di Federico Del Monaco
“La grazia” di Paolo Sorrentino è un film che ha posto solo al cinema, negli schermi delle nostre case le prime inquadrature poco renderanno, in bilico tra innovazione e tradizione, l’aspetto più bello della pellicola, che creano aspettative di intrecci che non si realizzano nelle fasi successive della narrazione.
Il mio giudizio, per quanto possa valere, è solidamente e chiaramente negativo, esplicito proprio per andare a contrastare un racconto incerto su un personaggio indeciso.
Sembra che la mancanza di decidere di questo Presidente (della Repubblica) abbia contagiato la messa in scena, o il contrario, nel gioco di situazioni accennate che spesso indicano tutto e il loro contrario.
Temporalmente, con un papa nero con i rasta grigi, il Presidente che usa il Mac anche se telefona con un Nokia dell’anteguerra, con un inquietante cane robot prima solitario per il centro di Roma e poi alla testa di uno strano corteo finale, si direbbe ambientato in un futuro da venire. Ma il palazzo del governo riporta tutto al medioevo, un maniero solitario dove ci sono collaboratori assenti e distanti, quando non sembrano badanti, e il sovrano sembra più un reggente, onorato ma depotenziato su tutto, incapace di poter decidere cosa mangiare, a fumare di nascosto, deriso perfino da un rispetto di evidente facciata del tutto irreale.
L’indecisione è palpabile ovunque, nella trama e nel protagonista, un attore che in questo ruolo non muta, perde il personaggio e svetta la figura di Toni Servillo, come se il regista e la sceneggiatura non lo avessero fornito dei mezzi per mutare in qualcos’altro, che decisamente avremmo gradito di più. Tutti i premi che ha ricevuto e riceverà l’eccelso Toni per questa parte dovrebbero infatti essere intitolati alla sua carriera e alla sua figura, in quando di questo utopico presidente non si coglie molto nella sua recitazione. Il risultato involontario è una sensazione di già visto in molte scene, figlia del connubio Sorrentino-Servillo che si ritrovano a narrare insieme una proposta che guarda troppo indietro per puntare in avanti.
Crocevia di una trama di non detti che assume tinte fastidiose è l’episodio del cavallo, a terra, sofferente, che deve essere liberato dalla sofferenza. Viene lasciato lì, con il pubblico che si chiede che fine abbia fatto e l’unico titolato a decidere della sua sorte, il Presidente, che “decide di non decidere” e che ore o forse giorni dopo si ritrova ad ammettere che non è una bella cosa che un animale innocente continui a soffrire. Un uomo che viene dalla terra, dalla campagna, come il nostro Capo di Stato, non può assolutamente ignorare quella che da secoli è già legge di natura, un cavallo sofferente a terra viene soppresso come il maiale ucciso per farne salsicce e il paragone con l’eutanasia è distante dalla realtà degli uomini di una volta. Inoltre, in tutto questo, si percepisce un egoismo, una fin troppo moderna esaltazione del proprio io, più importante di tutto il resto, anche in un personaggio avanti con gli anni, rendendolo decisamente e negativamente moderno.
Non finisce bene né male, lascia una sensazione di incompletezza che in più di due ore di film non risarcisce l’attenzione che richiede.
Gira su sé stesso ma la spirale permane piatta e la grazia, purtroppo, per chi preferisce trame con un inizio e una fine, si palesa nei titoli di coda.