di Valter Marcone

 

Sciur padrun da li beli braghi bianchi
Fora li palanchi, fora li palanchi
Sciur padrun da li beli braghi bianchi
Fora li palanchi ch’anduma a cà

 

È’ il ritornello di un canto che le mondariso intonavano  dopo la metà della stagione in risaia. Il testo invita il signor padrone dai bei pantaloni bianchi, segno di distinzione sociale  di chi non si sporca con la terra, a sborsare i soldi del salario  .

Di origine anonima e antica, tra fine XIX e inizio XX secolo, Sciur padrun da li beli braghi bianchi sta alla pari nel mondo delle lotte per il lavoro  con

 

Se otto ore vi sembran poche

provate voi a lavorare

e sentirete la differenza

di lavorar e di comandar.

 

Un canto  proprio degli inizi del secolo scorso quando  nel mondo del lavoro si lottava per   ridurre ad otto ore  la giornata  lavorativa. Lotte  che videro nel 1906 la presentazione di un testo di legge  alle Camere da parte del deputato  Conoglio e successivamente  le manifestazioni del 1921/22 . “ Se otto ore vi sembrano poco “  e i versi successivi  sono modulati sull’armonia  della canzone risorgimentale  “La bandiera tricolore” con molte varianti.

Ho ricordato solo due canti  ma in realtà esiste un vero e proprio canzoniere che nel tempo racconta  appunto le lotte per diritti essenziali   attraverso scioperi e manifestazioni spesso  repressi  con la forza  in una condizione di subalternità che continua ancora oggi . Una condizione di cui si occupano le cronache  come quelle  che raccontano le morti sul lavoro  che  secondo i dati più recenti dell’Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro (Inail), in media più di tre ogni giorno . E quelle che raccontano  lo sfruttamento nei luoghi di lavoro, del caporalato, della vita invivibile degli emigrati clandestini che  danno braccia all’agricoltura nei lavori stagionali e che muoiono,  abbandonati  dopo incidenti di lavoro . Senza contare  un progressivo smantellamento della grande industria  con perdita di posti di lavoro  come nel caso dal declino del settore manifatturiero che ha portato, tra il 2000 e il 2024, la quota del settore industriale sul PIL italiano dal 25% al 16% (ISTAT). O nel caso dell’automotive dove le  perdite di posti di lavoro  stimate in oltre 77.000, a cui si aggiungono quelle già registrate nel settore della componentistica, pari a circa 30.000 nel 2024. La produzione di autoveicoli è in calo (-23,5% nei primi sei mesi del 2025) e la situazione è aggravata dal calo dei fatturati e dalla transizione verso la mobilità elettrica. O in condizioni come quelli dell’’Ilva di Taranto che rappresenta uno dei casi più complessi e controversi nella storia industriale e ambientale italiana. Questa vicenda intreccia temi di lavoro, salute pubblica, economia, politica, e giustizia, rendendo il caso dell’Ilva emblematico delle difficoltà nel bilanciare sviluppo economico e tutela dell’ambiente e della salute.

Alcune canzoni sono esplicite, parlano degli scioperi, in maniera forse didascalica accompagnata da una musica allegra. È il caso di “Sciopero!” degli Stormy Six che ricorda i fatti di Portici del 1983.

Altre invece per quanto orecchiabili, come quella cantata da Celentano, sono  dissacranti rispetto ad un momento importantissimo  qual è quello del diritto allo sciopero che è una protesta ma è l’unica arma a disposizione dei lavoratori per  difendere i propri diritti.

 

“Chi non lavora non fa l’amor!”

Questo mi ha detto ieri mia moglie!

“Chi non lavora non fa l’amore!”

Questo mi ha detto ieri mia moglie!

 

A casa stanco, ieri ritornai, mi son seduto …

niente c’era in tavola.

Arrabbiata lei mi grida che

ho scioperato due giorni su tre

 

Composizioni che parlano dunque dello sciopero, un’arma di lotta a disposizione del lavoro,  anche come diritto  sancito dalle moderne costituzioni. Lo sciopero, una protesta dalla parte giusta per i lavoratori che dovrebbe tendere a ottenere giustizia. Lo sciopero per non ignorare la prima banale condizione di necessità.

