Questo libro è particolarmente dedicato ai ragazzi delle scuole elementari, i quali sono tra i nove e i tredici anni, e si potrebbe intitolare: Storia d’un anno scolastico, scritta da un alunno di terza, d’una scuola municipale d’Italia. Dicendo scritta da un alunno di terza, non voglio dire che l’abbia scritta propriamente lui, tal quale è stampata. Egli notava man mano in un quaderno, come sapeva, quello che aveva visto, scritto, pensato, nella scuola e fuori; e suo padre, in fin d’anno, corresse quelle note, studiandosi di non alterare il pensiero e di conservare, quanto fosse possibile, le parole del figliuolo. Il quale poi, quattro anni dopo, essendo già nel Ginnasio, rilesse il quaderno e v’aggiunse qualcosa di suo, valendosi della memoria ancor fresca delle persone e delle cose. Ora leggete questo libro, ragazzi: io spero che ne sarete contenti e che vi farà del bene. “

È questa l’introduzione di “Cuore” di Edmondo De Amicis  più noto a tutti come “ Il Libro Cuore” . È in sostanza una specie di vademecum della scuola  del Regno d’Italia. Racconta infatti  un anno scolastico,  quello del 1881-82,  in una scuola di Torino  vissuto da un alunno di terza elementare. L’intento dell’autore, pienamente riuscito, era quello di  offrire un libro di lettura proprio alle classi delle elementari. Proponendo valori di solidarietà come la famiglia, la religione, la patria.

Viene pubblicato nel 1886 dalla casa editrice Treves di Milano ed ha successo . Vende  quarantamila copie l’anno  e arriva a un milione nel 1923.  Proprio in quegli anni dal 1923 al 1931 il regime fascista  grazie alla “più fascista delle riforme”, come la definì Benito Mussolini, la riforma  Gentile del 1923 provvede a  quelle letture per gli alunni delle classi elementari introdotte appunto dal Libro di lettura nell’anno scolastico  1930-31 ovvero  il Testo unico di Stato  che conteneva   testi su cui studiare, rivisti “non solo a livello scientifico ma anche politico, negando con il testo unico, ogni scelta didattica”.  Testi che riproponevano appunto i valori di Cuore seppure fortemente  adattati all’ideologia fascista. Con un controllo sull’operato degli insegnanti che non avevano alcuna autonomia.

Una condizione dunque  quella del testo unico e quello dell’assoggettamento degli insegnanti che perdurerà  oltre gli anni Cinquanta  del Novecento.  Ci vorranno progetti , programmi ed idee innovative  come quelli di uomini e donne come Mario Lodi, con la sua promozione di un’istruzione partecipativa e democratica attraverso il Movimento di Cooperazione Educativa, e Don Lorenzo Milani, con il suo esperimento di scuola democratica a Barbiana, per cominciare a cambiare la scuola  soggetta , senza pace , a continue riforme  a partire dagli anni Sessanta, Settanta e Ottanta del Novecento  fino ad oggi , tenuto conto che negli ultimi venti anni, tra il 2000 e il 2020 si sono susseguiti nel nostro Paese ben cinque interventi di riforma, alcuni più significativi, altri meno, ma tutti finalizzati a promuovere la modernizzazione del sistema di istruzione.

La scuola degli anni Cinquanta  rimaneva quella che l’ideologia fascista aveva voluto :  uno strumento di regime.  Rigore,  punizioni corporali, e propaganda  per la  la formazione di “fascisti del futuro”. Subendo anche l’influsso delle leggi razziali  del 1938  che esclusero studenti e insegnanti ebrei. La  riforma Gentile infine creò un sistema scolastico selettivo e classista, successivamente politicizzato con l’introduzione del testo unico, l’obbligo del giuramento di fedeltà per gli insegnanti e l’affiancamento di organizzazioni come la  Gioventù italiana del Littorio  (GIL) per inquadrare i giovani. Una istruzione, quella degli anni Cinquanta che si portava dietro efficacemente alcuni fondamenti  del regime ,  e che di generazione in generazione, ogni tanto ricompaiono, malgrado lo sforzo  fatto dai costituenti per dare al nostro paese una carta di diritti e doveri  che affermasse il valore di una cittadinanza attiva .

