
di Francesco Cristiano Bignotti
Charlotte Brontë, direttamente dal 1837, ci catapulta, oggi, con la velocità di una “W” che si ripete più e più volte nell’incedere ritmato di questi otto versi, all’interno di un prato primaverile che sta elargendo tutta la sua forza creatrice a degli spettatori inconsapevoli. Potremmo essere proprio noi. La poetessa ce lo fa capire direttamente: quel “us”, prepotentemente posto a fine verso, in rima, non ci lascia scampo. Insieme a quel “while”, anch’esso in posizione importante, posto a capoverso, in ripetizione anaforica, diventa un monito. È il messaggio che ci richiama all’attenzione, che ci sprona a non considerare il reale come un monolitico blocco in cui l’accadere è solo un noi che si svolge.
Mentre. È una parola interessante. È un avverbio mi potreste dire. Certamente, non c’è dubbio. Ma c’è molto di più. È un concetto. Indica tanto un contrasto con qualcosa, quanto la contemporaneità dell’azione che si sta svolgendo. Non quando essa è conclusa, finita, messa da parte, ma proprio nel momento in cui sta accadendo il suo farsi. Quando c’è lo svolgimento di un agire, il suo processo, il suo svolgersi. È proprio nel suo costruirsi, nel suo durare: lì c’è il mentre. Si pone allora un movimento che non ha un fine preciso, che non ha uno scopo a sé stante. Il mentre ci fa capire che qualcosa si sta svolgendo accanto a tanti altri svolgimenti e che tutti accadono così, insieme. È una invisibile trama che si va costruendo passo dopo passo.
La più grande delle sorelle Brontë ci lascia poi un’immagine a mio avviso potentissima: proprio quando i personaggi dei suoi versi sono immersi nel loro incedere, mentre la natura tutt’intorno procede nella sua complessa e stratificata azione creatrice di novità, c’è ancora un resto, un “unseen work”. C’è dunque un fare, una agire, una processualità reale che anche senza essere vista, quasi di nascosto, agisce ugualmente al suo interno, “within was playing”.
Ecco allora che il messaggio di cui abbiamo gettato le basi poco sopra, parlando della contemporaneità senza sosta della molteplicità dei processi reali, adesso si esplicita in tutta la sua interezza. Un messaggio che ancora oggi può dirci molto. Nel mentre del nostro agire, c’è qualcosa che agisce ugualmente, con pari forza ed importanza, o forse anche maggiore, che noi corriamo il rischio di non considerare come agente o addirittura neanche come esistente. È un esercizio di pensiero che ricade attivamente nel quotidiano. Leggere questi versi ci sprona ad avere una visione d’insieme più ampia del reale che ci circonda, a fuggire la semplificazione, a considerare l’infinità di relazioni che intercorrono giorno per giorno. Si tratta di rapporti che si esplicano continuamente e di cui noi facciamo ineludibilmente parte. È una fitta trama che, anche se non la vediamo o non la viviamo tutta in prima persona, comunque caratterizza e dà forma alla nostra vita. Per questo, questa complessità, va almeno tenuta in considerazione come qualcosa che sempre agisce.