Il passato che non muore

Dopo l’atomo e l’alieno, il cinema potrebbe sembrare lanciato definitivamente verso il futuro.

Invece no.

Come spesso accade nella storia dell’immaginario, quando l’uomo guarda troppo avanti finisce per inciampare in qualcosa che aveva lasciato indietro. Il mostro antico torna proprio così: senza nessun desiderio di riqualificazione folkloristica riemerge un’esigenza. La modernità corre, costruisce, classifica, illumina, misura, scava, fotografa, archivia. Nella fervente attività può capitare di incappare in qualcosa di isolato, incontrollato, parallelamente alla frenetica rincorsa del progresso si può inciampare su una pietra, una tomba, una laguna abbandonata.

 

L’antico è tale perché sopravvive, anche se celato dalla nostra percezione. Come un sottogenere misterioso questo passato, nei film di mostri, diviene persistente.

Si lascia coprire dalla polvere ma non svanisce nella terre delle storie dimenticate. Può sembrare sconfitto dalla scienza, addomesticato dall’archeologia ma appena qualcuno abbassa la guardia può riproporsi, con anticata modernità.

Questo mostro non nasce dal futuro, dalla bomba, dalla tecnologia o dallo spazio, è un nobile sopravvissuto, regale nella sua declinazione atavica, per certi versi preistorica. C’era un tempo mitico, sepolto, rimasto fuori dalla nostra presunzione di controllo. La modernità crede di osservare e codificare il passato e questo errore può rivelarsi fatale.

Il cinema dei mostri suggerisce che, a volte, il passato osservato può spalancare le sue palpebre.

La creatura della laguna

Con Creature from the Black Lagoon (1954, Jack Arnold), il cinema trova una delle immagini più affascinanti del mostro antico: una creatura anfibia, primordiale, sospesa tra uomo, pesce, fossile vivente e incubo da spedizione scientifica.

Il film arriva nello stesso anno di Godzilla e segue una direzione diversa. Qui non c’è la colpa atomica che diventa gigantesca, né la città moderna trasformata in modellino da abbattere. C’è una laguna, cioè uno spazio separato, umido, remoto, quasi fuori dal tempo. Se non fosse per l’abbigliamento dei protagonisti e i segni di tecnologia potrebbe essere una storia ambientata in qualsiasi tempo. Invece è contemporanea e questo costituisce una tensione palpabile. Il tema degli esploratori invasori si rivela attraverso terrestri sul proprio pianeta, anche se sembra di poter essere su un lontano avamposto interstellare.

Ma la creatura non è soltanto un mostro da affrontare, è un sopravvissuto. Porta sul corpo una domanda evolutiva, una possibilità rimasta ai margini, una diramazione della vita che non ha seguito la nostra strada e proprio per questo ci inquieta. Non viene da un pianeta lontano, non nasce da un esperimento, non risorge da una tomba. Appartiene ad una dimensione della Terra che l’uomo moderno non conosce più.

Questa è la sua forza.

Il Gill-man non è alieno, è un essere fuori dal suo tempo, almeno secondo la nostra percezione. Abita un mondo che precede il nostro ordine, la nostra lingua, le nostre mappe. La sua laguna è una specie di memoria biologica, un archivio liquido dove l’evoluzione sembra aver conservato una creatura inopportuna, come un appunto dimenticato su ciò che avremmo potuto essere.

Naturalmente, appena il cinema mette insieme scienziati, spedizione, ambiente remoto e creatura sconosciuta, la prudenza diventa una decorazione abbastanza inutile. Qualcuno vuole studiare, controllare, catturare. E c’è di più, c’è il caldo, l’emancipazione femminile, con il corpo che si mostra in libertà, il desiderio, tratti che non sporcano la narrazione, l’arricchiscono con una grande dose di tensione che ci porta nelle motivazioni di una creatura prigioniera della propria solitudine.

Mummie, tombe e musei poco prudenti

Il passato torna anche attraverso la mummia, che solo qualche anno prima aveva chiuso il suo primo ciclo importante. Tornerà con nuovi personaggi e differenti interpretazioni fino ai giorni nostri. Le storie ricalcano il principio fondatore, The Mummy (1932, Karl Freund). L’archeologia, nel cinema dei mostri, è spesso una forma molto elegante di imprudenza. Si presenta con guanti, pennelli, mappe, iscrizioni e intenzioni scientifiche. Poi legge formule sbagliate, rimuove sigilli, sposta oggetti sacri, ignora avvertimenti scritti in lingue morte appositamente per evitare disguidi.