Strascichi, dunque  di quella   ideologia si ritrovano ancora negli anni Cinquanta nella scuola  mentre  il  13% circa  della popolazione  non sa  leggere né scrivere secondo i dati del censimento del 1951. Le letture in questa scuola  presentavano i  temi di famiglia, patria e lavoro come valori fondamentali e pilastri della nuova Italia post-bellica. “Dio, patria e famiglia“, durante il regime fascista, era uno slogan scritto ovunque, all’entrata degli uffici, sulle pareti dei paesi, e continuano a permeare molti ambiti della vita  , compreso dunque anche quello scolastico ,ricordando che secondo la riforma Gentile “la scuola non è per tutti”.

Qui ora mi sembra importante, proprio in riferimento a quello che ho accennato, riproporre al lettore alcune poesie sulla scuola che venivano inserite negli anni Cinquanta in quel testo unico di lettura che fungeva da punto di riferimento anche se man mano, con il passare degli anni, meno essenziale.

 

Ecco l’Italia di Renzo Pezzani

Se incontri una donna giovane,
forte, bella, con in braccio il suo
bambino e un pane nella mano,
quella è l’Italia.
Se vedi un contadino arare il
campo, mietere il grano, quello è
l’Italia.
Se vedi un marinaio sollevare
l’àncora dal mare e stendere la
vela, quello è l’Italia.
Se vedi un soldato ubbidire al
comando d’un superiore, quello è
l’Italia.
Se vedi un mutilato di guerra,
quello è l’Italia.
Se vedi una donna piangere
sulla tomba d’un Caduto, quella
è l’Italia.
Se senti una voce che dice:
– Coraggio! Nel lavoro e nella
concordia godremo la libertà e la
pace, – è l’Italia che parla.

Certamente è un’Italia nuova  in cui le poesie  nei Sussidiari celebrano valori  come la religione, la famiglia ,  e  il lavoro  che pur riflettendo a volte l’ideologia fascista, comunciano ad essere visti in modo diverso anche perchè tra gli autori  presenti in quei libri, che diventeranno ben presto le cosidette “ antologie “ , si trovano nomi  celebri  come Pascoli, Carducci e Leopardi, affiancati da poeti didattici come Zietta Liù e poeti patriottici come Bosi e Mercantini. I temi  allora  della famiglia , religione  scuola e patria  sono  finalizzati alla costruzione di un” nuovo tipo di consenso e quindi ad una nuova identità nazionale”.  Una raccolta di poesie presenti  nei sussidiari degli anni Cinquanta  è contenuta in un volume dal titolo “ Che dice la pioggerellina di marzo. Le poesie dei libri di scuola degli anni Cinquanta”, Manni editore, 2016.

 

Sul risvolto di copertina di quel volume si legge : “”L’albero cui tendevi la pargoletta mano; Ei della gondola, qual novità; Il morbo infuria, il pan ci manca; Eran trecento eran giovani e forti; O Valentino vestito di nuovo; Partì in guerra e mise l’elmo; La donzelletta vien dalla campagna… ” Intere generazioni formatesi negli anni Cinquanta conoscono ancora a memoria i versi imparati a scuola, che siano opere di autori celebri o filastrocche dei “poeti dei banchi”, i quali scrivevano appositamente e unicamente per i testi scolastici: Pezzani, Novaro, Ada Negri, Zietta Liù, Lina Schwarz, ma anche Diego Valeri, Moretti, Pascoli, Leopardi, Carducci e perfino D’Annunzio, accanto ai “patrioti” Bosi, Mercantini, Fusinato, Giusti. In questa antologia sono raccolte le poesie più diffuse sui libri delle scuole elementari e medie di quegli anni, che dimostrano la continuità culturale e pedagogica della Repubblica con il ventennio fascista. L’esaltazione dei valori quali religione, patria, famiglia, conformismo, etica del lavoro, propria del fascismo, prosegue infatti nel dopoguerra, e il libro di testo si conferma uno strumento di costruzione del consenso come era avvenuto nel passato. Il volume ha una struttura per sezioni che riprende quella dei sussidiari dell’epoca, con i temi: Famiglia, Affetti, Scuola, Religione, Patria, Lavoro, Povertà e rassegnazione, Storia, Natura e Giocose.  “

