Ugo Foscolo, il genio e l’amor di Patria nella Poesia

Se capitate per Firenze, andate a visitare la Biblioteca Nazionale Centrale. Qui, tra i tanti ritratti presenti, troverete quello di uno semisconosciuto pittore francese, ritraente uno dei ‘padri’ della letteratura italiana: Ugo Foscolo. Il volto regolare, incorniciato dal celebre crine rosso e riccioluto, i basettoni tipicamente settecenteschi e lo sguardo fiero e allo stesso tempo irrequieto.

Dubitiamo che ci sia in Italia qualcuno che non abbia almeno una volta sentito parlare di lui: un personaggio e grande autore, dal temperamento non facile. Per via delle sue vicende private e letterarie, lo ascriviamo a buon diritto nella cerchia di quei poeti che si definiscono ‘maledetti’.

«Di vizi ricco e di virtù, do lode

Alla ragion, ma corro ove al cor piace:

Morte sol mi darà fama e riposo.»

Così disse di sé, a un certo punto, il poeta.

Non sappiamo se il suo carattere possa derivare dall’aver viaggiato tanto con la famiglia nei primi anni di vita: al punto che lui dedica più versi alla sua isola natale, Zante.

«Né più mai toccherò le sacre sponde

ove il mio corpo fanciulletto giacque,

Zacinto mia, che te specchi nell’onde

del greco mar da cui vergine nacque»

Oltre alla celebre ode (A Zacinto) che tutti conoscono, egli la menziona esplicitamente ne Le Grazie e in una delle Epistole. Quel che è certo a tutti è che non rinnega mai la sua origine in parte greca (oltre a quella italiana; ricordiamo che nel Settecento l’isola era un possedimento veneziano).

Foscolo nasce col nome di Niccolò, e lo muta in Ugo, probabilmente per essere rimasto colpito dalla vicenda del rivoluzionario francese Ugo di Basseville, un diplomatico francese ucciso a Roma dalla folla, per la sua dichiarata fede anticlericale. L’animo del giovane poeta è già turbolento e critico verso i costumi, le convenzioni e i protocolli della società benestante veneziana. Inoltre, è predisposto meglio verso la novità, curioso delle nuove idee giacobine, che a breve giungono in Italia insieme alle truppe di Napoleone.

Foscolo è deluso anche dal Generale Francese, che con il Trattato di Campoformio, consegna Venezia e tutti i suoi possedimenti all’Austria, nemico storico dei lagunari. Ma nonostante tutto, partecipa in battaglia nella Guardia Nazionale Cisaplina insieme ai Francesi, fino alla battaglia di Marengo. E dedica a Napoleone stesso un’ode in cui lo esorta a non divenire un tiranno (A Bonaparte liberatore).

Noi conosciamo Foscolo, e lo si è accennato, per la innata esuberanza, i piaceri della vita da cui non fa mai a meno, come le donne che ama e da alcune delle quali rimane ferito nell’orgoglio. Dissipa anche le proprie sostanze, trascorrendo mesi di assoluta indigenza, ora a Milano, ora a Bologna, fino all’esilio in Svizzera. Queste sono solo alcune delle tappe che percorre nella intensa vita e durante la quale ci lascia le sue meravigliose poesie e opere immortali: due su tutte, I Sepolcri e Le ultime lettere di Jacopo Ortis.

Sappiamo che gli ultimi anni della sua vita li trascorre a Londra, anche qui dissipando denaro e frequentando salotti letterari e liberali. Ma una forma di tubercolosi lo consuma a neanche cinquant’anni, consegnando all’eternità una delle più alte menti poetiche ed espressive della letteratura italiana ed europea.

Successivamente, le sue ceneri vengono riportate in Italia: infatti, la tomba è a Firenze, che tanto lui decantò ne I Sepolcri.

«Ma più beata ché in un tempio accolte

Serbi l’itale glorie, uniche forse

Da che le mal vietate Alpi e l’alterna

Onnipotenza delle umane sorti

Armi e sostanze t’invadeano ed are

E patria e, tranne la memoria, tutto

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