La mummia funziona perché non è solo cadavere conservato. È passato dotato di volontà. La modernità vorrebbe guardarla come reperto, ma il mostro rifiuta di restare disteso, catalogato e possibilmente silenzioso. In questo rifiuto c’è tutta la sua potenza simbolica: ciò che è stato sepolto non sempre accetta di diventare patrimonio museale.

Il museo, allora, si trasforma in un luogo ambiguo. Dovrebbe custodire la memoria, ma spesso finisce per provocarla. Espone l’antico, lo illumina, gli assegna una targhetta, lo rende visitabile in orari stabiliti. Il cinema aggiunge una piccola correzione: certe cose, quando vengono tolte dal loro luogo, possono non diventare cultura. Tra esseri inquieti e vasellame dovrebbe esserci una qualche differenza.

La mummia porta con sé i tratti iconici, la maledizione, il desiderio, la vendetta, la nostalgia, il sentimento umano che sembra non essere progettato per resistere ai millenni diventando qualcosa di distorto. La creatura si muove secondo i propri tempi ed è inesorabile. Le similitudini con il mostro della laguna sono molte più di quello che istintivamente si potrebbe pensare e purtroppo l’amore resta un miraggio.

L’idea del mondo perduto è una delle più fertili del cinema fantastico. Immagina che da qualche parte esista ancora un frammento di passato intatto, una riserva dell’impossibile dove dinosauri, rettili enormi, animali preistorici e creature fuori catalogo continuano a vivere come se l’evoluzione non avesse mandato comunicazioni ufficiali.

Con The Lost World (1925, Harry O. Hoyt), tratto da Arthur Conan Doyle, il cinema aveva già sperimentato il fascino di questa sopravvivenza preistorica. Il dinosauro non è un fantasma, non è un demone, non è un prodotto della scienza moderna. È una presenza biologica che appartiene a un altro tempo, improvvisamente rimessa davanti agli occhi del presente.

Qui l’orrore si mescola all’avventura. La paura non nasce solo dalla minaccia fisica, ma dallo scarto temporale. Vedere un animale preistorico significa guardare una pagina di storia naturale che si muove ancora. Il fossile smette di essere prova e diventa incontro. La paleontologia, con una certa mancanza di tatto, si alza in piedi.

Il mondo perduto racconta una potentissima suggestione: la Terra conserva stanze chiuse.

Luoghi dove l’uomo non è mai entrato, spazi in cui la modernità non ha completato la propria conquista.

Ogni volta che una spedizione raggiunge questi territori, il film ripropone la stessa domanda: siamo davvero i padroni del pianeta, oppure conosciamo solo la parte che ci ha permesso di raccontarci questa favola?

La natura come archivio ostile

Il mostro antico colloca la natura nel centro d’interesse, da fondale e contorno a componente attiva della trama.

È un archivio vivo che conserva forme, memorie, tentativi, errori, possibilità scartate, esseri rimasti nascosti, creature che non aspettavano affatto il nostro arrivo ma che si trovano costrette a gestirlo. Questa idea è affascinante perché ribalta la prospettiva. L’uomo moderno pensa di scoprire il suo mondo e invece è l’invasore. Il cinema dei mostri insinua che il mondo sopporti pazientemente le nostre scoperte, almeno finché non diventano troppo rumorose.

 

La laguna, la tomba, la giungla, la caverna, l’isola dimenticata: tutti questi luoghi funzionano come depositi del rimosso naturale e storico. Non sono semplici scenografie esotiche. Sono stanze della memoria terrestre. Entrarci significa varcare una soglia e accettare che il presente non basti più a spiegare ciò che appare.

Il mostro antico non è sempre malvagio, spesso reagisce semplicemente ad un input esterno e questa distinzione è importante. Il vampiro seduce, l’alieno invade, l’atomo presenta il conto, il licantropo subisce la propria condanna. La creatura primordiale, invece, esisteva già. Siamo noi ad arrivare dopo, con strumenti, gabbie, macchine fotografiche, fucili, campioni da prelevare e quella fiducia abbastanza comica di chi pensa che nominare una cosa significhi possederla.

La natura risponde nella sua lingua, con chiarezza, ma l’uomo ha dimenticato il linguaggio ancestrale il più delle volte.

La modernità guarda indietro

Questa fase del cinema dei mostri mostra una modernità insicura.

Da un lato, l’uomo vuole dominare il passato. Lo studia, lo espone, lo misura, lo trasforma in racconto scientifico. Dall’altro, teme che qualcosa sfugga ancora alla classificazione. La mummia, la creatura della laguna, il dinosauro sopravvissuto, il fossile vivente: tutte queste figure dicono che la linea del tempo non è pulita come vorremmo.