 

Una  raccolta simile si intitola “Cloffete cloppete clocchete”, Manni editore, 2017,che viene così descritto sempre sul risvolto di copertina: Se in “Che dice la pioggerellina di marzo” erano raccolte le poesie più diffuse nei libri di scuola degli anni Cinquanta, e l’elemento caratterizzante era la piena continuità di contenuti e autori rispetto alle antologie del periodo fascista, in “Cloffete cloppete ciocchete” si fa un passo in avanti, e il riferimento temporale diventa quello degli anni Sessanta. Vi è una netta rottura dovuta al diverso clima sociale e culturale: irrompono nella scuola temi quali l’ambiente, il consumismo, il razzismo, il Terzo Mondo, il pacifismo, La Resistenza, il mal di vivere; e vi è una diversa visione di quelli tradizionali come la famiglia, la scuola, il lavoro, la natura. Anche gli autori cambiano: accanto ai classici italiani (Pascoli, Leopardi, Manzoni, d’Annunzio) troviamo i contemporanei (da Montale a Quasimodo, da Ungaretti a Fortini, Saba, Calvino, Pavese), la novità dei poeti stranieri (Rilke, Neruda, Lorca, Prevért, Brecht, Auden, Edgar Lee Masters, Rimbaud e Baudelaire), quella più deflagrante dei cantautori (Gaber, De André), e ai “poeti di banco” (Zietta Liù, Pezzani, Lina Schwarz, Novara) si accosta Gianni Rodari. È iniziata la scuola nuova, che all’istruzione affianca l’educazione, la formazione dei cittadini della democrazia. “

“L’albero a cui tendevi la pargoletta mano “ è invece una raccolta dell’editore Mursia ,1979, in cui nella prefazione, Carlo Vigorelli ricordava la scuola che non disdegnava di “fare imparare a memoria” le poesie, esercizio che non di rado diventava cibo per lo spirito, perché il verso si trasformava da mero esercizio meccanico, in una categoria dell’anima, conformandosi alle diverse personalità degli allievi, cosicché nel tempo, che sembra falciare tutto il passato, riaffiorava a volte inconsciamente sulle loro labbra come qualcosa di prezioso che non era andato perduto: ricordi?

C’è poi: La poesia per bambini dentro e fuori scuola nel primo Novecento di Luciana Pasino che viene così descritta : “Nel primo Novecento, la poesia italiana per bambini vive una stagione felice e aperta alle molteplici esperienze della lingua poetica contemporanea, grazie al contributo di Pascoli e dei crepuscolari, mentre sul versante della scuola, grazie agli stimoli del pedagogista Giuseppe Lombardo Radice, estensore dei programmi per la scuole elementari del 1923, comincia ad avviarsi una attenta riflessione sulla poesia nei libri di testo. Ma l’introduzione nel 1929 del libro unico di stato e il progressivo accentuarsi del condizionamento ideologico provocano un generale effetto frenante, e, con l’allontanarsi dei poeti affermati, la poesia giovanile non procede più di pari passo con le sperimentazioni poetiche contemporanee e tende a diventare un genere per epigoni e  specialisti . (https://doi.org/10.4000/transalpina.2378 )

Il  lavoro dunque  era rappresentato come un’attività onorevole, quotidiana e necessaria, spesso legata al mondo rurale o artigianale. Il lavoro che veniva visto nel modo che segue proprio nei programmi scolastici :

