
VISIONI
DUE FEMMINICIDI RACCONTATI DA DANTE
di Valter Marcone
Due femminicidi: Francesca da Rimini e Pia dei Tolomei. Due donne uccise dai loro mariti, innamorati e gelosi ma inesorabilmente padroni del loro amore tanto da non accettare nessuna defezione. Quelle di Francesca da Rimini e di Pia dei Tolomei sono due storie raccontate nei versi di Dante Alighieri nelle cantiche della sua Commedia : Pia de Tolomei nel Purgatorio, Francesca da Rimini nell’Inferno , un luogo che è costretto ad attraversare per “ rivedere le stelle”. Dante nel mezzo della sua vita che egli definisce “ nostra” perché quel viaggio non è solo il suo ma di ognuno di noi , inizia un viaggio entrando nell’Inferno . Un luogo che diversamente dalle rappresentazioni che la letteratura antica ne ha fatto non è piano ma un imbuto conico il cui vertice è al centro della Terra e la dimensione è simile al diametro del globo terrestre. Un luogo il cui ingresso sembra trovarsi a Cuma secondo i calcoli di Galileo Galilei che in due lezioni lo pone proprio a fianco dell’antro della Sibilla cumana , dove Virgilio aveva posto l’ingresso dell’Ade.

Prima di Dante fanno dunque viaggi nell’Inferno, l’Ade degli antichi l’Ulisse omerico, Enea nelle Eneidi di Virgilio, Orfeo ed Euridice di Ovidio. Ma parlano di viaggi nell’antro dei morti anche “La Visione di san Paolo” (Visio Sancti Pauli) , un testo apocrifo in lingua greca che risale probabilmente al V secolo d.C. Ispirato da un accenno che san Paolo, nella seconda Lettera ai Corinzi, aveva fatto riguardo al suo rapimento al terzo cielo (2 Corinzi 12, 2-4). Tradotto in latino intorno al 500, fu presto conosciuto da molte persone . Scritta in latino intorno alla metà del XII secolo, invece la “Visione di Tundalo” (Visio Tungdali) descrive il viaggio nell’aldilà di un cavaliere irlandese , accompagnato da un angelo, fin davanti alle mura del Paradiso . Il “Libro della Scala” (e le numerose opere arabe medievali che lo prendono a modello) è ispirato dalla leggenda dell’ascensione al cielo (mi’râj) di Maometto, nata intorno alla sura XVII, I del Corano: «Gloria a Colui che rapì di notte il Suo servo [Maometto] dal Tempio Santo [della Mecca] al Tempio Ultimo [di Gerusalemme], del quale benedicemmo il recinto, per mostrargli i Nostri Segni». Invece il “ Libro delle Tre Scritture” di Bonvesin da la Riva (Milano 1245 ca. – prima del 1315) sembra essere per gli elementi strutturali riferiti alla geografia dell’Inferno uno dei precedenti più immediati della Commedia dantesca ,al pari con Giacomino da Verona . Con due poemetti, ispirati all’Apocalisse e alla letteratura francescana del tempo: “La Gerusalemme celeste” (De Ierusalem celesti), in cui vengono presentate le bellezze del Paradiso, descritto come una meravigliosa città cinta di mura.
Secondo Galileo Galilei giovane matematico ma anche buon conoscitore di letteratura l’Inferno dantesco è dunque un cono rovesciato con il vertice nel centro della Terra e la base centrata sulla città di Gerusalemme. L’angolo al vertice del cono è di 60°, e l’entrata dell’Inferno viene quindi ad essere nei pressi della città di Cuma. Accanto all’antro della Sibilla cumana dove Virgilio aveva posto l’ingresso da dove era entrato Enea per andare , accomopagnato dalla Sibilla a trovare il padre Anchise . La profondità dell’inferno quindi è pari al raggio terrestre. Era la conclusione esposta in due lezioni di uno studio del quale era stato incaricato dall’Accademia fiorentina che doveva dirimere una questione sorta dopo la pubblicazione di due commenti alla Commedia : il primo di Cristoforo Landino accademico e precettore di Lorenzo il Magnifico che accoglieva ,per quanto riguarda la misurazione dell’Inferno la tesi di Antonio di Tuccio Manetti ,fiorentino , allievo del Vasari , che l’aveva studiata con criteri di profondità prospettica. Nel 1544 , a distanza di sessant’anni dopo, il lucchese Alessandro Vellutello, dava alle stampe a Venezia un suo commento polemizzando con il commento di Cristiforo Landino sulle dimensioni dell’Inferno e proponendo una diversa ricostruzione geometrica , così che l’Accademia fiorentina fu costretta ad intervenire.
