di Yuleisy Cruz Lezcano
La questione della società del consumo è complessa, e forse proprio per questo urgente. In un tempo in cui tutto accelera – produzione, consumo, comunicazione, relazioni, è lecito chiedersi: a che prezzo stiamo correndo? E verso dove? Il filosofo Umberto Galimberti, in un breve ma denso testo intitolato Il mito della crescita, solleva interrogativi fondamentali sulla direzione che la nostra società ha scelto di seguire. Viviamo immersi in un modello che sacrifica tempo, relazioni, equilibrio e natura sull’altare della crescita economica. Ma, come si chiede lo stesso Galimberti: “Fin dove? E a spese di chi? E a quali costi ambientali?”
Queste domande non riguardano solo l’economia o l’ecologia: toccano profondamente anche la nostra dimensione esistenziale. La nostra vita quotidiana è diventata frenetica, spesso disordinata, guidata da un consumo incessante che promette benessere, ma che spesso lascia in cambio solo stanchezza e alienazione. Il tempo libero, invece che essere un momento di rigenerazione, si trasforma nel caos delle ferie, dove il riposo è organizzato e venduto con la stessa logica della produzione. In un passaggio particolarmente incisivo, Galimberti si interroga su cosa accade quando dobbiamo reimparare a comunicare senza l’intermediazione costante della tecnologia, senza l’illusione che siano gli oggetti a veicolare affetto e presenza. Abbiamo sostituito l’amore per i figli con la garanzia di beni materiali, abbiamo affidato il nostro bisogno di evasione alle agenzie di viaggio, e ci troviamo ora spiazzati davanti alla necessità di “cambiare il cielo della nostra anima” con le nostre sole forze.
Questa riflessione tocca una corda profonda: ci interroga sulla qualità delle nostre relazioni, sul senso del tempo, sulla sostenibilità non solo ambientale, ma anche umana del nostro stile di vita. Forse è tempo di smettere di crescere per forza, e iniziare a maturare. Di rallentare non per fermarci, ma per guardarci attorno e dentro. E, soprattutto, di ricominciare a parlare tra noi, con meno schermi, meno rumore, meno cose, ma con più ascolto e più presenza.