di Fausto Marcone
Una palla che rimbalza, che insiste più volte su uno stesso punto, poi con salti sempre più piccoli si ferma. Tale mi sembra la memoria, o spostandosi la palla se ne va, a fermarsi in un punto discosto. Soprattutto la notte, la memoria rimbalza. Per fortuna certe volte i rimbalzi e le loro immagini sono di tipo leggero, le evocazioni hanno minor carica di affezione e fervore, sono meno dispettose.
In una delle ultime volte però si è trattato di cosa davvero più leggera, è toccato a un ricordo scolastico, che è finito per diventare un esercizio mnemonico (assicurano che l’esercizio fa bene , a mantenere attivi i neuroni, e a me è sempre parso un ottimo incoraggiamento, che bisogna dare e prendere. Però se i buoi sono scappati dalla stalla, hai voglia a ripetere rosa, rosae, rosae, la conta non torna) : è la storia della volpe e l’uva di Fedro. Me la sono ricordata quasi tutta, ad eccezione del secondo e ultimo verso del distico sentenziale. Fa così:
Fame coacta vulpes alta in vinea
uvam adpetebat summis saliens viribus,
quam non tangere ut non potuit, discendens ait
Nondum matura est, nolo acerbam sumere.
Qui facere quae non possunt verbis elevant
ascribere hoc debebunt exemplum sibi.
Traduciamo. Vediamo senza vocabolario cosa si riesce a ricordare. Mi sembra ancora facile, aiutato anche dalla decina e più di occasioni che si è incontrato questa favola.
Dunque: spinta dalla fame, una volpe (coacta è participio passato di cogo, costringere, stringere, spingere e perciò mi pare vada bene sia spinta dalla fame che costretta dalla fame. Ora la fame, come si sa, è cosa ben diversa dall’appetito che è solo un borbottio finita la precedente digestione. Fame è una parola comune, usata abbastanza frequentemente, ma poco precisata. Appunto è ben diversa dall’appetito e arriva dopo giorni senza mangiare o avendo quasi niente mangiato, può essere difficile descrivere ciò che provoca ed è quasi sconosciuta in questa nostra società di consumi. Non si entra facilmente nella sua morsa, la si è sentita raccontare, ma non la conosciamo veramente. È un moto pericoloso, una pressione insopportabile nel e del corpo che porta a gesti efferati e come le offese profonde mette i cosiddetti coltelli in mano. Quella di questa volpe è fame atavica, plebea, arlecchinesca, scomposta, rode lo stomaco, il cervello, la parola, non è la fame aristocratica che non esiste, è quella, per intenderci, di Totò in Miseria e nobiltà. E tra l’altro è questa fame plebea quella che ha inventato ricette e piatti prelibati, perché ha dovuto mescolare le materie offerte dalla penuria e che al cuoco dell’haute cuisine parrebbe impossibile accostare. Poi, come succede, di queste ricette popolari e povere si sono impadroniti tutti. La Pasta con le sarde, per esempio, siciliana: cosa c’entrano le sarde con il finocchio selvatico? Ma questo era ciò che si aveva. Certo, le virtù nascono anche dalle necessità, dal bisogno, non dal superfluo. La Bagnacauda è ancora più assurda come ricetta: latte, aglio, acciughe, impossibile pensare che ne venga fuori del buono, eppure, eppure. Piemonte e Sicilia e in mezzo (e per fare un altro nome la Ribollita) tutti gli altri piatti della povertà. La cafonaggine, cioè la miseria siloniana, non la malacreanza, non è scientifica ma è creativa.
Una volpe, spinta dalla fame (chissà da quanto tempo non metteva niente sotto identi. Un pollaio? Facile a dirsi, ma un pollaio presenta rischi: il grosso cane da guardia, un ignorantone sfaccendato, un bischeraccio, che ha trovato la vita la vita comoda, pronto ad azzannare, o peggio una fucilata del padrone che anch’egli è uno che ruba legalmente uova e carne, alle galline, ladro e predatore e che è poi lo stesso che va disseminando trappole nei dintorni. Una lepre? Quella corre e se non la si acchiappa, si rimane esausti e il vuoto dello stomaco diventa baratro).
Riprendiamo: una volpe, spinta dalla fame, si imbatte in una vigna piuttosto elevata (di che vigna si trattava? Doveva essere, se elevata, un pergolato, non le attuali vigne dei vignaioli industriali, basse, ordinatissime, come curate da un barbiere, facili alla raccolta, insomma un’antica vigna comune, non una vigna di raffinato moscato o barolo o franciacorta italiano o chianti o montepulciano che secondo l’Istat coprono il 22% del suolo coltivato, dopo l’ulivo la maggior coltura da legnose. È aumentata progressivamente la produzione e l’esportazione di vino e ne beviamo, parecchio, a quasi tutte le età dopo lo svezzamento. Il vino è alcol e l’alcol è alcol. Ian Tattersall, Il tempo in una bottiglia, paleontologo ed archeologo, dà una descrizione precisa in alcune pagine del percorso di una goccia di vino nell’organismo e dei suoi effetti, che non sono solo quelli di Stanlio e Ollio in Frà Diavolo. Si accusava il caffè di alcune aritmie cardiache, ma ora si è scoperto che non è il caffè responsabile, semmai esso è protettivo, bensì l’alcol).