Nella prima lezione Galileo descrisse l’inferno di Manetti che ha forma conica con un angolo al vertice di 60° posto nel centro della terra, il centro dell’universo fino ad allora conosciuto; la profondità dell’Inferno (sempre desunta dai dati di Alfragano) è pari al raggio terrestre e supera 3245 miglia. Questo enorme baratro è diviso in otto gradi che Galileo paragona a un anfiteatro che di grado in grado va restringendosi.
A ciascuno dei primi quattro gradi corrisponde un cerchio: nel primo il limbo, nel secondo i lussuriosi, nel terzo i golosi, nel quarto i prodighi e avari. Il quinto grado è diviso in due cerchi: la palude Stige, le fosse e la città popolate da iracondi, accidiosi ed eretici. I primi sei gradi sono equidistanti tra loro ma la distanza che separa il 6° grado dei violenti dal 7° dei fraudolenti (Malebolge), ossia il Burrato di Gerione e la distanza quella che separa il 7°grado dall’8° grado, corrisponde al pozzo dei giganti.
Sarebbero sette le porte dell’Inferno, dunque, una delle quali si trova tra Pozzuoli e Bacoli. descritto da Virgilio nel sesto libro dell’Eneide : l’antro della Sibilla di Cuma, la porta dell’inferno che Enea varca per andare a trovare il padre Anchise e chiedere lui consiglio. Inferno che lo scrittore pone nel Lago d’Averno.
“È da l’un canto
Dell’euboïca rupe un antro immenso
Che nel monte penètra. Avvi d’intorno
Cento vie, cento porte; e cento voci
N’escono insieme allor che la sibilla
Le sue risposte intuona. Virgilio, Eneide libro VI
Nelle Georgiche di Virgilio, Orfeo entra nell’Ade attraverso le gole del Tenaro, promontorio collocato in Grecia. Il poeta latino racconta la sua tragica vicenda, il suo amore per Euridice, la morte della ninfa in seguito all’inseguimento del pastore Aristeo.
Torno al tema di questa esposizione. Da quella porta cumana e scendendo per gironi fino a raggiungere il centro della Terra da dove esce nell’altro emisfero per trovarsi ai piedi della montagna del Purgatorio, Dante compie un viaggio in cui parla di che cosa ha capito della vita, dell’amore, della Storia. Ma anche un viaggio per liberarsi dai vizi, dalle passioni terrestri raccontati con le allegorie e sublimate con la legge del contrappasso che riserva ad ogni peccatore destinato all’Inferno una pena o un supplizio che in qualche modo ricorda la colpa.
Il tema dunque scelto è quello di due femminicidi , argomento interessante allora come oggi in considerazione del fatto che nel nostro paese proprio nel 2024 ce ne sono stati 109 , di cui 95 donne uccise in ambito familiare/affettivo; di queste, 59 hanno trovato la morte per mano del partner/ex partner. E parlando di femminicidi come ne ha parlato Dante di Francesca da Rimini e di Pia de Tolomei dobbiamo ricordare l’alta concezione che ha Dante della donna che “salva” l’uomo. E per Dante è la donna Beatrice la salvezza perché volano insieme per i cieli del Paradiso fino alla visione di Dio. Ci sono due donne che fin dall’inizio del viaggio di Dante si muovono in suo aiuto ,la Madonna e Santa Lucia. Le donne nel medioevo erano figlie, sottomesse al padre , mogli e madri sottoposte ai mariti. Tutte le altre prendevano il voto e venivano rinchiuse nei conventi . La donna in definitiva è colei che dà la vita in tutti i modi in cui può essere donata : con la maternità , con la cura e in molti altri modi. Poi la donna è l’amore e lui ne sa qualcosa perché è innamorato da sempre di Beatrice. Una ragazza che ha incontrato e di cui si è innamorato perdutamente. Una donna a cui si rivolge con questi accenti dolcissimi e allo stesso tempo forti perché sono “vita nuova”:
Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ’ntender no la può chi no la prova:
e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: sospira
[Vita Nuova XXVI 5-7]
Beatrice è già una donna sposata ma gli rivolge uno sguardo . E il turbinio del suo cuore da quel momento porta Dante a compiere tutti i gesti dell’innamorato. Ma Beatrice gli toglierà il saluto perchè durante una funzione in chiesa Dante fa finta di guardare un’altra fanciulla e Beatrice interdetta se ne risente. Beatrice dunque il simbolo dell’amore. A lei in una piccola chiesa di Firenze, dove riposa il suo corpo, gli innamorati ancora oggi lasciano dei bigliettini in un cestino sull’altare che iniziano così: “ Cara Beatrice…”
Nel quinto canto dell’Inferno dunque, il canto dedicato ai lussuriosi Dante in un vento inarrestabile che trascina i dannati senza dar loro tregua incontra due spiriti che lo incuriosiscono perché non volano separati come gli altri, ma profondamente uniti. Sono Paolo Malatesta e Francesca da Rimini la cui storia era stata appresa da Dante perché accaduta al suo tempo. Francesca, figlia di Guido da Polenta, signore di Ravenna, aveva dovuto sposare per motivi politici Gianciotto Malatesta, signore di Rimini.Una coppia non certo idilliaca ,sicuramente mala assortita visto che Gianciotto addirittura non ha un aspetto desiderabile a differenza del fratello Paolo. Francesca se ne innamora ma il marito li sorprende insieme e li uccide entrambi.
