di Valter Marcone

Ieri il conto inarrestabile dei femminicidi  segnava 94. Secondo il rapporto SDGs 2025 dell’ISTAT,  dall’inizio di questo anni sono stati registrati 94 femminicidi, con l’80,3% commessi da partner o familiari. Questi dati provengono dall’aggiornamento di agosto 2025, ma le cifre definitive sono ancora in elaborazione  perché manca  ancora  un trimestre alla fine di questo 2025.

La cronaca terribile, sprezzante e impietosa racconta: uccisa sul terrazzo di casa dal suo compagno. L’ultima vittima della strage delle donne. Si chiamava Pamela Genini e aveva 29 anni. Le urla, l’allarme dei vicini, la polizia che arriva sull’uscio di casa e sfonda il portone proprio mentre l’uomo, un 52enne, la sta assassinando a coltellate sul terrazzo. La vittima era un’ex modella e imprenditrice.

La novantaquattresima vittima. E come lei le altre novantatré uccise in un contesto di violenza ci inducono a parlare delle donne che nella prospettiva  di questa nostra riflessione è un ragionare sulle donne che da oggetto poetico di sempre diventano nel corso del secolo scorso soggetto di esperienza di vita. Attraverso la condivisione di alcuni testi tratti da varie letture  che  dai primi secoli della nostra storia letteraria  attraverso l’età di mezzo  arrivano fino ad oggi. Testi in cui  , anche con molte difficoltà  la donna abbandona il ruolo di  “oggetto” poetico e di musa, per affermarsi come “soggetto “e autrice della propria esperienza e sensibilità.  Quindi testi di  autrici che  raccontano la propria  esperienza come per esempio  Sibilla Aleramo, Antonia Pozzi, Lalla Romano, Maria Luisa Spaziani e Amelia Rosselli. Queste autrici sono diventate centrali nel panorama letterario perché hanno narrato in versi le proprie vite, i propri sentimenti e il proprio vissuto interiore, spesso con un linguaggio innovativo e personale. Ma andiamo per ordine .

Il Duecento è il secolo della nascita  della poesia in volgare  nella scuola siciliana, favorita da Federico II di Svevia e ispirata alla tematica amorosa della tradizione dei trovatori provenzali. Da questa scuola nacque in Toscana  il cosiddetto  Dolce stil novo. Per i poeti di queste due scuole  la donna, che per la scuola siciliana doveva essere omaggiata  diventa per il dolce stil novo  una figura spiritualizzata  apparendo eterea e incorporea come la luce. La donna è rappresentata come un angelo, un essere divino sceso in terra per manifestare la salvezza e la bellezza di Dio.

È soprattutto in Dante che avviene il tentativo di conciliare il tema erotico con la spiritualità religiosa. La donna diventa salvifica  e l’uomo che la guarda è salvato. Cambia così la natura dell’amore: sottratto ai sensi diventa  beatitudine dell’anima  e carità, ovvero amore verso Dio e di Dio verso gli uomini.

La donna che appare è per Dante “salvezza” quando la chiama “salute” Il capitolo XXVI de la Vita nuova è il capitolo della lode alla donna amata, chiaramente Beatrice.

La lode di Beatrice culmina nei due celebri sonetti  inseriti all’interno del capitolo:

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.

Ella si va, sententosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ‘ntender no la può chi no la prova;

e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: Sospira.

Vede perfettamente onne salute
chi la mia donna tra le donne vede;
quelle che vanno con lei son tenute
di bella grazia a Dio render merzede.

E sua bieltate è di tanta vertute,
che nulla invidia a l’altre ne procede,
anzi la face andar seco vestute
di gentilezza, d’amore e di fede.

La vista sua fa onne cosa umile;
e non fa sola sé parer piacente,
ma ciascuna per lei riceve onore.

Ed è ne li atti suoi tanto gentile,
che nessun la si può recare a mente,

che non sospiri in dolcezza d’amore.

