
di Maria Assunta Oddi
La festa del 1 maggio dedicata al “Lavoro dignitoso” promuove l’identità collettiva unendo la memoria storica delle lotte contadine del Fucino alle nuove sfide del mondo del lavoro. L’amministrazione comunale di Luco dei Marsi, nell’intento di ricostruire il mondo antico della Marsica nell’ottica della trasformazione, fa omaggio al nobile concittadino Marcello Ercole allestendo una mostra d’arte titolata: “Radici e orizzonti: geografie dell’anima”.
Fin da ragazzo racconta Marcello: “ Fucino esercitava un fascino straordinario legato al mondo del lavoro dei campi, alla vita di fatiche degli affittuari del latifondo e dei braccianti” e aggiunge che pur non conoscendo Silone, né la forza rivoluzionaria della sua denuncia sociale: “Mi rendevo conto (…) di una condizione umana ai limiti della disperazione di operai, braccianti, contadini assetati di terra e di lavoro costretti a subire umiliazioni e ricatti da parte del padronato”.
Eppure il valore straordinario, che a mio avviso contraddistingue tutta l’opera del maestro Ercole, al di là delle finalità politiche ed ideologiche, è la ricerca esasperata della bellezza: “ Rivedo i miei schizzi, le figure lacere chine sulle zolle, le donne abbruttite dalla fatica, i malinconici pastori, i carrettieri, gli aratori curvi e prostrati (…) eppure, per un pittore, testimonianza di arte e di bellezza”.
I suoi quadri, superando la durezza della realtà quotidiana, generano microcosmi nell’incanto rasserenato di colori tenui e tersi, di forme dolci e pacate. Profondi silenzi nelle prospettive di luoghi dove sovente compare il volo di un colombo, il riflesso di uno specchio, una rosa che fa da astro sopra la geometria dei campi e dei canali, l’invisibile agli occhi rivela i moti dell’animo. Un’insopprimibile esigenza etica sottende e sostanzia, pur nella perenne staticità sospesa tra rassegnazione e fierezza, il desiderio di riscatto. Contro il principato di casa Torlonia e il soffocante condizionamento dei fittavoli e delle loro famiglie Marcello con la sua opera ha mostrato simbolicamente come la fine di un dominio durato ben 75 anni si sia concretizzato nel sogno di emancipazione anche grazie al suo contributo da generazione a generazione.
L’arte infatti è un mezzo per veicolare, tramite il coinvolgimento emotivo, il messaggio della dignità dell’uomo che nel lavoro non costruisce solo profitto e guadagno, ma sviluppa le potenzialità creative per un futuro più sostenibile sia dal punto di vista ambientale che sociale. Le opere del maestro narrano la storia iconografica della lotta degli oppressi scesi nella trincea per assicurare ai posteri pane e pace. La trasformazione antropica dei pescatori in contadini viene magistralmente rappresentato nelle tele con uno sguardo sempre nuovo. Il suo dipingere non è vuota retorica ma elegia mitica alla ricerca dell’identità culturale della sua terra natale per farne un luogo interiore da cui partire per costruire il futuro. Sa bene che le radici si fanno ali solo se la memoria di ciò che è stato è conservata. Ricordare i contadini senza terra soggiogati dal potere dell’aristocrazia fondiaria non è solo un debito di riconoscenza ma una palestra di vita per allenare i giovani alla consapevolezza della fratellanza. La fruizione dell’arte di Ercole, pertanto, si fa struggente viaggio nel tempo solo per tracciare sentieri luminosi. Un ritorno al passato per superare il confine tra origine e visione fino a giungere ad una visione universale della creazione artistica intesa in modo interdisciplinare. Come i romanzieri ispirati ai canoni del neorealismo tra i quali spicca Ignazio Silone che, condividendone le tematiche e lo stile, propose al pittore Ercole di illustrare i suoi libri, e i pittori-scultori del dopoguerra (Omiccioli, Levi, Peikov, Conte, Montanari, Cerracchini, Sarra, Vangeli, Avenali, ed altri) e ancora prima i disegnatori abruzzesi Michetti e Fattori , Marcello fu un realista attento ai dettagli concreti. In seguito alle influenze degli intellettuali europei ed oltre oceano Ercole adotta le istanze del surrealismo. Durante la sua permanenza a Parigi conobbe Picasso e la sua pittura si fa scenario di uno spazio “pieno” di oggetti simbolici con richiami metafisici. Resta nelle sue opere l’immobilità delle figure e la delicatezza cromatica serena e luminosa. La poetica di Ercole scaturita dal dolore del mondo agro-pastorale si fa richiamo salvifico nel sacro inteso come rinascita.
Il Fucino, nato da un lago prosciugato, nell’ultimo periodo della sua laboriosa vita, diventa la Palestina al tempo di Gesù, terra promessa di redenzione non solo dal bisogno materiale ma dalla mancanza di fede. Una religiosità arcaica si oppone al pessimismo esistenziale con le ragioni della speranza. Emblematica la Madonna del Fucino sullo sfondo dei poderi col bambino in braccio e le spighe di grano tra le mani. Un volto la cui bellezza celeste riflette la mesta tenerezza delle donne contadine in una solidale pietà.
Nella Chiesa di San Giovanni Battista in Luco dei Marsi, dove il Fucino attuale è fecondo e generoso dispensatore di grano, è possibile ammirare la tela della “Moltiplicazione dei pani” (mt.4px2). Il miracolo si rifà ad una realtà contadina che modifica radicalmente la geografia di un territorio e ne trasforma i modi di operare e produrre in comunità alla ricerca di un benessere diffuso in tutti i ceti.
E’ miracolosa la moltiplicazione di un benessere che prima era di pochi e che oggi è di molti nella visione di una dignità che spetta ai figli di Dio.
Una lezione quella di Ercole che non va dimenticata. Anche ora che non ci sono più i principi.
La globalizzazione che porta con sé infiniti travagli perseverando nell’ingiustizia sociale e nella mancanza di pace ha bisogno di testimonianze che sappiano aprire i cuori e le menti ad un’operosità che riscatta dall’annientamento nichilistico dando significato al lavoro passato e futuro.
Il maestro Ercole sarebbe felice se davanti all’esposizione delle sue opere fossero riportato in un manifesto le parole che ispirarono il movimento di lotta delle masse contadine per la rinascita della Marsica: “Terra non guerra”.