I’ cominciai: “Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri”.
Ed elli a me: “Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno”.
Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: “O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!”.
Dante dunque incuriosito chiede di poter parlare con loro .Sente che forse la loro pena è maggiore delle altre anime lussuoriose perchè è proprio l’amore che li fa più leggeri e quindi maggiormente tormentati dal vento
Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;
cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.
“O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’ hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.
Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.
Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense”.
Queste parole da lor ci fuor porte.
Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: “Che pense?”.
Quando rispuosi, cominciai: “Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!”.
Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: “Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?”.
E quella a me: “Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.
Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante”.
Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.
E caddi come corpo morto cade.
Inferno Canto V,78-141
Nel primo semestre 1901, appena i giornali enfatizzarono la notizia che D’Annunzio era intento a comporre la sua Francesca da Rimini immerso in estasi poetiche e amorose insieme a Eleonora Duse, Sarah Bernhardt incaricò lo scrittore italo-americano Francis Marion Crawford di scrivere un testo per mettere in scena una nuova Francesca con cui dimostrare il suo indiscusso primato sulle scene d’Europa e d’America.
La tragedia scritta da Crawford ed interpretata adalla ormai sessantenne Bernard andò in scena il 22 aprile 1902 al Théâtre Sarah-Bernhardt di Parigi con un successo strepitoso con echi nelle Americhe e a Londra nella tournée del giugno 1902.
Il testo di Crawford non è mai stato tradotto in italiano né dall’inglese e né dal francese perchè avrebbe fatto concorrenza al testo di D’Annunzio il suo “poema di sangue e di lussuria” sul quale aveva investito tanto della sua reputazione. (1)
Di Pia de Tolomei si hanno poche notizie storiche e la sua storia è veramente circonfusa di leggenda. Sicuramente era della Famiglia di nobili e banchieri Guastelloni di Siena, aveva sposato Baldo d’Aldobrandino dei Tolomei ed era rimasta vedova con due figli . In seconde nozze aveva poi sposato Nello de’ Pannocchieschi, Signore del Castel di Pietra e Podestà di Volterra e di Lucca, Capitano della Taglia Guelfa nel 1284 e vissuto almeno fino al 1322 . Sarebbe stata assassinata ad opera del marito che la fece precipitare da una finestra del suo castello. Castel di Pietra (situato in Maremma), dopo averla reclusa, probabilmente a causa della scoperta di un’infedeltà da parte di lei, oppure per liberarsene in maniera sbrigativa, per risposarsi con Margherita Aldobrandeschi Contessa di Sovana e di Pitigliano, oppure perchè non era in grado di dargli eredi . Probabilmente non sapremo mai la vera storia di questa donna e la conosciamo solo attraverso i versi di Dante e per l’eco giunta fino a noi , e che ancora oggi richiama la nostra attenzione ,della sua morte come quella di tante altre donne vittime di abusi, maltrattamenti e femminicidi ad opera di uomini violenti e brutali.
Dante pone l’incontro con Pia nel secondo balzo dell’Antipurgatorio, luogo ove si radunano le anime di coloro “per forza morti”, ossia morti di morte violenta. Peccatori fino al termine della loro esistenza terrena, ebbero modo di pentirsi e di perdonare il proprio uccisore nell’ultimo istante di vita. E questo è ben spiegato nei vv. 52 – 56 del medesimo canto: Noi fummo tutti già per forza morti / e peccatori infino a l’ultima ora; / quivi lume del ciel ne fece accorti, / sì che, pentendo e perdonando, fora / di vita uscimmo a Dio pacificati.