Il passato non sta fermo dietro di noi e potrebbe mai farsi da parte. Può riemergere di lato, da sotto, da dentro l’acqua, da una tomba riscoperta o da una foresta che nessuno aveva incluso nel programma turistico. Il cinema visualizza questa inquietudine con una semplicità potentissima: ciò che credevamo superato torna davanti all’obiettivo.

La modernità guarda indietro e scopre di non essere sola.

Non si tratta soltanto di nostalgia o di fascino per l’antico. C’è qualcosa di più profondo: la paura che il progresso non abbia cancellato nulla e che abbia coperto quello che non riusciva a comprendere o a percepire. Ogni strato nuovo si appoggia su qualcosa di precedente. Ogni città nasce su una terra più vecchia. Ogni museo contiene oggetti strappati a un contesto. Ogni scoperta può essere anche una violazione.

Il mostro antico è il custode offeso di questa continuità.

Non dice semplicemente: “Io vengo dal passato”.

Dice: “Voi non ne siete mai usciti del tutto”.

Il passato come creatura

Quando il passato diventa creatura, il cinema trova una delle sue immagini più efficaci.

Perché una data, un reperto, un fossile, una leggenda o una civiltà scomparsa possono essere coinvolgenti ma quando quelle cose assumono un corpo, camminano, respirano, inseguono, guardano, rapiscono o distruggono l’interesse diventa immediatamente più vivace. La storia, a quel punto, smette di essere materia da biblioteca e comincia ad avere un certo impatto sulla mobilità dei presenti.

La mummia è il passato storico.

Il dinosauro è quello biologico.

La creatura della laguna è il tempo evolutivo rimasto aperto.

Ognuna di queste figure trasforma una categoria astratta in presenza fisica. Non siamo più davanti a una lezione sulla memoria, sulla natura, sull’archeologia o sull’evoluzione. Siamo davanti a un corpo che pretende spazio nel presente.

Il cinema dei mostri fa spesso questo miracolo grossolano e geniale: prende un concetto enorme e gli mette le gambe.

A volte anche le pinne.

Il mostro antico serve proprio a ricordare che nessuna epoca nasce da sola. Ogni presente poggia su ciò che lo ha preceduto, e ogni tentativo di dimenticarlo può produrre ritorni spiacevoli. La modernità può anche ridere delle maledizioni, ma basta una tomba aperta, una laguna violata o una giungla esplorata con troppa sicurezza perché quel sorriso diventi meno convincente.

Il passato, quando si offende, sa essere molto teatrale.

Il passato che respira ancora

Il mostro antico introduce una lezione lovecraftiana, non è morto ciò che in eterno può attendere.

La creatura della laguna, la mummia, il dinosauro, il mondo perduto e le altre presenze preistoriche mostrano che il cinema non teme soltanto il futuro. Teme anche la profondità del tempo. Sotto la superficie moderna esistono strati remoti, forme sopravvissute, memorie sepolte, archivi naturali, antiche volontà che non hanno intenzione di restare decorative.

Questa paura è diversa da quella atomica e da quella aliena. Non nasce dalla tecnologia o dal cosmo, ma dalla continuità. Ci spaventa perché suggerisce che il passato non sia davvero alle nostre spalle. Non esiste nessun reset tra un’era e l’altra e questo significa che, probabilmente, tutto quello che facciamo nella nostra vita può riproporsi e presentare il conto.

Tutto si sedimenta, scompare agli occhi contemporanei ma è ancora intorno a noi, sotto di noi, dentro il paesaggio, nelle ossa, nei miti, nelle acque scure, nei reperti, nei nomi dimenticati.

Il cinema dei mostri capisce che guardare indietro può essere pericoloso quanto fissare le stelle o aprire l’atomo.

Forse di più, perché il passato ha un vantaggio formidabile: ci conosce da molto tempo.

La modernità può inventare macchine, città, musei, laboratori, mappe e strumenti di misurazione. Può illuminare grotte, prosciugare paludi, classificare fossili, tradurre iscrizioni. Può convincersi di avere finalmente ordinato il mondo a nostra immagine ed esigenza.

Poi qualcosa si muove nell’acqua.

Una benda si tende.

Un ruggito esce dalla giungla.

Il presente capisce che la storia non è quella raccontata fino a quel momento. C’era una parte precedente che era stata ignorata, che deve essere presa in considerazione e che tutto questo potrebbe risultare spiacevole e doloroso.