Secondo i programmi del 1945 .Programmi di studio per le Scuole Elementari

(D.M. 9 febbraio 1945 e D.L. 24 maggio 1945, n.459) LAVORO

Avvertenze Il lavoro è fonte di vita morale e di benessere economico e deve avere nell’insegnamento un’adeguata importanza. E’ necessario che le nuove generazioni riconoscano

nel lavoro la principale risorsa della nostra economia e il mezzo più efficace per la rinascita nazionale. Solo col lavoro si possono stabilire saldi e pacifici rapporti di collaborazione tra i popoli. Le esercitazioni di lavoro sono affidate all’iniziativa dell’insegnante, ma più ancora a quella degli alunni. Per evitare che si risolvano in un vacuo e disordinato dilettantismo, se ne è fissata una pratica ripartizione in tre tipi:  a)lavoro artigiano; b) lavoro agricolo; c) lavoro femminile. Nelle prime classi, tanto per i bambini che per le bambine, si partirà da un lavoro spontaneo ricco di suggestioni ricreative, per giungere gradualmente, nel corso elementare superiore, ad un’autentica attività lavorativa, sempre tenendo presente le limitate possibilità realizzative dell’alunno, in

rapporto all’età e ai mezzi materiali a sua disposizione. Comunque, si cercherà di conseguire in ogni lavoro un risultato di pratica utilità. Il lavoro pertanto abbia sempre nella scuola valore educativo; educhi cioè l’occhio, la mano, il gusto e la immaginazione, dando nello stesso

tempo un razionale sfogo a quell’amore del fare, del costruire da sé, del congegnare con pochi mezzi, che è proprio del fanciullo, e faccia sentire la dignità dell’umana fatica anche nelle sue più modeste manifestazioni. Nel lavoro, a bene intenderne la sfera d’azione, confluiscono tutti gli insegnamenti, ma specialmente quello del disegno, senza del quale non si giungerà mai ad ottenere lavori apprezzabili e precisi. Quando la natura del lavoro e la sua organizzazione lo consentano, si costituiscano delle piccole cooperative e si attuino le più elementari forme di lavoro collettivo o per squadre e per serie progressive. Le esercitazioni di lavoro artigiano, che sarà attuato, ov’è possibile, in relazione all’artigianato locale, offriranno pratici sussidi agli insegnanti, con la costruzione, la raccolta e la conservazione di materiale didattico vario. Sarà questa un’efficace difesa contro il facile rischio di cadere in esercitazioni vuote e formalistiche, quando non si riesca a concretare altri tipi di lavoro. E’ opportuno, a questo proposito, aggiungere che l’insegnante potrà fare eseguire lavori artigiani veri e propri soltanto se dotato di una sufficiente preparazione tecnica, in modo da non dover ricorrere all’aiuto di altre persone, il che menomerebbe la sua autorità e il suo prestigio. L’insegnante, infine, non ha obbligo di applicare il programma che si suggerisce; l’essenziale è che ne colga lo spirito animatore…

Nelle poesie dunque dei banchi di scuola che parlano di lavoro questo viene  visto come dovere e virtù, dovere morale. Le poesie descrivevano spesso la vita nei campi, le stagioni e il lavoro degli artigiani, con un forte richiamo alle tradizioni. Fatica e impegno dei genitori sono enfatizzati  con un forte  legame tra lavoro, terra e patria. Un mondo dunque in cui l’agricoltore viene dipinto come una figura umile e laboriosa, che lavora la terra con dedizione, spesso in armonia con la natura.

Ecco dunque in concreto  una scelta di poesia sul lavoro  da Giovanni Pascoli  a Giacomo Leopardi, a Gabriele D’Annunzio, Renzo Pezzani ed altri.

 

Il tesoro, di Giovanni Pascoli

C’era una volta un vecchio

contadino

che aveva un suo campetto e la sua

marra

e tre figlioli. Giunto al lumicino,

volle i suoi tre figlioli accanto al

letto.

« Ragazzi – disse – vado al mio

destino

ma vi lascio un tesoro: è nel

campetto ».

E non potè dir altro, o non volle.

A mente i figli tennero il suo detto.

Quando fu morto, quelli il piano., il

colle

vangano, vangano, vangano; invano

voltano al sole e tritano le zolle:

niente! Ma, pel raccolto, quando il

grano

vinse i granai, lo videro il tesoro

che aveva detto il vecchio; era in lor

mano,

era la vanga dalla punta d’oro.

