
di Assunta Di Basilico
Che cosa accade nell’essere umano prima che una poesia arrivi sulla pagina?
La domanda potrebbe sembrare esclusivamente letteraria. In realtà conduce in un territorio molto più ampio, nel quale si incontrano psicologia, pedagogia, neuroscienze, linguaggio, memoria, creatività ed esperienza corporea.
La poesia, infatti, non comincia necessariamente nel momento in cui viene scritto il primo verso. Spesso nasce molto prima: in una percezione, in un’immagine che ritorna, in un ricordo autobiografico, in una sensazione difficile da nominare, in un’emozione, in una domanda rimasta sospesa.
Prima della parola esiste il vissuto. E prima ancora che il vissuto possa essere comunicato, deve essere percepito, riconosciuto, collegato ad altre esperienze, trasformato in rappresentazione e infine affidato al linguaggio.
Osservata da questa prospettiva, la poesia non è soltanto un prodotto letterario da collocare all’interno di una metrica, di una corrente culturale o di una graduatoria. È anche un processo umano complesso attraverso il quale l’esperienza può diventare significato condivisibile. È precisamente in questo passaggio che lo studio della poetica incontra la ricerca psicopedagogica.
“Nasce dal cuore”: una metafora che racconta un processo reale
Da secoli diciamo che la poesia nasce dal cuore. Scientificamente, naturalmente, il cuore non produce parole, metafore o versi. La costruzione linguistica dipende dall’attività cerebrale e dalla cooperazione di molteplici sistemi cognitivi.
Eppure sarebbe altrettanto riduttivo concludere che una poesia nasca soltanto nel cervello. L’esperienza emotiva coinvolge l’intera persona. Quando viviamo un’emozione possono cambiare la respirazione, il ritmo cardiaco, la tensione muscolare, la postura, le sensazioni viscerali. Il sistema nervoso riceve costantemente informazioni provenienti dal corpo e le integra con la memoria, con il contesto e con l’interpretazione soggettiva dell’esperienza.
In neuroscienze questo processo viene studiato anche attraverso il concetto di interocezione, cioè la capacità del sistema nervoso di rilevare, integrare e interpretare i segnali che provengono dall’interno dell’organismo. Insula, corteccia cingolata, strutture sottocorticali e regioni prefrontali partecipano, con ruoli differenti, alla costruzione dell’esperienza affettiva e alla possibilità di diventarne consapevoli.
Per questo l’espressione “scrivere con il cuore” può conservare tutta la propria forza poetica. Il cuore, in questo caso, diventa il simbolo di un’esperienza incarnata: ciò che il corpo vive viene elaborato dal cervello, entra in relazione con ricordi e significati e può infine trasformarsi in pensiero e parola. La poesia, dunque, nasce in quella complessa unità che è la persona.
Quando ciò che sentiamo trova una rappresentazione
Una poesia può avere origine da qualcosa che, inizialmente, non possiede ancora parole: una tensione affettiva, un ricordo, un profumo, una voce, una perdita, una scena dell’infanzia, una presenza, un’assenza oppure una sensazione apparentemente indefinibile.
Sul piano psicologico assume particolare importanza il processo attraverso il quale questo materiale interno viene organizzato e trasformato in una rappresentazione. La mente collega elementi distanti, riconosce somiglianze, recupera esperienze dalla memoria, produce associazioni, seleziona immagini e attribuisce significati.
È qui che entra in gioco una delle grandi possibilità del linguaggio umano: la simbolizzazione. Attraverso il simbolo possiamo rappresentare indirettamente qualcosa che sarebbe difficile esprimere con una semplice descrizione.
Il mare può raccontare la libertà oppure la distanza. Una porta può diventare il confine tra ciò che si lascia e ciò verso cui si sta andando. Una montagna può assumere il significato della madre o del padre, della protezione, dell’origine, dell’appartenenza, della forza oppure dell’ostacolo da attraversare. Una strada può parlare dell’esistenza molto più che di un luogo geografico.
Il simbolo poetico, quindi, non sottrae realtà alle cose: ne moltiplica le possibilità di significato. È uno spazio nel quale esperienza individuale, memoria, immaginario e cultura possono incontrarsi.
Scrivere non significa automaticamente fare terapia
Quando si parla del rapporto fra poesia, emozioni e mondo interiore è necessario mantenere una distinzione scientificamente e professionalmente importante.
La poesia può favorire l’espressione, la consapevolezza e la riorganizzazione narrativa di un’esperienza. Può aiutare una persona a trovare parole per qualcosa che prima possedeva soltanto sotto forma di sensazione o immagine. Questo, tuttavia, non significa che ogni scrittura poetica sia automaticamente terapeutica.
