di Valter Marcone

 

SONO UNA CREATURA
Valloncello di Cima Quattro il 5 agosto 1916

Come questa pietra
Del S. Michele
Così fredda
Così dura
Così prosciugata
Così refrattaria
Così totalmente
Disanimata

Come questa pietra
È il mio pianto
Che non si vede

La morte
Si sconta
Vivendo.

 

Sono le pietre delle macerie  di un intero insediamento ,quello dei palestinesi  della striscia di Gaza  che assomigliano alle pietre del Carso  ricordate nella poesia di Ungaretti  che con esplicito riferimento alla morte ci fa venire in mente tutte queste morti  causate  nella popolazione  palestinese  a opera dell’esercito israeliano. Un Israele il cui governo dopo il pogrom del  sette ottobre 2023  da parte di Hamas  che ha causato 1.400  morti tra civili e militari,  trascinandone a Gaza altre 240.in ostaggio ,   ha ininterrottamente autorizzato, voluto e messo in atto un progetto di eliminazione del popolo palestinese fino alla pulizia etnica. Si parla infatti di sgomberare la striscia di Gaza dell’intera popolazione  palestinese per  cancellare  in questo modo il pericolo rappresentato da Hamas  per la cui eliminazione ininterrottamente fino ad oggi si sono susseguiti i raid dell’esercito israeliano su quella terra. Con  un prezzo altissimo  pagato dalla popolazione  civile  le cui abitazioni, scuole, università, infrastrutture civili, ospedali sono state rase al suolo  perchè potenzialmente rifugio dei guerriglieri di Hamas   e prigioni degli ostaggi. Ancora decine di uomini e donne, fatti prigionieri durante i raid del sette ottobre 2023 restano  nei nascondigli  e forte si è fatta la voce dei parenti che reclamano, con manifestazioni e adunate settimanali,  dal governo  la loro liberazione e la fine della guerra.  Le cifre  di questa carneficina dell’inerme popolo palestinese sono spaventose  . Le vittime  ammontano dopo due anni di incessanti incursioni nei quaranta chilometri della striscia di Gaza a  53mila palestinesi uccisi fino a maggio 2025,  di cui soltanto 8.900 sono stati identificati come combattenti di Hamas o della Jihad islamica palestinese. Tutti gli altri, oltre 44mila persone, risultano civili. Come risulta da una ‘inchiesta congiunta di  Guardian,972 Magazine e Local Call.,

Senza contare che  secondo uno studio  di  The Lancet, uno dei più importanti giornali scientifici del mondo,  i morti a Gaza sono molti di più di quelli dichiarati nelle stime ufficiali: il 40% in più. Il 90 per cento della popolazione nella Striscia è sfollata, il freddo e la pioggia rendono difficile la vita nelle tende. Il cibo non arriva in modo regolare e le persone hanno a disposizione un terzo dell’acqua pulita rispetto a quello che è considerato il fabbisogno minimo Condizioni che determinano il  fenomeno della malnutrizione   che interessa migliaia di bambini che soffrono la fame.

Un eccidio che ci ricorda altre cifre spaventose  come quelle della prima guerra mondiale che vide il poeta Giuseppe Ungaretti soldato in prima linea nelle trincee del  Carso.  Una esperienza che  Ungaretti  racconterà con i suoi versi .Giuseppe Ungaretti  come altri intellettuali allo scoppio della Prima Guerra mondiale  si arruolò, per far fede al suo interventismo nel 19° Reggimento di fanteria della Brigata “Brescia”. Combatté per due anni  nelle trincee del Carso dove fu appunto combattuta una guerra  di posizione e di logoramento .

In quei due anni  scrisse sul suo taccuino le poesie  pubblicate  nel 1916 per  interessamento del giovane ufficiale Ettore Serra che le fa stampare nella raccolta Il Porto sepolto. Le poesie di guerra   faranno parte poi  della raccolta , Allegria di naufragi del 1919 e segnano non solo l’inizio della sua fama letteraria ma quello di una vera e propria rivoluzione della poesia italiana.

Ed è allo stesso modo più di un secolo dopo,  la poesia degli uomini e delle donne che a Gaza hanno guardato  per cantare la resistenza di un intero popolo . .Quella stessa che sul  Carso vide  il poeta  che non era più un uomo  fatto di carne ed ossa ma  ormai una simbiosi con terra e pietre , macerie  senz’anima. Un uomo   che ha perduto anche la capacità di piangere . Una poesia  che non ha abbandonato però la capacità di amare  e di vivere in sé il dolore degli altri, di un intero popolo .