 

 

Il sabato del villaggio di Giacomo Leopardi

La donzelletta vien dalla campagna,
In sul calar del sole,
Col suo fascio dell’erba; e reca in mano
Un mazzolin di rose e di viole,
Onde, siccome suole,
Ornare ella si appresta
Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
Su la scala a filar la vecchierella,
Incontro là dove si perde il giorno;
E novellando vien del suo buon tempo,
Quando ai dì della festa ella si ornava,
Ed ancor sana e snella
Solea danzar la sera intra di quei
Ch’ebbe compagni dell’età più bella.
Già tutta l’aria imbruna,
Torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre
Giù da’ colli e da’ tetti,
Al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno
Della festa che viene;
Ed a quel suon diresti
Che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
Su la piazzuola in frotta,
E qua e là saltando,
Fanno un lieto romore:
E intanto riede alla sua parca mensa,
Fischiando, il zappatore,
E seco pensa al dì del suo riposo.

Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
E tutto l’altro tace,
Odi il martel picchiare, odi la sega
Del legnaiuol, che veglia
Nella chiusa bottega alla lucerna,
E s’affretta, e s’adopra
Di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba.

Questo di sette è il più gradito giorno,
Pien di speme e di gioia:
Diman tristezza e noia
Recheran l’ore, ed al travaglio usato
Ciascuno in suo pensier farà ritorno.

Garzoncello scherzoso,
Cotesta età fiorita
E’ come un giorno d’allegrezza pieno,
Giorno chiaro, sereno,
Che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo’; ma la tua festa
Ch’anco tardi a venir non ti sia grave.

 

I pastori di Gabriele D’Annunzio

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natia
rimanga ne’ cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
La greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquio, calpestio, dolci romori.

Ah perché non son io cò miei pastori?

I seminatori  di Gabriele  D’Annunzio   dalla raccolta “La Chimera”, insieme ad altre liriche scritte fra il 1883 e il 1889 e nello specifico della sezione Rurali, che risente dell’influenza carducciana  esaltanti i valori  della terra e dei contadini .

 

Van per il campo i validi garzoni
guidando i buoi da la pacata faccia;
e, dietro quelli, fumiga la traccia
del ferro aperta alle seminagioni.

Poi, con un largo gesto delle braccia,
spargon gli adulti la semenza; e i buoni
vecchi, levando al ciel le orazloni,
pensan frutti opulenti, se a Dio piaccia.

Quasi una pia riconoscenza umana
oggi onora la Terra. Nel modesto
lume del sole, al vespero, il nivale

tempio dei monti innalzasi: una piana
canzon levano gli uomini, e nel gesto
hanno una maestà sacerdotale.

La scelta del mestiere di Lina Schwarz

“Ho da scegliermi un mestiere”,
pensa Piero tutto il giorno.
“Se facessi il panettiere?
Oh, ma scotta troppo il forno!…
Se facessi il muratore?
Ma il mestiere è tanto duro!
Forse forse il minatore…
Ma star sempre giù all’oscuro!
Potrei fare l’imbianchino…
E se piglio il torcicollo?
Mi farò spazzacamino!
E se il tetto mi dà un crollo?
Ho da fare il macellaio?
Bè! quel sangue mi fa orror!
O se andassi marinaio?
Ma del mare ho un tal terror!…”.
Così Piero tutto il giorno,
per cercar la professione,
se ne va girando intorno
sfaccendato e bighellone.
Cerca cerca, il tempo passa…
nulla impara e nulla sa,
e se in ozio ora s’ingrassa,
come mai la finirà?

 La semina del grano di Lina Schwarz

Passa l’aratro sul terreno molle
e segue il solco tra le brune zolle.
Apre le braccia la materna terra
e accoglie il seme biondo, piccoletto,
poi nel suo seno con amor lo serra;
tutto l’inverno se lo tiene stretto:
lo culla sotto il gelo, lieve lieve
nanna gli canta al suon della bufera,
lo copre col mantel bianco di neve.
E il seme dorme e sogna primavera;
sogna di germogliar nel pane mio.
Veglia sul grano seminato Iddio.