Un testo poetico non costituisce una diagnosi del proprio autore e la produzione artistica non può essere confusa con l’intervento clinico. È proprio mantenendo chiari i differenti piani — artistico, educativo, psicopedagogico e clinico — che diventa possibile riconoscere con maggiore rigore il valore della scrittura.
Creatività: il cervello non possiede un unico luogo dell’ispirazione
Anche l’idea romantica di un unico punto cerebrale nel quale nascerebbe la creatività è stata progressivamente superata. Le neuroscienze descrivono oggi la produzione creativa come il risultato dell’interazione tra reti cerebrali distribuite, capaci di cooperare durante fasi differenti del processo.
La cosiddetta rete di default è coinvolta, tra le altre funzioni, nel pensiero spontaneo, nella memoria autobiografica, nella simulazione mentale e nella generazione di associazioni. Le reti di controllo esecutivo partecipano invece ai processi di selezione, organizzazione, verifica, coerenza e revisione. La rete della salienza contribuisce a orientare l’attenzione verso quegli elementi, interni o esterni, che assumono particolare rilevanza per il soggetto.
La creatività poetica nasce quindi dall’alternanza e dall’integrazione di momenti differenti. Da una parte vi è la possibilità di lasciare emergere immagini, collegamenti, ricordi e intuizioni. Dall’altra interviene la capacità di selezionare: scegliere una parola anziché un’altra, eliminare, riformulare, cambiare ritmo, riconoscere che un’immagine possiede maggiore forza espressiva di un’altra.
La creatività non coincide, quindi, soltanto con la spontaneità. È anche costruzione. Gli studi sulla scrittura creativa hanno osservato il coinvolgimento di processi connessi alla memoria episodica e semantica, all’immaginazione, all’integrazione linguistica e al controllo cognitivo. L’ispirazione e la forma non sono due realtà contrapposte: una poesia può nascere da un’intuizione improvvisa e contemporaneamente richiedere un lavoro estremamente consapevole sulla parola.
La poesia dice più di quanto afferma letteralmente
È proprio questa caratteristica a distinguere profondamente il linguaggio poetico da quello puramente informativo. La poesia opera contemporaneamente su diversi livelli: fonologico, ritmico, sintattico, semantico, simbolico ed emotivo.
Il significato non dipende esclusivamente da ciò che una parola indica sul piano letterale. Conta il suono. Conta la posizione nel verso. Conta una ripetizione. Conta una pausa. Conta l’interruzione. Conta un enjambement. Conta la metafora. Conta il ritmo con il quale la parola arriva al lettore.
La neurocognitive poetics studia proprio l’incontro tra le caratteristiche formali dei testi e i processi cognitivi ed emotivi che si attivano durante la lettura. Si comprende così perché poche righe possano contenere una densità di significato molto superiore alla loro estensione. Una parola può richiamare memorie. Un’immagine può attivare associazioni. Un ritmo può modificare la percezione del testo. Una pausa può acquisire un valore semantico ed emotivo.
La polisemia non è mancanza di significato
Una delle caratteristiche fondamentali del linguaggio poetico è la polisemia, cioè la possibilità che una stessa parola, una stessa immagine o una stessa costruzione evochino più significati. La polisemia rappresenta una ricchezza della poesia. Non equivale, però, alla casualità.
La libertà poetica non significa che qualunque disposizione di parole sia necessariamente sostenuta da un autentico processo di significazione. Anche un testo volutamente ermetico, frammentario o sperimentale necessita di una propria logica interna: può essere un’immagine generatrice, una tensione emotiva, un nucleo simbolico, un’esperienza o una particolare direzione del pensiero.
Il significato poetico, inoltre, non deve obbligatoriamente essere traducibile in un’unica frase. Può essere autobiografico, affettivo, sociale, simbolico, esistenziale, spirituale. Può perfino modificarsi nel tempo nello stesso autore. Ciò che rimane fondamentale è la presenza di un’intenzione di significazione: qualcosa viene trasformato in linguaggio affinché possa assumere una forma e raggiungere un altro essere umano.
La poesia come esperienza educativa e cognitivo-affettiva
È proprio qui che lo studio della poesia assume una particolare rilevanza pedagogica. Scrivere un testo poetico significa esercitare processi che vanno ben oltre la produzione letteraria: osservare ciò che si prova, distinguere le emozioni, ampliare il proprio lessico, cercare corrispondenze, costruire analogie, sostenere l’ambiguità, rivedere una prima formulazione, sperimentare il rapporto tra ciò che si desidera esprimere e ciò che un altro potrebbe comprendere.