Come le poesie contenute nel volume pubblicato da Fazi “ AAVV  Il loro grido è la mia voce .Poesie per Gaza “ in cui la poesia è un atto di resistenza .

La poesia come atto di resistenza. La forza delle parole come tentativo di salvezza. È questo il senso più profondo delle trentadue poesie di autori palestinesi raccolte in questo volume, in gran parte scritte a Gaza dopo il 7 ottobre 2023, nella tragedia della guerra in Palestina, in condizioni di estrema precarietà: poco prima di essere uccisi dai bombardamenti, come ultima preghiera o testamento poetico.

È la descrizione del contenuto di un volume pubblicato da Fazi  curato da  Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini, Leonardo Tosti  con la prefazione di Ilan Pappé e  interventi di Susan Abulhawa e Chris Hedges .Traduzione dall’arabo di Nabil Bey Salameh ,Traduzione dall’inglese di Ginevra Bompiani ed Enrico Terrinoni : “ AAVV  Il loro grido è la mia voce. Poesie per Gaza

«Posso scrivere una poesia / con il sangue che sgorga». Yousef Elqedra

«La libertà per cui moriamo / non l’abbiamo mai sentita». Haidar al-Ghazali

«La poesia nella mia prigione / È nutrimento / È acqua e aria». Dareen Tatour

«Se devo morire, / che porti speranza, / che sia una storia». Refaat Alareer

La raccolta di poesie viene così descritta sul sito dell’editore: “La poesia come atto di resistenza. La forza delle parole come tentativo di salvezza. È questo il senso più profondo delle trentadue poesie di autori palestinesi raccolte in questo volume, in gran parte scritte a Gaza dopo il 7 ottobre 2023, nella tragedia della guerra in Palestina, in condizioni di estrema precarietà: poco prima di essere uccisi dai bombardamenti, come ultima preghiera o testamento poetico (Abu Nada, Alareer), mentre si è costretti ad abbandonare la propria casa per fuggire (al-Ghazali), oppure da una tenda, in un campo profughi dove si muore di freddo e di bombe (Elqedra). Come evidenzia lo storico israeliano Ilan Pappé nella prefazione, «scrivere poesia durante un genocidio dimostra ancora una volta il ruolo cruciale che la poesia svolge nella resistenza e nella resilienza palestinesi. La consapevolezza con cui questi giovani poeti affrontano la possibilità di morire ogni ora eguaglia la loro umanità, che rimane intatta anche se circondati da una carneficina e da una distruzione di inimmaginabile portata». Queste poesie, osserva Pappé, «sono a volte dirette, altre volte metaforiche, estremamente concise o leggermente tortuose, ma è impossibile non cogliere il grido di protesta per la vita e la rassegnazione alla morte, inscritte in una cartografia disastrosa che Israele ha tracciato sul terreno». «Ma questa raccolta non è solo un lamento», nota il traduttore Nabil Bey Salameh. «È un invito a vedere, a sentire, a vivere. Le poesie qui tradotte portano con sé il suono delle strade di Gaza, il fruscio delle foglie che resistono al vento, il pianto dei bambini e il canto degli ulivi. Sono una testimonianza di vita, un atto di amore verso una terra che non smette di sognare la libertà. In un mondo che spesso preferisce voltare lo sguardo, queste poesie si ergono come fari, illuminando ciò che rimane nascosto». Perché la scrittura, come ricordava Edward Said, è «l’ultima resistenza che abbiamo contro le pratiche disumane e le ingiustizie che sfigurano la storia dell’umanità». (1)

La poesia sulla guerra più  conosciuta di Giuseppe Ungaretti è  “Veglia”

VEGLIA
Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Un’intera nottata
Buttato vicino
A un compagno
Massacrato
Con la bocca
Digrignata
Volta al plenilunio
Con la congestione
Delle sue mani
Penetrata
Nel mio silenzio
Ho scritto
Lettere piene d’amore

Non sono mai stato
Tanto
Attaccato alla vita.

Il poeta  in questa poesia non contempla il corpo del suo commilitone  morto con le mani congelate  e la bocca storta nel rigor mortis  ma scrive  con i suoi versi una lettera d’amore alla vita.

