce nel digitale: nel digitale semplicemente mostra ciò che il linguaggio era già predisposto a fare. Irigaray ci ricorda che il linguaggio patriarcale ha costruito per secoli un’unica modalità discorsiva possibile, basata sull’opposizione, sulla conquista, sull’appropriazione. Le parole non descrivono solo il mondo: lo organizzano. E se l’organizzano attraverso la sopraffazione, ogni scambio diventa una microlotta.

In Italia, questa logica si manifesta in modo sempre più netto. Le parole non si limitano a esprimere opinioni, ma costruiscono gerarchie: chi merita di essere ascoltato e chi no, chi appartiene allo spazio pubblico e chi va ricacciato ai margini. Le donne insultate quotidianamente sui social non sono vittime di semplice volgarità: sono destinatarie di un linguaggio che storicamente ha tentato di zittirle. I migranti descritti attraverso metafore animali non sono vittime di odio estemporaneo: sono oggetto di una costruzione simbolica che li priva di soggettività. Le persone LGBTQ+, bersaglio di retoriche che riducono la loro identità a caricatura, sperimentano la medesima cancellazione. È esattamente ciò che Irigaray definiva come impossibilità di rappresentarsi dentro il linguaggio dominante.

La novità del nostro tempo è che la tecnologia amplifica la struttura patriarcale dell’aggressione verbale. L’algoritmo, neutro solo in apparenza, funziona come il grande alleato del linguaggio dominante: premia ciò che divide, valorizza ciò che scandalizza, potenzia ciò che ferisce. La violenza verbale diventa così produzione culturale, filiera economica, spettacolo sociale. E mentre tutto ciò accade, i soggetti più vulnerabili si ritirano. È la stessa dinamica descritta da Irigaray: quando il linguaggio non lascia spazio all’altro, l’altro scompare.

Irigaray però non si limita alla diagnosi: offre una via d’uscita. La chiama decostruzione – non come distruzione, ma come liberazione. Decostruire il linguaggio aggressivo significa comprendere che le parole non sono fatti naturali ma costrutti culturali; significa sciogliere il legame che unisce il parlare al dominare; significa restituire al linguaggio la sua funzione originaria: creare relazione. Non si tratta di moralismo né di censura, ma di trasformazione culturale. Ripensare il linguaggio è ripensare l’umano.

Applicata all’Italia contemporanea, la decostruzione irigarayana implica un lavoro a più livelli. Implica smontare le narrazioni tossiche che alimentano la polarizzazione sui social; porre attenzione al modo in cui i media costruiscono le categorie dell’“altro”; educare alla pluralità delle parole, dei corpi, dei mondi possibili. Implica soprattutto riconoscere che ogni volta che una parola ferisce, ciò che entra in gioco non è un’opinione ma una struttura di potere. La domanda decisiva non è “chi ha ragione?”, ma “chi viene escluso da questa forma di linguaggio?”.

Irigaray parla di una “lingua dell’incontro”, capace di generare spazio, di dare respiro, di permettere la coesistenza delle differenze. È una lingua che non nasce dall’urgenza di vincere, ma dalla disponibilità ad ascoltare. Una lingua in cui l’altro non è un pericolo ma un mondo da comprendere. È forse, oggi, l’antidoto più necessario per un Paese che rischia di scivolare nell’abitudine alla crudeltà. Se la prima parte dell’analisi ci ha condotti alla consapevolezza che il linguaggio aggressivo non è un incidente, ma il prodotto coerente di una struttura culturale, la domanda successiva è inevitabile: come si ricostruisce un linguaggio dopo la frattura? Come si riapre uno spazio di parola quando la violenza verbale ha colonizzato l’immaginario, l’alfabeto emotivo, il ritmo stesso delle conversazioni?

La risposta, nella visione di Luce Irigaray, non parte dall’esterno: parte dall’interno. Il linguaggio – dice la filosofa – nasce dal corpo, dal respiro, dalla relazione primaria con il mondo. Se il linguaggio si è fatto arma, è perché abbiamo smarrito il corpo che lo sostiene. Per Irigaray, parlare significa innanzitutto dare respiro all’altro. Significa fare spazio. Ed è proprio lo spazio ciò che nel nostro tempo manca di più. Gli adulti non lasciano spazio ai giovani, i discorsi pubblici non lasciano spazio ai dubbi, la politica non lascia spazio alla lentezza, il web non lascia spazio alla fragilità. La violenza verbale è il sintomo di un mondo che non sopporta più l’attesa, la complessità, la sfumatura. Un mondo che, invece di incontrarsi, collide.

La violenza verbale non è solo individuale: è strutturale, è una pedagogia dell’esclusione che insegna a riconoscere l’altro solo per negarlo. Eppure, il linguaggio può anche diventare una pedagogia opposta: una pedagogia del riconoscimento, una lingua che non domina, ma accompagna e non pretende, ma si apre. Infine, il linguaggio può diventare una lingua che non definisce l’altro, ma lo lascia accadere.

Per ricostruire questa lingua, serve un nuovo gesto culturale: un movimento di decostruzione e, allo stesso tempo, di generazione. Decostruire significa smascherare le parole che opprimono, interrogarne l’origine, mostrarne la funzione di potere. Generare significa proporre nuove forme di dialogo, nuove metafore, nuovi ritmi del discorso, pensare un linguaggio che includa invece di ridurre, che ascolti invece di reagire, che dia tempo invece di consumare.