Da questa prospettiva la poesia può diventare un autentico laboratorio cognitivo-affettivo, nel quale linguaggio, creatività e consapevolezza procedono insieme.
Nei contesti educativi tale funzione assume un valore ancora maggiore. Bambini, adolescenti e adulti possono utilizzare la scrittura creativa per ampliare il vocabolario emotivo, sperimentare differenti modalità di espressione e trasformare esperienze complesse in rappresentazioni comunicabili.
L’obiettivo pedagogico non consiste nel trasformare ogni persona in un poeta. Consiste piuttosto nel riconoscere che la creatività linguistica appartiene alle possibilità dell’essere umano e può essere educata, accompagnata e affinata senza mortificare la soggettività. Educare alla scrittura significa anche educare a sentire le differenze tra le parole, a riconoscere le sfumature, a soffermarsi sulle emozioni e a comprendere che esistono vissuti che non possono essere ridotti a definizioni immediate.
Poetica, creatività e linguaggi espressivi: un campo di ricerca psicopedagogica
È all’interno di questa prospettiva che colloco una parte del mio percorso di studio e ricerca dedicato alla poetica, alla scrittura creativa, alla lettura interpretativa e ai linguaggi espressivi, con particolare attenzione ai processi attraverso i quali emozione, memoria, immaginazione e simbolo possono trasformarsi in parola.
Come pedagogista ed educatrice socio-pedagogica, laureata magistrale in Psicologia, con una formazione interdisciplinare che comprende musicoterapia, arteterapia e linguaggi artistici, il mio interesse non è stabilire una definizione rigida di ciò che una poesia debba essere. La domanda che considero pedagogicamente e psicologicamente più interessante è un’altra: che cosa accade alla persona nel momento in cui un vissuto cerca una forma?
È in quella trasformazione che la poetica diventa anche oggetto di osservazione psicopedagogica. Il confronto maturato con poeti, scrittori, autori ed editori rende ancora più evidente quanto i percorsi creativi possano essere differenti. C’è chi comincia da un ritmo. Chi da una parola. Chi da un ricordo. Chi da un’immagine. Chi da un’esperienza biografica. Chi costruisce lentamente il testo attraverso un lavoro fortemente consapevole.
Non esiste una sola via alla creazione. Esiste però un elemento comune: la trasformazione di qualcosa di interno in una forma comunicabile. È precisamente in questo spazio che la competenza psicopedagogica può offrire il proprio contributo, senza sostituirsi alla critica letteraria. Può osservare le relazioni tra esperienza, apprendimento, creatività, simbolizzazione, linguaggio, emozione e relazione. È una ricerca che attraversa la scrittura, ma contemporaneamente riguarda la persona.
Il testo appartiene all’autore, ma incontra la storia del lettore
Nel momento in cui una poesia viene condivisa accade un ulteriore passaggio. Il testo nasce dalla storia del suo autore, ma entra nella storia di un altro individuo. Autore e lettore non possiedono la stessa memoria, le stesse esperienze o la stessa sensibilità. Una determinata immagine può quindi generare risonanze differenti.
Questo non significa che qualsiasi interpretazione sia automaticamente equivalente. Significa piuttosto riconoscere che la ricezione estetica comprende inevitabilmente una componente soggettiva e relazionale. La poesia possiede una propria struttura e un proprio nucleo di significato, ma nel momento della lettura incontra un’altra esperienza umana. È anche per questo che lo stesso componimento può commuovere profondamente una persona e raggiungerne un’altra in modo differente.
La poesia può essere criticata, la persona non deve essere svalutata
Riconoscere la dimensione soggettiva della poesia non significa eliminare la critica. Un testo può essere studiato e valutato nella qualità della scrittura, nell’originalità, nella costruzione delle immagini, nella coerenza interna, nel ritmo e nella padronanza linguistica. La revisione stessa fa parte della crescita di chi scrive.
Esiste però una distinzione fondamentale tra criticare un testo e svalutare chi lo ha scritto. La critica possiede una funzione quando argomenta, analizza e aiuta a comprendere. Perde invece il proprio valore quando diventa derisione del vissuto o mortificazione dell’espressione personale.
Questo aspetto assume particolare rilievo pedagogico soprattutto quando la scrittura appartiene a bambini, adolescenti o persone che stanno sperimentando per la prima volta la propria voce creativa. La tecnica si insegna. La scrittura si affina. Il lessico si amplia. Lo stile può maturare. Ma la dignità del sentire non dovrebbe essere sottoposta a umiliazione.
E soltanto a questo punto arriva il giudizio di una giuria
Dopo avere osservato la complessità del processo creativo, diventa possibile collocare nella giusta prospettiva anche la valutazione di una poesia all’interno di premi e concorsi letterari.
