La luna è i falò, rilettura inserita nel contesto dei nostri giorni

Ogni volta torniamo da ciò che accade al mondo, seppure mai ci muoviamo.

Rilettura di “La luna e i falò” inserita nel contesto dei nostri giorni

 

Ogni volta torniamo da ciò che accade al mondo, seppure mai ci muoviamo. Ogni passato con le sue distanze tra le cose, tra le terre, dove gli sguardi si sollevano e poi vanno giù come in uno scavare, nelle zolle ai lati dei binari per un treno che va ovunque e ritorna da chi resta sempre spettatore, solo piegato sulla vanga che dissotterra e ricopre, solo consuma il fuoco nella “calma dolorosa della memoria”. Che sia memoria intima, di miseria in miseria, di rivoluzione in rivoluzione, di tempo in tempo. “Ci sono anche i morti. Bisogna tenere duro e sapere il perché”. Un perché vestito di volta in volta con usi e costumi capaci di tenerci il più possibile al riparo da quei falò ultimi, dove la sacralità della terra, la sua immutabilità, ci riporta a sé.

Possiamo credere che il progresso, la diffusione di un benessere condiviso, l’affermazione massima del principio della libertà dell’uomo, per nulla scontato, debbano per forza di cose passare dalla follia della violenza, e tra esse, la più folle di tutte, la guerra, la codificata guerra, e che questo poi ci porti a quei periodi più o meno lunghi, dove pare che il nostro mondo sia, nonostante tutto, il migliore possibile. E dovremmo forse dolerci se lungo la strada di cotanta calma apparente, la follia codificata della guerra la ritroviamo sempre in grado di mantenere viva la sua fiamma, lasciandoci però a distanza di sicurezza nei nostri comodi compartimenti stagno? C’è forse una voce che riecheggia nella nostra coscienza e che dice: Se vuoi vivere giusto e pietoso, smetti di vivere”. Ecco dunque che il rito si compie, dalle origini fino all’ultimo dei giorni.

Non è quindi una ritualità continua il nostro agire?

Una ritualità che deve lasciare fuori tutto ciò che può “disorientarci”. Ed è un insieme di riti che, come ne “La luna e i falò” di Cesare Pavese, dispiega quell’aspetto  etnologico sul quale ci muoviamo. Per chi ha letto il libro, e credo siano in diversi, il protagonista torna al suo paese per un bisogno di conoscenza, di ricerca su più piani, quello della memoria, della storia, e per l’appunto, dell’etnologia. Torna dopo la fine dell’ultima guerra, in quella terra che ha lasciato da umile trovatello per andare a far fortuna in America, dove a nessuno importa delle tue origini, e dove ognuno può trovare la sua rivalsa. Una rivalsa che ci faccia superare il senso di esclusione che ci opprime quando ci sentiamo respinti perché poveri, diversi, corredati di ogni umiliazione sociale.

Eppure, quando tale rivalsa si compie, ci accade di assestarci proprio in quel contesto antistorico che esclude, a crogiolarci in posizioni di comodo che assumono connotati atemporali, dove ci “concediamo” il dispiacere che ci consente di poter cambiare argomento e canale, senza particolari smottamenti esistenziali.

La memoria, quindi la storia, è come un grande fiume in secca, capita che nei momenti di siccità ci riporti a galla cose che abbiamo rimosso, fino alla prossima ondata che tutto riporta nel fondo. E spesso vincitori e vinti sono su di un confine estremamente fragile, proprio come nel libro di Pavese, e come dopo ogni guerra; anche la più distante da ognuno di noi.

Ne “La luna e i falò”, le radici dell’esistenza sono radici di un’angoscia dove il tempo/luogo resta fissato come rivelazione di autenticità. I personaggi sono in un rapporto di perfetta congruenza con l’ambiente, il loro destino ha lo spessore di un luogo immutabile partendo dal futuro. Una immutabilità che con paradosso possiamo definire transeunte, e nella quale possiamo collocare anche la nostra contemporaneità.

La coppia di voci che ci accompagna nella storia, quella di “Nuto e Anguilla”, è in analogia profonda con la Commedia dantesca, come novelli Virgilio e Dante, l’Anguilla/Virgilio della situazione fa da guida sapiente a Nuto/Dante, nel peregrinare di incontri e conoscenze, incontri che assumono una valenza simbolica emblematica. E non è questa la sola traccia che ci conduce verso un’analogia con la Divina Commedia. C’è anche il numero dei capitoli, solo uno in meno della cantica dantesca, e tutti con lunghezza più o meno simile.

Se ci è possibile proporre un parallelo con il sommo poeta da un punto di vista strutturale dell’opera di Pavese, possiamo allo stesso modo leggerla per quanto ne concerne i contenuti, in modo impietoso e disumano, senza tregua, nel senso ampio del “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”.

I personaggi de “La luna e i falò” picchiano allo stesso modo bestie e familiari, ed il loro massimo rancore li conduce ad incendiare tutto, sia cose che persone, in un gesto che spesso archiviamo con fretta come gesto di follia senza smuoverci ulteriormente dalle nostre zone di conforto, assuefatti dall’odore soporifero di ogni nostra personale quotidianità.

 

Cesare Pavese

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