E’ la lettera di amore alla vita che scrivono anche i poeti palestinesi :

Gaza non si vanta delle sue armi, né del suo spirito rivoluzionario, né del suo bilancio. Lei offre la sua pellaccia dura, agisce di spontanea volontà e versa il suo sangue. Gaza non è un fine oratore, non ha gola. È la sua pelle a parlare attraverso il sangue, il sudore, le fiamme. Per questo, il nemico la odia fino alla morte, la teme fino al punto di commettere crimini e cerca di affogarla nel mare, nel deserto, nel sangue. […]
I nemici possono avere la meglio su Gaza. (Il mare grosso può avere la meglio su una piccola isola).

Possono tagliarle tutti gli alberi.
Possono spezzarle le ossa.
Possono piantare carri armati nelle budella delle sue donne e dei suoi bambini. Possono gettarla a mare, nella sabbia o nel sangue.
Ma lei:
non ripeterà le bugie.
Non dirà sì agli invasori.
Continuerà a farsi esplodere.
Non si tratta di morte, non si tratta di suicidio. Ma è il modo in cui Gaza dichiara che merita di vivere.[2]

Un   brano  di Mahmud Darwish , a pochi anni dall’occupazione militare israeliana della Striscia avvenuta con la Guerra dei sei giorni del 1967. Si trova all’interno del suo Diario di ordinaria tristezza, una raccolta di scritti in prosa poetica e meditazioni su vari temi, pubblicato nel 1973.

Della poesia come atto di resistenza  a Gaza ne parla anche Simone Sibilio su Micro Mega  in un articolo del  15 febbraio 2024 che  ripercorre la storia di Gaza narrata dai suoi scrittori e poeti. Dalla Nakba del 1948 fino agli incessanti bombardamenti di oggi. /(3)

 

Ma Gaza ormai  è un ammasso di macerie : delle abitazioni, scuole, infrastrutture, ospedali. Ma è anche un ammasso di macerie  dell’anima  come San Martino al Carso

 

SAN MARTINO SUL CARSO
Valloncello dell’albero isolato il 27 agosto 1916

Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro

Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto

Ma nel cuore
Nessuna croce manca
È il mio cuore
Il paese più straziato

 

Una situazione che sta precipitando perché  dal 21 agosto 2025  le autorità israeliane hanno iniziato ad occupare l’intera Striscia di Gaza. Una storia di occupazioni iniziata molti anni fa.  I territori palestinesi occupati da Israele, da anni, sono la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. Quest’ultima  secondo gli accordi di Oslo  sarebbe dovuta essere divisa in tre parti .Previsione largamente disattesa perché le occupazioni israeliane di quel territorio  sono quasi il 60%  per una parte  ,mentre le incursioni dell’esercito   sulle altre due parti in realtà  le rendono “oggetto “ di Israele stessa come avvenuto con l’operazione  del gennaio 2025, “Iron Wall”, con l’occupazione dei campi profughi di Jenin e Nur Shams. Da ultimo  l’approvazione  da parte  del governo di Tel Aviv  di  un piano di insediamento tra Gerusalemme Est e Ma’ale Adumim, che potrebbe dividere la Cisgiordania in due, attestando quindi il suo potere nell’area. (4).Senza contare  del piano  di ispirazione internazionale che vorrebbe fare  della Striscia di Gaza un “ resort” del Mediterraneo.

 

Un contesto che propone un esodo anche se volontario ,probabilmente irrealizzabile perché si tratta di  trasferire in altri paesi milioni di palestinesi  ; un esodo che da sempre  Israele propugna  e a cui  ha dedicato  un lungo poema anche la poetessa May Sayigh (1940-2023), costretta a lasciare Gaza nel 1956 e a migrare di luogo in luogo al seguito dell’OLP.

[…] Gli aerei da guerra ti scelgono, ti scoprono,
piantano dentro te la loro oscurità.

