di Yuleisy Cruz Lezcano

Di solito immaginiamo gli stereotipi come qualcosa che “ci fanno”. Come imposizioni esterne, come catene calate dall’alto di un sistema patriarcale, culturale, normativo, ma se osserviamo più da vicino, con la lente della consapevolezza e un briciolo di onestà intellettuale, ci accorgiamo che molto spesso non siamo solo vittime di questi stereotipi, siamo anche strumenti attivi della loro riproduzione. Il primo ricordo che può aprire una crepa in questa convinzione ingenua risale spesso all’adolescenza, quando iniziamo a vedere gli adulti per ciò che sono, con i loro ruoli, le loro maschere, le loro rigidità interiorizzate. Una madre che rimprovera il figlio perché ha cucinato “come fanno le femmine”, un ragazzo mortificato per un gesto di cura, una ragazza che capisce, in quel momento, che il maschilismo non è una guerra tra uomini e donne, ma un’alleanza sorda e spesso inconsapevole che attraversa entrambi i generi. Perché anche le madri, anche le donne, possono esserne le prime portatrici. Siamo così abituati ai ruoli che li interpretiamo con spontaneità, senza più chiederci da dove vengono, a chi servono, cosa comportano e finiamo, così, per perpetuarli, per educare i figli a confermarli, per leggere la realtà attraverso una griglia che sembra immutabile. Ma immutabile non è: siamo noi a sceglierla ogni giorno, a validarla con le nostre parole, con i nostri silenzi, con i nostri giudizi.

Le fiabe, per esempio, sono il primo luogo dove questa griglia prende forma: lì, dove dovremmo imparare il mondo simbolico, troviamo invece quasi sempre matrimoni come finale, bellezza come merito, amore romantico come ricompensa, e nessun valore dell’amicizia. Tutti cercano il principe, nessuno cerca un amico. Nessuno si chiede se quell’uomo, o quella donna, sarà in grado di costruire una relazione paritaria. Importa solo che li voglia sposare. E così si cresce credendo che amare significhi possedere, o salvare, o farsi salvare, che la coppia sia l’unico spazio di validazione, che la donna forte sia quella che imita il maschio competitivo, che l’uomo sensibile sia debole, che la maternità debba passare da un corpo che partorisce, che l’identità sia una recita perfetta da interpretare per ottenere approvazione. E poi arriva l’ideologia a prendere il posto del pensiero critico. In nome di un’emancipazione apparente, si costruiscono nuovi stereotipi: la donna che deve essere potente, spietata, performante, muscolare. La maternità come campo di battaglia da rivendicare a colpi di pancioni e spade sguainate. Il corpo femminile, ancora una volta, diventa simbolo, ma non soggetto, rappresentazione, ma non esperienza. Dove finisce il diritto alla differenza? Dove finisce il riconoscimento dei limiti reali, biologici, umani? Non sarebbe stato più rivoluzionario chiedere con forza diritti concreti, come il riconoscimento delle malattie ginecologiche invalidanti, anziché nuove immagini mitologiche da adorare?

La verità, per quanto scomoda, è che ci siamo dentro tutte e tutti e ogni volta che non nominiamo questi meccanismi, li normalizziamo. Ogni volta che non mettiamo in discussione l’immagine della donna-vittima o dell’uomo-salvatore, li riproponiamo. Ogni volta che inseguiamo l’approvazione del sistema anziché chiederci se vogliamo davvero farne parte, lo rafforziamo. Eppure ci sono voci che rompono questo schema. Uomini che adottano, che nutrono, che crescono senza porsi il problema del “ruolo giusto”, persone che parlano di genitorialità senza attribuire un sesso al gesto dell’accudimento, che mettono in discussione l’idea che una famiglia debba rassomigliare per forza a quella eterosessuale e perfetta da cartolina. E lo fanno con profondità, senza retorica, senza spettacolarizzazione della diversità. Perché è questo che ci manca: l’umiltà del dubbio, la forza del pensiero critico, la fatica del cambiamento vero. Quello che non si risolve con uno slogan, ma che richiede tempo, ascolto, coerenza. Emanciparsi non è scambiare un’immagine per un’altra, non è passare da vittime a vincenti, da oggetti a superdonne. Emanciparsi è scegliere di essere soggetti, capire che ogni privilegio ricevuto o negato va interrogato, decostruito, restituito. È riconoscere che molte donne alimentano ancora il sistema che dicono di voler combattere, educando figli maschi che non devono piangere e figlie femmine che devono piacere. E allora, forse, la vera rivoluzione comincia dalla consapevolezza, dall’ammettere che quegli stereotipi siamo noi, che il potere ce lo siamo date in cambio dell’approvazione, che la vittimizzazione è una scorciatoia per non assumersi la responsabilità di scegliere chi si vuole essere davvero. E non c’è niente di più faticoso e liberatorio che scegliersi senza chiedere il permesso, senza aspettare che qualcuno ci dica: “adesso puoi”, senza aspettare che sia un uomo, o il sistema, o lo sguardo degli altri a definirci. Solo attraverso la frattura si può uscire dal teatro dell’identità imposta e incontrare se stessi. La maternità, la paternità, la leadership, la fragilità, la forza: tutti questi concetti non hanno senso se continuiamo a pensarli nei binari stretti del “femminile” e del “maschile”, se ogni azione deve essere interpretata attraverso il filtro del genere, allora non stiamo costruendo libertà, ma solo una nuova gabbia, più moderna, forse, ma pur sempre una gabbia.