[Vita Nuova XXVI 10-13]

La donna “miracolo “ segno della potenza divina

Ne li occhi porta la mia donna Amore,
per che si fa gentil ciò ch’ella mira;
ov’ella passa, ogn’om ver lei si gira,
e cui saluta fa tremar lo core,

sì che, bassando il viso, tutto smore,
e d’ogni suo difetto allor sospira:
fugge dinanzi a lei superbia ed ira.
Aiutatemi, donne, farle onore.

Ogne dolcezza, ogne pensero umile
nasce nel core a chi parlar la sente,
ond’è laudato chi prima la vide.

Quel ch’ella par quando un poco sorride,
non si pò dicer né tenere a mente,

sì è novo miracolo e gentile.

[Vita Nuova XXI 2-4]

La trasfigurazione della donna attraverso la morte   Guido Cavalcanti

 

S’io prego questa donna che pietate
non sia nemica del suo cor gentile,
tu di’ ch’io sono sconoscente e vile
e disperato e pien di vanitate.

Onde ti vien si nova crudeltate?
Già risomigli, a chi ti vede, umile
saggia ed adorna ed accorta e sottile
e fatta a modo di soavitate.

L’anima mia dolente e paurosa
piange ne li sospir che nel cor trova
sì, che bagnati di pianto escon fore.

Allora par che ne la mente piova
una figura di donna pensosa,
che vegna per veder morir lo core.

 

Ma anche Dante sempre  ne la Vita nuova  XXIII con la canzone

Donna pietosa e di novella etate,
adorna assai di gentilezze umane,
ch’era là ’v’io chiamava spesso Morte,
veggendo li occhi miei pien di pietate,
e ascoltando le parole vane,
si mosse con paura a pianger forte.
E altre donne, che si fuoro accorte
di me per quella che meco piangia,
fecer lei partir via,
e appressarsi per farmi sentire.
Qual dicea: “Non dormire”,
e qual dicea: “Perché sì ti sconforte?”
Allor lassai la nova fantasia,
chiamando il nome de la donna mia.

Era la voce mia sì dolorosa
e rotta sì da l’angoscia del pianto,
ch’io solo intesi il nome nel mio core;
e con tutta la vista vergognosa
ch’era nel viso mio giunta cotanto,
mi fece verso lor volgere Amore.
Elli era tale a veder mio colore,
che facea ragionar di morte altrui:
“Deh, consoliam costui”
pregava l’una l’altra umilemente;
e dicevan sovente:
“Che vedestù, che tu non hai valore?”
E quando un poco confortato fui,
io dissi: “Donne, dicerollo a vui.

Mentr’io pensava la mia frale vita,
e vedea ’l suo durar com’è leggiero,
piansemi Amor nel core, ove dimora;
per che l’anima mia fu sì smarrita,
che sospirando dicea nel pensero:
– Ben converrà che la mia donna mora -.
Io presi tanto smarrimento allora,
ch’io chiusi li occhi vilmente gravati,
e furon sì smagati
li spirti miei, che ciascun giva errando;
e poscia imaginando,
di caunoscenza e di verità fora,
visi di donne m’apparver crucciati,
che mi dicean pur: – Morra’ti, morra’ti -.

Poi vidi cose dubitose molte,
nel vano imaginare ov’io entrai;
ed esser mi parea non so in qual loco,
e veder donne andar per via disciolte,
qual lagrimando, e qual traendo guai,
che di tristizia saettavan foco.
Poi mi parve vedere a poco a poco
turbar lo sole e apparir la stella,
e pianger elli ed ella;
cader li augelli volando per l’are,
e la terra tremare;
ed omo apparve scolorito e fioco,
dicendomi: – Che fai? non sai novella?
Morta è la donna tua, ch’era sì bella -.

Levava li occhi miei bagnati in pianti,
e vedea, che parean pioggia di manna,
li angeli che tornavan suso in cielo,
e una nuvoletta avean davanti,
dopo la qual gridavan tutti: “Osanna”;
e s’altro avesser detto, a voi dire’lo.
Allor diceva Amor: – Più nol ti celo;
vieni a veder nostra donna che giace -.
Lo imaginar fallace
mi condusse a veder madonna morta;
e quand’io l’avea scorta,
vedea che donne la covrian d’un velo;
ed avea seco umiltà verace,
che parea che dicesse: – Io sono in pace -.