Come inizierai la storia del raccolto
da quelle ultime visioni annebbiate?
Gli aerei da guerra ti selezionano
all’inizio del sonno
alla fine del sonno.
Quante volte il cielo ti è esploso d’odio addosso?
Quante volte sei stato preso da parte?
A quanti massacri sei sopravvissuto?
Ora, raccogli tutte le ferite, rifugiandoti nella morte,
indossando sogni come ali. [5]

Poesia  tratta  da Handal, N. (ed.), The Poetry of Arab Women. A Contemporary Anthology, Interlink Books, New York – Northampton 2001, pp. 279-280. e pubblicata su Micro Mega ,articolo citato https://www.micromega.net/gaza-sopravvivere-allorrore-in-poesia

Un esodo che  profeticamente Giuseppe Ungaretti  richiama in questa sua poesia

GIROVAGO
Campo di Mailly maggio 1918

In nessuna
Parte
Di terra
Mi posso
Accasare

A ogni
Nuovo
Clima
Che incontro
Mi trovo
Languente
Che
Una volta
Già gli ero stato
Assuefatto

E me ne stacco sempre
Straniero

Nascendo
Tornato da epoche troppo
Vissute

Godere un solo
Minuto di vita
Iniziale
Cerco un paese
Innocente

Il poeta  in questi versi  va alla ricerca  di una vita prima  di quella grande tragedia della guerra. Una vita  di prima  ,innocente e non in grado di nuocere.  Una salvezza insomma che cerca anche Hend Joudah Poetessa dal campo profughi di Al-Breij, Gaza che ha pubblicato due raccolte di poesie, intitolate “Qualcuno se ne va sempre” e “Niente zucchero in città”. Quando afferma : “

Rullano i tamburi
Fanno venire l’amaro in bocca
Fanno a pezzi la luce del giorno
Trasformano le città in mucchi di pietre
E gli abiti puliti in un sogno.
(Da Tamburi di Hend Joudah, traduzione di Samuela Pagani)

«Scrivere è quello che so fare meglio e amo. Scrivere poesie in guerra per me significa dolore e speranza insieme. È come inviare messaggi che sembrano foglietti chiusi in bottiglie sperdute nel mare, come i sognatori o le persone disperate che cercano una soluzione al vuoto che sentono mentre si trovano soli su un’isola». È così che si sentono i palestinesi nella Striscia di Gaza: isolati. C’è una parola che ricorre nelle frasi di Hend Joudah  : salvezza.

La salvezza che forse può venire o forse no perché la precarietà è la cifra fondamentale della condizione dello stare in guerra

SOLDATI
Bosco di Courton luglio 1918

Si sta come
D’autunno
Sugli alberi
Le foglie.

In questi brevi versi è espressa tutta la precarietà e l’attesa del soldato.

Che poi guardando all’altra faccia della medaglia è la stessa precarietà per esempio dei soldati dell’esercito di Israele  tanto che alla vigilia del termine fissato dal governo di Benjamin Netanyahu per il reclutamento di altri 60mila riservisti e l’estensione del servizio ad altri 20mila  il  New York Times pubblica un appello , rilanciato in un colloquio con Avvenire, del capitano Yotam Vilk che  pronuncia queste parole :”«Sono sionista. Israele ha diritto di opporsi ai suoi nemici. Non sono pacifista e non mi pento di essere stato nell’esercito. Ma, proprio per questo, dico con cognizione (…) Rifiutare di combattere non significa tradire lo Stato. È l’unico modo per salvarlo ». Schierare 130mila truppe, fondamentali per l’offensiva su Gaza City. È un’azione «sconsiderata»: «Non una mossa militare ponderata, ma il sintomo della dipendenza dall’occupazione da parte di un governo che sa solo distruggere, non costruire», sostiene l’ex militare, impegnato per oltre un anno nella Striscia prima come comandante di plotone di fanteria meccanizzata e poi come vice-comandante di compagnia.  (5)

“L’allegria di naufragi” è la raccolta di poesie di  Giuseppe Ungaretti  più conosciuta . Viene pubblicata a Firenze, dall’editore Vallecchi, nel 1919.Vi sono inseriti gli scritti pubblicati ne Il porto sepolto nel 1916, Una raccolta di poesie più volte rimaneggiata e pubblicata in varie edizioni negli anni. Giuseppe Ungaretti nasce ad Alessandria d’Egitto nel 1888. Nel 1912 si trasferisce a Parigi. Interventista, si arruola volontario e combatte sul Carso dove scopre ben presto il dramma della guerra. Nel 1918 combatte sul fronte francese. Nel 1916 pubblica, grazie all’amico Ettore Serra, Il porto sepolto in 80 esemplari. Nel 1919 pubblica Allegria di naufragi. Nel 1923 ripubblica le poesie di Allegria di naufragi con il primo titolo, Il porto sepolto, con la prefazione di Benito Mussolini. Nel 1936 si trasferisce a San Paolo del Brasile a insegnare letteratura italiana e nel 1942 torna in Italia, nominato Accademico d’Italia e professore per “chiara fama” di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università “la Sapienza” di Roma. Torna a scrivere poesie sull’insensatezza della guerra nella raccolta Il Dolore del 1947. Nel 1969 l’intera opera poetica è raccolta col titolo Vita d’un uomo come primo volume della collana i Meridiani. Muore nel 1970.