Dunque una vigna, non un vigneto. Come noi i latini avevano i due termini, vinea e vinetum, e il secondo come per noi a indicare la grossa estensione di coltivazione d’uva. La differenza, e non piccola, sta nel primo: vinea era per loro anche una macchina da guerra, usata dagli assedianti per ripararsi da tutto quanto gli assediati buttavono loro addosso al momento dell’assalto, una macchina da guerra, mentre per noi, dal Pentateuco in poi, è una delle metafore, dei simboli teologici più usati: la vigna del Signore.
Dove eravamo rimasti? Ecco: si imbatte in una vigna piuttosto elevata. Ora dov’è situata questa vigna? In una pianura, in collina, a margine di un terreno coltivato a frumento, come confine di un uliveto? Mettiamola dietro una casa colonica, con corde tirate che tengono i tralci. Serve e non serve a fare un poco di vino, ma forse è solo frutta da tavola da difendere dalle vespe.
E che ore sono? Siamo sicuramente a settembre, o attorno a settembre, se l’uva con i suoi chicchi invitanti è lì che pende. E che ore sono? È giorno o è notte? Non c’è nessuno d’intorno e quindi deve essere il tempo della notte, il tempo del girovagare della volpe in cerca di cibo. Le zampe sono ancora bagnate dal ruscello attraversato e più volte le ha scosse per togliersi quell’umido. Fame e freddo, due parole con la ”f”, come furia, freddo, fuga, frenesia, follia. Di parole con la ”f” ce ne sono tante, ma adesso le vengono in mente queste, compagne della sua condizione presente.
Arriva e vede l’uva. Bene, adesso si mangia, che ci vuole?, basta saltare e addentare. E nel silenzio della notte si mette a saltare. C’è la luna, il chiarore lunare con il quale il rossiccio di quel pelo non si distingue bene, ma la figura, la silhouette, quella si distingue benissimo, come in un ravvicinato
teatro delle ombre.
La luna comprimaria di tante scenografie incantatrici qui fa solo da lampione a una fame disperata, deve essere una luna calante. Ma forse la luna non c’è. Piove e quella, la volpe, non solo le zampe, ma tutto il pelo ha bagnato e continua a scrollarsi. Piove sempre sul bagnato.
È raro che Fedro dia descrizioni accurate, parco nelle sue essenziali pennellate, questo è il suo modo di scrivere e probabilmente lo è anche del suo parlare. I maestri si riconoscono anche da questo: con poco combinano molto, pauca verba et multa dicunt.
Uvam adpetebat, cercava di agguantare l’uva (adpeto è composto, peto + ad, desiderare, agognare, bramare, ma l’ad indica direzione dell’assalto e assalire sarebbe una buona traduzione: assaliva l’uva sotto l’effetto della fame) saltando con tutte le sue forze (summus è il più alto, quindi con i salti più alti che poteva fare. Il digiuno, secondo il senso comune, priva il corpo delle forze, ma è diceria errata, non è vero che si è senza forze. Sforzi prolungati, ore e ore, questi sì non si riescono a mantenere, soprattutto perché il cervello è disturbato, ma lavori immediati ed anche onerosi non sono un problema).
Che uva è? Tutte le uve si possono mangiare, alcune però non le si porta in tavola, perché sono prelibate e riservate alla vinificazione. Magari l’uva di questa volpe era proprio quella per il vino di Falerno, così tanto decantato e ciò vuol dire, se è così, che siamo nella Campania settentrionale, poiché quella era la zona DOC del Falerno, che tanto piaceva a Marziale.
Quam tangere ut non potuit e non potendo arrivarci (all’uva, quam tangere la quale uva poiché non poté tangere, afferrare, l’ut è particella polivalente, qui vale causalmente o temporalmente, allorché non riuscì ad afferrare) smettendo di saltare, discendens, disse: Non è ancora matura (Nondum matura est) e non voglio mangiarla acerba (nolo acerbam sumere). Mercurio, dio dei crocicchi e dei ladri, non si è degnato di prestare aiuto.
Ed ecco la sentenza: chi non riesce a fare ciò che vuole sputa fuori parole (Fedro è più elegante: verbis elevant, leva parole, ma anche scredita con parole) e dovrà riferire a sé questo esempio.
Finita la traduzione. La sentenza mi pare proprio chiara: non posso fare qualcosa, non riesco a fare, mi viene negato qualcosa e allora getto discredito su di essa dicendo che non ha valore.
Per la verità c’è più di un modo del Nondum matura est. Mi ricordo di due compagni di corso all’università che all’insaputa l’uno e dell’altro ambivano alle grazie e ai favori di una stessa ragazza, adpetebant puellam, la quale però sdegnava sia l’uno che l’altro, mentre a me toccava sentire pene e confidenze dell’uno e dell’altro e con importune richieste di consigli e strategie.
Bene, dopo circa un anno di vani tentativi, tutti e due abbandonarono l’impresa con due Nondum diversi. Il primo disse che lei era una stupidina e che quindi non valeva la pena, il secondo, più cattivo e rancoroso, disse che quella era una poco di buono. Due modi diversi. E ce ne sono altri.
Quando Eco presentò il suo secondo romanzo, dopo il successo travolgente de Il nome della rosa, qualcuno, non godendo un uguale successo, commentò sarcastico, verbis elevavit, che certo il Nuovo Dixan era pronto per il mercato.
Un’elezione politica disastrosa può portare a dire che la cittadinanza non ha capito la propria proposta, ed è capitato di sentirlo, e allora il Nondum si colora anche di arroganza. Ci vuole onestà intellettuale e uscita dall’orgoglio per accettare le sconfitte. Non è da tutti essere Geronimo il quale quando capì che la lotta era impari, accettò e sciolse la sua banda con cui aveva tenuto in scacco l’esercito USA, cavalleggeri compresi.