«Deh, quando tu sarai tornato al mondo
e riposato de la lunga via»,
seguitò ‘l terzo spirito al secondo,
«ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ‘nnanellata pria
disposando m’avea con la sua gemma»
(Purgatorio Canto V 130-136)
Pochissimi versi che chiudono il canto V del Purgatorio e che danno un senso a tutto il canto. Ma soprattutto pochissimi versi di una storia in cui la protagonista Pia de Tolomei chiede solo di essere ricordata per la sua morte violenta e non pronuncia assolutamente il nome del suo carnefice. Una punizione grande per quest’uomo il cui nome non è degno nemmeno di essere nominato. L’anonimato dunque rappresenta in questa storia il punto di svolta di
Nelle sue parole rivolte a Dante nella Commedia, in soli 6 versi, Pia lascia di sé una memoria immortale ,distaccata e anzi dà una lezione al suo assassino perché non lo nomina mai in quanto non lo ritiene degno appunto di essere nominato.
Pia de’ Tolomei incontra il poeta fiorentino nel V canto del Purgatorio, speculare alla più nota Francesca da Rimini, protagonista, invece, del V canto dell’Inferno.
Due femminicidi che tornano quotidianamente alla nostra memoria perché questo fenomeno entra soprattutto nel nostro tempo nelle cronache di ogni giorno. Per molti motivi ma anche a causa di una cultura patriarcale che pone la donna ancora in una condizione di sudditanza, soggezione e marginalità . E mi limito qui a guardare alle letteratura. Si pensi per esempio al fatto che nella letteratura italiana sappiamo tutto di alcune donne icona come Laura, Beatrice, Francesca, Silvia ma nulla di Christine de Pizan e di Isotta Nogarola. Come pure a scuola si studia Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi, Ugo Foscolo, Eugenio Montale, Primo Levi e Italo Calvino (tutti autori di alto livello chiaramente ) ma niente di Sibilla Aleramo, Goliarda Sapienza, Elsa Morante, Alda Merini o magari del premio Nobel Grazia Deledda.
Il Ministro della Pubblica Istruzione del Regno d’Italia, Francesco de Santis, nella sua storia della letteratura italiana che pure ha tanti pregi e su cui abbiamo studiato, racconta la sua visione del mondo che non include le donne che con la loro scrittura hanno saputo non solo esprimere se stesse, ma anche raccontare la condizione di tante altre donne come loro. Come nel caso per esempio di George Sand , Charlotte Bronte e Jane Austin che riescono a dare una rappresentazione autonoma del soggetto femminile in letteratura e anche una nuova modalità di rappresentazione della donna.
Un modo diverso di guardare alle donne che non è riuscito in questi decenni a creare una cultura diversa , per esempio quella della affettività a cui vanno educati i giovani, specialmente i ragazzi. Quella cultura capace di sviluppare l’intelligenza emotiva a partire dalla consapevolezza delle proprie sensazioni, delle proprie emozioni e dei propri sentimenti e di accrescere le abilità affettive con l’obiettivo di favorire una buona relazione interpersonale. Per evitare dunque molte delle cause che determinano violenza, abuso, rabbia e prepotenza che sfociano inevitabilmente nel femminicidio.
(1)Il personaggio di Francesca da Rimini ha suscitato nei secoli delle discussioni a cominciare da Boccaccio che la vede romanticamente mentre altri ne sottolineano la negatività. Nel XVI secolo c’è una continuità di assoluzione e condanna, Nel XVIII secolo. Si predilige una Francesca adultera mettendo l’accentoproprio sul bacio come nel dipinto di Joahnn Heinrich Fussli che mette in scena proprio il momento del bacio sorpreso da Gianciotto e ugualmente quello di Marie-Philippe Coupin de la Couperie. Dall’altro rimane ancora la volontà di rappresentare il momento dell’incontro tra Dante e i due amanti, come per esempio nel quadro di Joseph Anton Konch e in quello di Vitale Sala. Anche Gustave Dorè (1861-1862), che ha illustrato l’intera commedia preferisce vedere i due amanti in verticale : Francesca stringe il collo di Paolo ed egli la guarda intensamente.
Della vicenda di Francesca oltre a pittori e illustratori si sono occupati anche musicisti . Gioachino Rossini (1792-1868) che nel terzo atto dell’Otello, opera scritta nel 1816 su testo di Francesco Berio, tratto da Shakespeare fa cantare dietro le quinte un verso di Dante “Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria” (Inferno V 121-123) con chiari riferimenti a Francesca da Rimini .