Io divenia nel dolor sì umile,
veggendo in lei tanta umiltà formata,
ch’io dicea: – Morte, assai dolce ti tegno;
tu dei omai esser cosa gentile,
poi che tu se’ ne la mia donna stata,
e dei aver pietate e non disdegno.
Vedi che sì desideroso vegno
d’esser de’ tuoi, ch’io ti somiglio in fede.
Vieni, ché ’l cor te chiede -.
Poi mi partia, consumato ogne duolo;
e quand’io era solo,
dicea, guardando verso l’alto regno:
– Beato, anima bella, chi te vede! –
Voi mi chiamaste allor, vostra merzede”.

[Vita Nuova XXIII 17-28]

La morte è la sconfitta  dell’uomo innamorato  Guido Cavalcanti

 

Donna mia, non vedestu colui
che ’n su lo core mi tenea la mano,
quando ti rispondea fiochetto e piano
per la temenza de li colpi sui?

Elli fu amore, che, trovando nui,
meco restette che venia lontano,
a guisa d’un arcier presto soriano,
acconcio sol per uccider altrui.

E trasse poi de gli occhi toi sospiri,
i quai mi saettò nel cor sì forte
ch’i’ mi partii sbigottito, fuggendo.

Allor m’apparve di sicur la morte
accompagnata di quelli martiri,
che  soglion consumare altrui piangendo.

Dal Duecento al Novecento ci sono sette secoli in cui  il persorso  che abbiamo delineato  si  concretizza. La donna viiene vista di volta in volta in modo diverso  basti pensare alla donna del medioevo , strega o madre o religiosa , del Rinascimento cortigiana ma anche nobildonna   fino a Leopardi  con  “La donna mia”  che si riferisce a un’apostrofe presente nel componimento “La sera del dì di festa” di Giacomo Leopardi, non a una poesia intitolata proprio così. In questa poesia, il poeta si rivolge con dolore a una donna amata  oppure “Alla sua donna” dei Canti

Cara beltà che amore
Lunge m’inspiri o nascondendo il viso,
Fuor se nel sonno il core
Ombra diva mi scuoti,
O ne’ campi ove splenda
Più vago il giorno e di natura il riso;
Forse tu l’innocente
Secol beasti che dall’oro ha nome,
Or leve intra la gente
Anima voli? o te la sorte avara
Ch’a noi t’asconde, agli avvenir prepara?

Viva mirarti omai
Nulla speme m’avanza;
S’allor non fosse, allor che ignudo e solo
Per novo calle a peregrina stanza
Verrà lo spirto mio. Già sul novello
Aprir di mia giornata incerta e bruna,
Te viatrice in questo arido suolo
Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
Che ti somigli; e s’anco pari alcuna
Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
Saria, così conforme, assai men bella.

Fra cotanto dolore
Quanto all’umana età propose il fato,
Se vera e quale il mio pensier ti pinge,
Alcun t’amasse in terra, a lui pur fora
Questo viver beato:
E ben chiaro vegg’io siccome ancora
Seguir loda e virtù qual ne’ prim’anni
L’amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse
Il ciel nullo conforto ai nostri affanni;
E teco la mortal vita saria
Simile a quella che nel cielo india.

Per le valli, ove suona
Del faticoso agricoltore il canto,
Ed io seggo e mi lagno
Del giovanile error che m’abbandona;
E per li poggi, ov’io rimembro e piagno
I perduti desiri, e la perduta
Speme de’ giorni miei; di te pensando,
A palpitar mi sveglio. E potess’io,
Nel secol tetro e in questo aer nefando,
L’alta specie serbar; che dell’imago,
Poi che del ver m’è tolto, assai m’appago.

Se dell’eterne idee
L’una sei tu, cui di sensibil forma
Sdegni l’eterno senno esser vestita,
E fra caduche spoglie
Provar gli affanni di funerea vita;
O s’altra terra ne’ superni giri
Fra’ mondi innumerabili t’accoglie,
E più vaga del Sol prossima stella
T’irraggia, e più benigno etere spiri;
Di qua dove son gli anni infausti e brevi,
Questo d’ignoto amante inno ricevi.