 

Le necessità della vita di ogni giorno che ci avvolgono  e ci indicano spesso il cammino anche tra  sofferenze e dolori e ci spronano ad una lotta per affermare e riaffermare dinanzi a tutte le difficoltà la  bellezza di una vita, ovvero  la pienezza, il bene e l’opportunità dell’esistenza come  scriveva in una sua lettera, contenuta in un volume, edito da L’Orma nel 2017, Rainer Maria Rilke,  ad Aline Dietrichstein  nell’ottobre 1918  alla fine  della Grande guerra: “[…] confesso di ritenere la vita un’inviolabile prelibatezza. Le avversità e gli orrori che negli ultimi anni hanno formato un unico indissolubile nodo, il sacrifico di innumerevoli destini, gli avvenimenti che sono andati inesorabilmente montando verso un terrore sempre maggiore, non mi possono lasciar sviare e non riconoscere la pienezza, il bene, l’opportunità dell’esistenza”. La vita, sì. La grande ricchezza della vita sta nel suo divenire incessante, nel suo fluire nel quale ogni cosa, ogni possibilità è “possibile”: “Si deve vivere in sé stessi e pensare alla vita nella sua interezza, ai suoi milioni di possibilità, alle distese di inimmaginabili futuri, così vaste che nulla è davvero passato o perduto [… ]

 

Scioperare per affermare la volontà di soddisfare delle necessità  e per nessun altra cosa  come nel caso dei canti delle mondine

 

 

SCIOPERO IN RISAIA

di Olindo Guerrini (1845-1916)

 

Sull’argine fangoso e desolato,

sotto il ciel che s’oscura,

come ingiunto gli fu veglia il soldato

e guarda la pianura.

 

Non un canto lontan, non un susurro

dai muti casolari;

non un allegro fil di fumo azzurro

s’alza dai focolari.

 

Sol di bimbi affamati un gemer lento

sembra morir lontano….

La fame, la miseria e lo spavento

pesan sul triste piano!

 

Pensa il soldato: – «Ahimè, lacrime umane,

noi vi freniam con l’armi!

Oggi, se a casa mia non c’è più pane

ci saranno i gendarmi!»

 

(Da “Le Rime di Lorenzo Stecchetti”, Zanichelli, Bologna 1903)

 

Nel numero 25 del marzo 1970 i “Quaderni di Rassegna sindacale”, periodico della Cgil, pubblicarono una antologia di brani narrativi e teatrali di autori italiani e stranieri sul tema dello sciopero. La scelta dei testi fu curata  da Bianca Saletti, mentre Alberto Asor Rosa, docente universitario, curò l’introduzione.

Mi piace qui  però ricordare , sempre in riferimento alle banali necessità  della vita dei lavoratori che determinano lo sciopero come  una particolare condizione di vita, quella nel mondo  del lavoro dei campi abbia ispirato ad Ignazio Silone questa specie di aforismo che si legge in Fontamara. Veramente una disarmante e dissacrante  perdita di ogni speranza  : “In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe di Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito”

 

Che poi sta alla pari con quell’altre frasi di Leonardo Sciascia per altri versi  ne Il  giorno della civetta (Torino, Einaudi 1961) in questo brano  in cui il padrino mafioso Mariano esprime il suo rispetto per il protagonista del romanzo, il capitano Bellodi: «Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi.

E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre. Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo.»

Certo dello sciopero hanno parlato molti letterati e  considerazioni su questo tema si trovano in molte opere  sia di prosa che poetiche .

 

Tra la finedegli anni Cinquanta e la prima metà degli anni Sessanta ci sono anche opere che trattano da differenti prospettive la questione lavorativa di quegli anni:. Ne cito almeno quattro  Il lavoro culturale, edito nel 1957 presso Feltrinelli, e L’integrazione, edito nel 1960 presso Bompiani, di Luciano Bianciardi, Donnarumma all’assalto, pubblicato anch’esso da Bompiani nel 1959, di Ottiero Ottieri e Memoriale di Paolo Volponi, che ha visto la luce nel 1962 grazie alla casa editrice Einaudi.