La canzone del fabbro ferraio di Francesco Dell’Ongaro

Nuda la fronte, le braccia nude,
desto coi primi raggi del di,
batto il metallo sopra l’incude
poi che la famma lo rammollì.

Questa mia vita, dura a vederla,
forza m’accresce, mi dà piacer;
questo sudore che il crin m’imperla
è la corona del buon artier.

Picchia, o martello, squilla sonoro!
Viva l’Italia! Viva il lavoro!

Ricco, che poltri ne la tua noia,
non c’invidiare l’allegro umor:
non sai che il Cielo versa la gioia
a chi la compra col suo sudor?

Se a me, se ai figli ch’Ei mi destina
basta il guadagno de la mia man,
bella tra il fumo la mia fucina,
più che la reggia del gran Sultan!

Picchia, o martello, squilla sonoro!
Viva l’Italia! Viva il lavoro!

Ogni arte ha d’uopo dell’arte mia;
più giovo agli altri, meglio ne sto:
presto a ciascuno ciò ch’ei desia,
lieto e superbo del ben ch’io fo.

Amo la pace più che la guerra,
che gioia ai popoli promette invan:
foggio l’aratro ch’apre la terra
onde la gente s’abbia il suo pan.

Picchia, o martello, squilla sonoro!
Viva l’Italia! Viva il lavoro!

Ma se il nemico sopra ci cade,
ben altri arnesi foggiar saprò:
batterò stocchi, pugnali e spade,
e nel suo sangue li temprerò.

Al primo grido che chiami al brando
da fabbro a un tratto sarò guerrier!
Ho braccio e core, vedrem fin quando
ci terran fronte questi stranier!

Picchia, o martello, squilla sonoro!
Viva l’Italia! Viva il lavoro!

L’ arrotino di Renzo Pezzani

Arriva l’arrotino
e si ferma ai cancelli
e chiama il contadino
che gli porti i coltelli,
le forbici, le scuri.

Tutti quei ferri oscuri
invecchiati nei campi
ora mandano lampi.

 

Trebbiatura di Enrico Panzacchi

Meriggio. La macchina trebbia
ansando con rombo profondo.
Il grano, rigagnolo biondo,
giù scorre. Nell’aria è una nebbia

sottile. Sogguarda per l’aria
il nonno, con faccia rubizza.
Nell’aria una rondine guizza,
radendo la bassa grondaia.

E intanto, che ressa sul ponte,
tra i mucchi di spighe e di paglie,
col sole che gli occhi abbarbaglia,
col sole che affuoca ogni fronte!

Le donne di rosse pezzuole
avvolgon le trecce sudanti.
Non s’odon né risa, né canti.
Ma il nonno: “Su, allegre, figliole”.

Il bove di Giosuè Carducci

T’amo, o pio bove; e mite un sentimento
Di vigore e di pace al cor m’infondi,
O che solenne come un monumento
Tu guardi i campi liberi e fecondi,

0 che al giogo inchinandoti contento
L’agil opra de l’uom grave secondi:
Ei t’esorta e ti punge, e tu co ‘l lento
Giro de’ pazienti occhi rispondi.

Da la larga narice umida e nera
Fuma il tuo spirto, e come un inno lieto
Il mugghio nel sereno aer si perde;

E del grave occhio glauco entro l’austera
Dolcezza si rispecchia ampio e quieto
Il divino del pian silenzio verde.

Vendemmia di Ada Negri

E fu per la bianca corsia
un verde apparir di vigneti
pampinei, nell’oro
del sole d’ottobre: un cadere
di grappoli d’uve ben gonfi,
ben densi di vivido succo,
dolce sangue, dolce miele,
per entro i capaci canestri.
E canti furono, canti
di fresche giovani vendemmiatrici
erti i canestri sul capo
fra l’eterna bellezza del cielo
e l’eterna bontà della terra.