La donna dunque diventa nella poesia del Novecento  la protagonista delle sue esperienze che racconta liberamente non   è più oggetto ma soggetto come nelle compoisizioni di alcune poetesse del Novecento  di cui  condividiamo alcune poesie  e delle notizie biografiche  sicuri che ogni lettore interessato potrà trovare  ampi  materiali di lettura e di studio  dovunque, sia in forma cartacea sia sul web.

 

Lalla Romano (1906-2001)

Graziella, detta Lalla, Romano (Demonte – 1906; Milano – 2001) è stata una delle maggiori scrittrici italiane del Novecento.
Esordì come autrice di versi (la sua prima raccolta, Fiore, è del 1941), ma si dedicò più assiduamente alla narrativa: da Le metamorfosi (1951) a Maria (1953), fino a Le parole tra noi leggere (1969, premio Strega) e ai più recenti Un caso di coscienzaHo sognato l’ospedale, Poesie (forse) inutili.
Einaudi ha pubblicato, a cura di Cesare Segre, un’antologia delle sue poesie edite.

Da Poesie a cura di Cesare Segre, un’antologia delle sue poesie edite  pubblicate da Einaudi

Amore  

Se negli occhi mi guardi, non ascolto
le tue parole;
altre parole dicono i tuoi occhi,
anzi una sola:
la più dolce, la sola che intendo.
Ma pur la temo:
ché se poi taci, ancor chieggo parole.

Distacco

 

Soffre il fiore strappato dal cespo?
Forse dolgono i gambi recisi,
più non guarda beata nel sole,
stanca piega la bella corona.

Ed a me non è ignoto quel male;
anch’io so come duole ogni vena,
quando i polsi tremanti ho staccato
che il tuo collo cingevano, amato.

Amelia Rosselli (1930-1996)

 

Figlia di l Carlo Rosselli perseguitato e assassinato per volere di Mussolini. Esemplare nella sperimentazione linguistica, fa parte della generazione di scrittori anni’ 30 che segnarono la letteratura italiana nei primi decenni del Dopoguerra

 

da “Variazioni belliche” (1959)

la mia fresca urina spargo

tuoi piedi e il sole danza! danza! danza! – fuori

la finestra mai vorrà

chiudersi per chi non ha il ventre piatto. Sorridente l’analisi

si congiungerà – ma io danzo! danzo! – incolume perché

‘l sole danza, perché vita è muliebre sulle piantagioni

incolte se lo sai. Un ebete ebano si muoveva molto

cupido nella sua

fermezza: giro! giro! come tre grazie attorno al suo punto

d’oblio!

 da “Variazioni” (1960-61)

 

L’inferno della luce era l’amore. L’inferno dell’amore

era il sesso. L’inferno del mondo era l’oblio delle

semplici regole della vita: carta bollata ed un semplice

protocollo. Quattro lenti bocconi sul letto quattro

amici morti con la pistola in mano quattro stecche

del pianoforte che ridanno da sperare.

 

 C’è come un dolore nella stanza

da “Documento” (1966-1973)

C’è come un dolore nella stanza, ed
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.

C’è come un rosso nell’albero, ma è
l’arancione della base della lampada
comprata in luoghi che non voglio ricordare
perché anch’essi pesano.

Come nulla posso sapere della tua fame
precise nel volere
sono le stilizzate fontane
può ben situarsi un rovescio d’un destino
di uomini separati per obliquo rumore.

 

Sibilla Aleramo (1876-1960)

 

Pseudonimo di Marta Felicina (Rina) Faccio, (Alessandria, 1876 – Roma, 1960), è stata poetessa e scrittrice. Tra le sue opere ricordiamo Una donna (1906), Il passaggio (1919), Andando e stando (1921) e l’epistolario tenuto con Dino Campana Un viaggio chiamato amore (2015).