«Se fabbriche e operai occupano poco posto come paesaggio e personaggi nella storia letteraria, non si può dimenticare quale posto imponente hanno come paesaggio e personaggi della storia delle idee degli ultimi cento anni. L’operaio è entrato nella storia della cultura come protagonista storico-filosofico, mentre prima succedeva il contrario: il cacciatore, il pastore, il re, il guerriero, l’agricoltore, il mercante, il cavaliere feudale, l’artigiano astuto, il cortigiano amoroso, il borghese avventuroso, sono entrati nella storia della cultura come protagonisti poetici, in fiabe, epopee, tragedie, egloghe, commedie, cantari, sonetti, novelle. […] Questa assoluta priorità della definizione d’ordine storico-filosofico ha finora pesato su ogni tentativo di definizione di ordine poetico della vita operaia. Soprattutto la narrativa non è intervenuta che a confermare ed esemplificare quel che gli ideologi e i politici sapevano già».

Sono le considerazioni di Italo Calvino, espresse in “ La tematica industriale”, II Menabò di letteratura, n. 5, 1962) Mentre per esempio il poeta  Luigi di Ruscio (1930-2011) , emigrato in Norvegia  scrive ai suoi compagni di lavoro  di tutta una vita  ricordando proprio le condizioni di lavoro  :

 

Ai compagni con cui ho lavorato per quasi una vita

Questa notte vi ho sognato tutti

Splendidamente vivi

Ritornammo a ridere

Tutti gli orrori di quel reparto ridendo

Non sono riusciti ad ammazzarci

Siamo ancora tutti vivi

Nuovi come fossimo risuscitati

Non più contaminati dalla sorca morte

 

 Ada Negri, che compone Mano nell’ingranaggio, la sua prima poesia, quando, una sera del 1892, capisce che la mamma, a casa per un infortunio sul lavoro, non sarebbe stata neppure risarcita per il

danno subito. Una composizione  che trascrivo da  “Epidemiologia&Prevenzione n. 6; novembre-dicembre 2013; Rubrica/Libri e storie, p. 8”

Mano nell’ingranaggio
Rôtan le cinghie, stridono le macchine;
Indefessi ne l’opre, allegri canti
Vociano i lavoranti.
Ma un dissennato grido a un tratto levasi;
E pare lacerante urlo di belva
Ferita in una selva.
Fra i denti acuti un ingranaggio portasi
Povera donna bionda e mutilata!…
Una mano troncata.
… Rôtan le cinghie, stridono le macchine;
Ma le ruvide voci i lavoranti
Più non sciolgono ai canti.
Stillan, confuse col sudor, le lacrime;
Da lontano rombando, la motrice
Cupe leggende dice.
E senza tregua appare agli occhi torbidi
– Povera donna bionda e mutilata!… –
Quella mano troncata.

 

Una madre  operaia  che  Ada Negri racconta con questi suoi versi contenuti in  “Fatalità”, Treves, Milano, 1895

 

Nel lanificio dove aspro clamore

Cupamente la vôlta ampia percote,

 E fra stridenti rôte

Di mille donne sfruttasi il vigore,

 

Già da tre lustri ella affatica. — Lesta

Corre a la spola la sua man nervosa,

 Nè l’alta e fragorosa

Voce la scote de la gran tempesta

 

Che le scoppia dattorno. — Ell’è sì stanca

Qualche volta; oh, sì stanca e affievolita!..

 Ma la fronte patita

Spiana e rialza, con fermezza franca:

 

E par che dica: Avanti ancora!… — Oh, guai,

Oh, guai se inferma ella cadesse un giorno,

 E al suo posto ritorno

Far non potesse, o sventurata, mai!… —

 

Non lo deve; nol può. — Suo figlio, il solo,

L’immenso orgoglio de la sua miseria,

Cui ne la vasta e seria

Fronte del genio essa divina il volo,

 

Suo figlio studia. — Ed essa all’opificio

A stilla a stilla lascierà la vita,

 E affranta, rifinita.

Offrirà di sè stessa il sacrificio;

 

E la tremante e gelida vecchiaia

Offrirà, come un dì la giovinezza,

E salute, e dolcezza

Di riposo offrirà, santa operaia,

 

Ma il figlio studierà. — Temuto e grande

Lo vedrà l’avvenire; ed a la bruna

 Sua testa la fortuna

D’oro e di lauro tesserà ghirlande!…

 

Non solo sciopero dunque  ma anche  persone che lavorano, vicende  del lavoro e c luoghi del mondo del lavoro come  i versi sulla  fabbrica di  Vittorio Sereni, contenuti in  Una visita in fabbrica, 1961, pp. 8-9).