L’Allegria di  naufragi  è ‘ una specie di diario ,quindi con valore autobiografico  che si fonda sulla parola  tanto che il poeta  in un articolo sulla rivista «La Fiera Letteraria» del 1955 afferma : “Se la parola fu nuda è […] era perché in primo luogo l’uomo si sentiva uomo, religiosamente uomo, e quella gli sembrava la rivoluzione che necessariamente dovesse in quelle circostanze storiche muoversi dalle parole. Le condizioni della poesia nostra e degli altri paesi allora non reclamavano del resto altre riforme se non questa fondamentale”.

Giulio  Ferroni professore  emerito alla Sapienza che nel 1991 ha pubblicato  una  Storia della letteratura italiana   nel volume  Il Novecento scrive: “ . È la guerra mondiale che spinge il poeta (interventista e volontario) a un drammatico confronto con il proprio io di uomo e di combattente di fronte a una realtà esterna ostile e minacciosa, in cui la distruzione causata dalle azioni belliche sembra saldarsi con l’estraneità e l’ostilità della natura. La guerra appare come qualcosa di assoluto e ineluttabile, è il male che colpisce l’esistenza dell’uomo, a livello individuale collettivo. La poesia è l’unico mezzo per affermare la propria dignità e umanità, per ritrovare se stessi dopo la catastrofe. Il paesaggio delle aride petraie del Carso pone l’uomo di fronte alla sua fragilità, lo riporta al grado zero della vita.
In questo azzeramento dell’essere, l’io riafferma tragicamente la propria vitalità, insiste a cercarsi e a cercare valori segreti e inafferrabili (attraverso le analogie che sa trovare tra la sua stessa condizione e le diverse apparenze del paesaggio), ad attaccarsi a brandelli di illusioni che permettano la sopravvivenza (“Ungaretti / uomo di pena / ti basta un’illusione / per farti coraggio”)»

 

“La poesia è l’unico mezzo per affermare la propria dignità e umanità, per ritrovare se stessi dopo la catastrofe. “ ed è quello che ci dicono le voci poetiche che si alzano da Gaza .Poesie scritte sotto i bombardamenti a Gaza diventano atto di resistenza , testimonianza e storia.

 

Se io dovessi morire
tu devi vivere
per raccontare
la mia storia
per vendere tutte le mie cose
comprare un po’ di stoffa
e qualche filo,
per farne un aquilone
(magari bianco con una lunga coda)
in modo che un bambino,
da qualche parte a Gaza
fissando negli occhi il cielo
nell’attesa che suo padre
morto all’improvviso, senza dire addio
a nessuno
né al suo corpo
né a se stesso
veda l’aquilone, il mio
aquilone che hai fatto tu,
volare là in alto
e pensi per un attimo
che ci sia un angelo lì
a riportare amore
Se dovessi morire
che porti allora una speranza
che la mia fine sia una storia!

Tra le quali questa poesia, la voce di  Refaat Alareer (1979 – 2023)  un poeta, scrittore e professore universitario di letteratura comparata presso la Islamic University di Gaza. Attivista, cofondatore del progetto We Are Not Numbers, nato per raccontare storie di quotidianità con la collaborazione di autori affermati e giovani scrittori di Gaza.  ucciso, nella notte tra il 6 e il 7 dicembre 2023, insieme ad altri 7 membri della sua famiglia, durante un raid israeliano che ha colpito la sua casa. a Gaza.

(1)https://fazieditore.it/catalogo-libri/il-loro-grido-e-la-mia-voce-poesie-da-gaza/

(2)Darwish, M., Una trilogia palestinese, trad. E. Bartuli, R. Ciucani, Feltrinelli, Milano 2014, pp. 118-120.

(3)https://www.micromega.net/gaza-sopravvivere-allorrore-in-poesia

(4) https://www.geopop.it/occupazione-striscia-gaza-israele-significato-perche/
https://www.geopop.it/

(5)https://www.avvenire.it/mondo/pagine/appello-riservisti-rifiuto