 

Incendiare
la distanza e l’intera terra
e tutte le parole, vane!
Questo rantolare
non l’odi?
Questo disfarmi non vedi.
Odore delle mie braccia,
luce estiva,
fiamme, fiamme,
orrore di me se tu non torni!
Bruciarti come un tronco!
Sordo, vano amore!
Felicità sul mondo
un giorno era,
incendio sul mondo oggi
e orrore di me di te
se tu non torni!

 

ROSE CALPESTAVA

Rose calpestava nel suo delirio

e il corpo bianco che amava.

Ad ogni lividura più mi prostravo,

oh singhiozzo invano di creatura.

Rose calpestava,

s’abbatteva il pugno

e folle lo sputo

sulla fronte che adorava.

Feroce il suo male

più di tutto il mio martirio.

Ma, or che son fuggita,

ch’io muoia,

muoia del suo male.

 

Antonia Pozzi (1912-1938)

Una vita breve, di appena 26 anni, silenziosa e infelice; delle poesie che scrisse non ne pubblicò nessuna in vita. (www.antoniapozzi.it ) Sono apparse varie antologie di poesie nel corso degli anni, l’opera omnia di Antonia Pozzi, curata da Suor Onorina Dino e Graziella Bernabò, è stata pubblicata nel 2018 dalla casa editrice Ancora in un cofanetto che racchiude in tre libri tutte le poesie, i diari e le lettere( Annalisa P. Cignitti http://www.rocaille.it/ricordo-di-antonia-pozzi/)

Amor fati 

Quando dal mio buio traboccherai

di schianto

in una cascata

di sangue –

navigherò con una rossa vela

per orridi silenzi

ai cratèri

della luce promessa.

 

Maria Luisa Spaziani (1922-2014)

Scrivere è vivere e viceversa; è questa l’aspirazione, la forza che si percepisce leggendo la poesia di Maria Luisa Spaziani,. Versi sommessi, ironici e discorsivi,. Viene dissipata così l’indifferenza  ,male mortale di un secolo ; l’indifferenza che  ci uccide  , nell’illusione d’essere qualcosa che nel profondo non sentiamo

 

E lui mi aspetterà nell’ipertempo

E lui mi aspetterà nell’ipertempo,
sorridente e puntuale, con saluti
e storie che alle poverette orecchie
dell’arrivata parranno incredibili.

Ma riconoscerà, lui, ciò che gli dico?
In poche note o versi qui raccolgo
i messaggi essenziali. Un alto raggio,
aria diversa glieli tradurrà.

 

Goliarda Sapienza (1924-1996)

 

Il 30 agosto 1996, muore Goliarda Sapienza. Quella Goliarda Sapienza arrivata al grande pubblico dopo l’uscita del suo romanzo L’Arte della gioia nel 2008 per Einaudi: romanzo postumo dunque, come lo furono Appuntamento a Positano, 2015, Tre pièces, 2014, Elogio del bar, 2014, le poesie raccolte in Ancestrale, 2013, La mia parte di gioia, 2013, Il vizio di parlare a me stessa, 2011, Io, Jean Gabin, 2010, Destino coatto, 2002.(…) Nella vita precedente, per modo di dire, ha  lavorato nel cinema : la professione di attrice teatrale e di cinema iniziata negli anni ‘50 – con Citto Maselli, Alessandro Blasetti, Luchino Visconti  Recita, gira documentari con Maselli, procede alle stesure di soggetti e di sceneggiature.(…)

 

A T. M.

Quando fu che incontrasti
il tuo dolore e imparasti
a vedere che ogni donna
lo tiene ripiegato contro il seno.

Quando fu che improvviso
faccia a faccia il suo viso
sfrangiato ti si oppose
e fissasti i suoi occhi di corallo.

Fu scrutando la fronte
tra le sbarre nell’ombra
ristagnante nel cortile.
O nei segni di gesso
del percorso inventato
pel gioco sotto casa
insoluto tracciato
di rincorse snodato
nella sera.
O nel muto cadere
della palla sull’erba
nera di pioggia.