 

«La visita da poco cominciata: s’imbuca in un gran fragore

come di sottoterra, che pure ha regola e centro

e qualcuno ti illustra. Che cos’è un ciclo di lavorazione? Un cottimo

che cos’è? Quel fragore. E le macchine, le trafile e calandre,

questi nomi per me presto di solo suono nel buio della mente,

rumore che si somma a rumore e presto spavento per me

straniero al grande moto e da questo agganciato

Eccoli al loro posto quelli che sciamavano là fuori

qualche momento fa: che sai di loro

che ne sappiamo tu e io, ignari dell’arte loro…

Lavorarono qui, qui penarono.

E oggi il tuo pianto, il più facile, sulla fine comune.

Ma anche di costoro che ne sappiamo tu e io,

tu che tanto bene ne discorri, io con parole

buone a scovare larve di passato

dall’ombra di quei muri

specie di questi, periferici alla fabbrica,

che la visita tocca al suo finire».

 

Nel maggio 2009, a Parigi, si è svolto un convegno che ha messo al centro la questione del lavoro nella letteratura italiana contemporanea. La rivista “Narrativa” (n. 31/32 del 2010) ne ha riportato gli interventi. Torna di interesse il rapporto tra lavoro e sua rappresentazione, un tema che aveva conquistato una centralità prima nel romanzo dell’Ottocento e poi nella stagione delle grandi

rivendicazioni sociali e sindacali. Poi si è come eclissato, lasciando spazio alla “rivincita del privato”.

 

(Da “Myricae”, Giusti, Livorno 1894)

Il diritto di sciopero è sancito a livello costituzionale dall’art. 40 Cost. che  rinvia al legislatore ordinario il compito di regolarne le modalità di esercizio. Anche se in definitiva in assenza della normativa di attuazione, tale diritto  viene  applicato  direttamente dal giudice per risolvere problemi come la qualificazione dello sciopero e la conseguente determinazione delle finalità lecite del medesimo; ;la questione della titolarità del diritto di sciopero, risolta dalla dottrina maggioritaria privilegiando la tesi della titolarità individuale; le modalità di esercizio del diritto di sciopero medesimo.

Ho  trascritto alcuni brani e composizioni poetiche su questo tema ,lo sciopero  , che  viene determinato spesso  da  una condizione di necessità  che  spesso viene  raccontata appunto anche nella letteratura, specialmente nel romanzo sociale del Novecento, dove viene descritto come reazione a ingiustizie e strumento per ottenere migliori condizioni di lavoro.

 

«Quando ti rubano il lavoro vai in fabbrica al solito turno, pur sapendo di non fare niente. Quando ti rubano il lavoro stai in piazzale con gli occhi fissi nel niente a gironzolare. Quando ti rubano il lavoro giri per i reparti vuoti e silenti come cimiteri, eppure hai in testa ancora i numeri della produzione e le imprecazioni degli operai. Quando ti rubano il lavoro le colleghe fingono di sentirsi

ancora attive spazzando la sala del consiglio di fabbrica. Quando ti rubano il lavoro qualcuno (a testa bassa) gira il piazzale con paletta e scopa a raccogliere le cicche delle sigarette. Quando ti rubano il lavoro guardi i giornalisti e i fotografi come animali in un circo mediatico

(che ci è assolutamente estraneo). Quando ti rubano il lavoro a casa non hai voglia di raccontare niente, e poi non dormi la notte. Quando ti rubano il lavoro la mamma di ottant’anni ti offre gli ultimi 20 euro della sua pensione. Quando ti rubano il lavoro ti rubano gli ideali e la dignità

e… l’uomo non è più» (R. GIANOLA, Diario Operaio. La condizione del lavoro nella crisi italiana, Roma,Ediesse, 2010, p.135.

 

Che è poi in prospettiva il problema dei nostri giorni: l’uomo non è più, ma questo è un altro discorso su cui  mi riprometto di tornare in questa rubrica.