
Il tentato omicidio di una professoressa da parte di un tredicenne mi ha scosso a tal punto da lasciarmi senza parole.
Sono giorni che provo a spiegarmi l’inspiegabile e i pensieri si affastellano senza ordine nella mia mente.
Vediamo gli attori di questa vicenda.
Da una parte una professoressa accoltellata a morte, dall’altra un ragazzo, adolescente, che avrebbe pianificato lucidamente, prevedendone anche le possibili conseguenze (“ho meno di 14 anni, non possono farmi niente”), un assassinio.
La professoressa dal letto d’ospedale lo perdona, lui rilancia rammaricandosi che lei non sia morta, accusandola di averlo umiliato e mortificato ripetutamente.
Sullo sfondo, sfocati come in un bokeh fotografico, i genitori dell’alunno, i compagni di classe, la scuola.
Coprotagonisti, i membri del gruppo telegram con cui lui aveva condiviso il suo proposito.
In un tale scenario è difficile districarsi, riconoscere responsabilità ed eventuali soluzioni. Mi limiterò a fare delle riflessioni.
Il mondo in cui viviamo è malato di apparenza: un evento qualsiasi è accaduto se è postato sui social.
Tutti abbiamo almeno un profilo social, sia esso su Facebook, o su Instagram, o su TikTok e tutti passiamo parte del nostro tempo scrollando il cellulare, imbattendoci in notizie, video, immagini che, se a volte sono vere, altre volte divertenti, spesso sono violente e ben lontane dai canoni non solo dell’educazione, ma anche del buon senso e dell’opportunità.
La comunicazione, anche quella istituzionale, spesso trascende e diventa violenta, tesa non a dialogare o semplicemente a informare, ma a cercare colpevoli, a urlare contro, quando non scade nell’insulto nei confronti di chi la pensa diversamente.
Inoltre, quello che traspare dai social è un mondo veloce, di fretta, in cui sei bravo solo se corri, se raggiungi traguardi di studio o di lavoro bruciando i chilometri di tempo che ti separano dal traguardo. Si evidenzia una realtà che mette pressione e che lascia indietro chi non sa stare al passo e che, invece di rispettare le unicità di ognuno, le mette in discussione generando ansie e frustrazioni.
In tutto questo si inserisce la scuola – voce di uno che predica nel deserto – che prova a includere, a differenziare i percorsi perché tutti abbiano quello a loro più consono, a correggere e a… educare, azione, questa, in cui dovrebbe essere coadiuvata dalla famiglia, o, forse, addirittura, anticipata dalla famiglia.
Ma è così? A volte sì, molto spesso no.
Troppi studenti hanno l’ansia del voto, della prestazione e si sentono schiacciati dalle aspettative che i genitori hanno su di loro e tutto ciò rende la valutazione, invece che un momento di crescita serena, un momento drammatico, doloroso e conflittuale. E così, il momento della restituzione di una verifica può essere interpretato come un’umiliazione insopportabile da vendicare e punire.
Il caso della professoressa di Trescore (Bergamo) non è il primo e, temo, non sarà l’ultimo.
Non so se l’ora di psicoaffettività invocata da alcuni docenti, o i corsi di empatia per i professori, annunciati a gran voce dal Ministero dell’Istruzione come la panacea di ogni male, potranno essere davvero risolutivi.
Francamente mi sembrano più un mezzo per dire “qualcosa è stato fatto”.
Se non si riforma dalle fondamenta la comunicazione, anche istituzionale, se la famiglia non ritorna al suo ruolo educativo, se il mondo non rallenta il suo ritmo e se non si interrompe il circolo vizioso dell’apparire, per tornare a quello virtuoso dell’essere, gli adolescenti si sentiranno sempre più stritolati e fragili.
Non è un giustificare, ma cercare di comprendere la deriva verso cui si sta andando.