Una giuria deve necessariamente valutare. Può considerare l’originalità, la qualità formale, la coerenza, il ritmo, la forza espressiva, la costruzione delle immagini e la maturità del linguaggio. Sono criteri importanti e consentono di formulare una valutazione competente.
Ciò che occorre evitare è trasformare quella valutazione in una misura assoluta del valore poetico. La valutazione estetica possiede inevitabilmente anche una dimensione intersoggettiva. Nasce cioè dall’incontro tra le caratteristiche del testo, i criteri adottati, la formazione culturale dei valutatori, la sensibilità, l’orientamento estetico, il contesto e perfino il confronto con le altre opere presenti.
Ecco perché una stessa poesia può ricevere valutazioni differenti da due giurie entrambe professionalmente qualificate. Può essere maggiormente valorizzata in un contesto e meno in un altro. Cambiano i componenti della commissione, cambiano le sensibilità, cambiano le opere con le quali viene confrontata e può cambiare anche il peso attribuito ai singoli criteri.
Sostenere questo principio non significa affermare che tutti i testi abbiano lo stesso valore. Una poesia può mostrare maggiore o minore padronanza della forma, forza espressiva, coerenza o originalità. Significa però distinguere il giudizio critico dalla pretesa di una misurazione definitiva. Un premio testimonia che un’opera è stata riconosciuta e valorizzata da una determinata giuria in un determinato contesto. L’assenza di un premio non costituisce, allo stesso modo, una certificazione dell’assenza di valore.
Prima della classifica resta il significato
La domanda decisiva, allora, viene prima del voto. Che cosa è riuscito a trasformare quel testo? Da quale esperienza è nato? Quale emozione ha reso rappresentabile? Quale relazione ha costruito tra vissuto e linguaggio? Quale possibilità di incontro ha generato fra autore e lettore?
È questo, dal punto di vista psicopedagogico, uno dei nuclei più profondi della poesia. Prima del premio esiste il processo creativo. Prima della valutazione esiste il significato. Prima del testo compiuto esiste una persona che tenta di dare una forma a qualcosa che sente, ricorda, immagina o cerca di comprendere.
La poesia conserva allora il proprio valore più autentico proprio perché non può essere ridotta alla sola critica. È esperienza trasformata in linguaggio, memoria riorganizzata, simbolo, costruzione, creatività e immaginazione resa condivisibile. Ed è in questa capacità di trasformare il vissuto in una forma capace di raggiungere un altro essere umano che la poesia continua a essere contemporaneamente linguaggio, esperienza estetica, processo creativo e forma di conoscenza dell’umano.
NOTA SULL’AUTRICE
Assunta Di Basilico è pedagogista ed educatrice socio-pedagogica, laureata magistrale in Psicologia, musicoterapeuta, arteterapeuta e mediatrice familiare e scolastica. Alla formazione pedagogica, psicologica ed educativa affianca una consolidata esperienza nei linguaggi artistici, musicali, corporei ed espressivi, maturata anche attraverso un percorso professionale come pluriartista e in esperienze legate al panorama televisivo nazionale e a produzioni RAI.
Presidente dell’Associazione Essere Oltre ETS, promuove attività di studio, progettazione, ricerca applicata e intervento educativo dedicate alla prevenzione, al benessere della persona, ai processi relazionali, all’educazione emotiva, alla creatività e ai linguaggi del sentire.
Una parte specifica della sua ricerca è rivolta al rapporto tra pedagogia, psicologia, poetica, scrittura creativa, musica, arte, corporeità ed espressione delle emozioni, con particolare attenzione ai processi attraverso i quali il vissuto personale viene riconosciuto, simbolizzato e trasformato in parola, narrazione e produzione creativa.
Nel corso della propria esperienza ha ideato e realizzato percorsi educativi nei quali scrittura creativa, lettura interpretativa, musica, recitazione, movimento ed espressione artistica vengono utilizzati come strumenti di conoscenza di sé, comunicazione, relazione e crescita della persona.
È socia APEI – Associazione Pedagogisti Educatori Italiani ed è impegnata nelle Commissioni Nazionali Scuola, Disabilità e Scrittori, ambiti nei quali contribuisce alla riflessione e all’elaborazione sui temi educativi, pedagogici, inclusivi e culturali.
Il suo lavoro di ricerca e progettazione pone al centro la persona nella sua globalità e approfondisce, in particolare, il valore della parola, della creatività e dell’esperienza artistica quali possibili strumenti di espressione, consapevolezza, partecipazione e sviluppo umano.