Come fu che imparasti a trasmutare
quel dolore di donna che le membra
contorce in quel bianco calore
che dal seno
alle spalle di commuove.

Tu cancelli il tremore delle labbra
con lacche rosse con risa ma nei silenzi
lo si sente gridare nelle dita
di quei rami protesi
contro i muri notturni che tu ami
nelle lame sferrate nel fogliame
lame aguzze di neon che le tue mani
brevi mani agitate di ragazzo
tagliano
ma tu neghi il dolore con merletti
e mi guardi negli occhi dove l’asfalto
si scompone in un cielo
nero di pece.

Aperture fugaci
su tramonti per viali
inquinati dalla notte
ridicono di pianti
smarrimenti, mentre
ferma mi guardi
e ti nascondi. E se
attenta mi chino
sul tuo viso tu
scrolli i capelli sulla fronte
per celare al mio amore il tuo spavento.

.

Nadia Campana (1954-1985)

Nata a Cesena l’11 ottobre 1954i. Si occupa di  etnomusicologia da studente  ,si laurea a Bologna.  Si trasferisce a Milano dove insegna in una scuola secondaria.Nel 1983  traduce  per l’editore Feltrinelli parte dell’opera di Emily Dickinson nel volume Le stanze di alabastro. È autrice di una cinquantina di poesie pubblicate nella raccolta postuma Verso la mente (1990), curata da Milo De Angelis e Giovanni Turci. È morta suicida a Milano nel 1985.

 

Noi, la lunga pianura immaginaria
ci inghiotte come sacramenti della notte
Sei stato una quantità esatta
nella pioggia che afferra i visi
Ma adesso in ogni angolo della stanza
aspetteremo fuori dall’esplosione
un legno che io, qui,
ho costruito (lasciami fare)
prodigi scelti dal caso, pioppeti da percorrere!
Il tenero è nel mezzo e nell’interno
umiltà di una porta
ascoltando treni, a un passo, come
una febbre nel ricordo esattamente
Guarda il campo
è così calmo, smisurato, stamattina.

(da “Verso la mente “

Ho fatto un grande sogno ma non ne ricordo

niente babbo amiamo le teste bruciate

dell’amore ma non la misericordia e

i chiodi come coltelli di gelosia

tra poco cadrà la strada su di te

spergiuro sulla mia infanzia scrivo

lettere, se non mi dai da mangiare

i capelli mi diventeranno come crine

e come un fucile. Notte di lupi

sprangare l’angelo del vento

qui è la piega

dove non sarà nuovo morire.

 

Scrive  dunque Nadia Campana : “Notte di lupi / sprangare l’angelo del vento / qui è la piega / dove non sarà nuovo morire”. No  non è proprio nuovo morire  e torno al pensiero iniziale di questa riflessione  in una notte  da lupi che è la storia secolare dell’emancipazione della donna. Una emancipazione che è sempre  piena  di  un “parlare “di violenza  sul corpo e sull’anima  delle donne in ogni tempo e in ogni latitudine  attraverso  guerre, privazione della libertà, prevaricazione , sottrazione dei beni necessari per una vita dignitosa. Una violenza che  specialmente  quando viene esercitata  da un uomo su una donna., da un uomo che diceva di amarla al quale la donna si affidava per protezione, complicità unità di intenti, progetti di vita è ancora più orribile.

Abbiamo così pensato di  ricordare alcune poetesse  perché  riteniamo che la poesia abbia molto contribuito  alla lotta contro la violenza sulle donne  aiutando appunto le donne  ad  abbandonare il ruolo di oggetto poetico e di musa, per affermarsi come soggetto e autrici della propria esperienza e sensibilità. Un momento di liberazione che ha contribuito a tessere quella rete  di difese che ha permesso di fare qualche passo in avanti  nella salvaguardia della integrità e della vita delle donne. Anche se la strada da percorrere è ancora lunga  a guardare gli avvenimenti  e le morti che punteggiano la quotidianità  a volte disperante se non fosse che la poesia è speranza .che “tramuta  il dolore “ che ogni donna  tiene ripiegato nel seno.