La poesia dialettale come disseppellimento strumentale e ontologico

 

Nell’epoca della globalizzazione, in cui internet regna sovrano, dove le comunicazioni avvengono attraverso congegni elettronici che, da una parte sono il frutto di un progresso inevitabile, ma dall’altra ci tolgono il piacere di comunicare guardandoci negli occhi, parlare del dialetto può sembrare anacronistico. Non è così: il dialetto fa parte del bagaglio culturale che ognuno di noi porta sulle spalle ed è l’inevitabile segno (in greco sema = segno e significato) che ci fa dire che apparteniamo ad un certo luogo, ad un certo tempo e che ci identifica e ci colloca nel posto preciso della nostra storia personale.

Il dialetto rappresenta la nostra etichetta, le nostre radici, la nostra carta d’identità. Il dialetto inteso come lingua è il mezzo che identifica tutto: i soprannomi, i rioni, le località. Ad un tempo in cui la neo-omologata lingua unitaria italiana era vissuta come un’imposizione, e si cercava dissidenza e resistenza nel dialetto, si è sostituita un’epoca in cui si vuole soffocare sotto un cuscino di piume anglofone la nostra bella e complessa lingua (diramazioni vernacolari comprese), conquistata e amata a fatica, come poc’anzi espresso, a tutto vantaggio di formule inglesi che infarciscono ogni contesto, da quello politico a quello lavorativo o scolastico. Un malcostume che sa di pochezza sociale e di inadeguatezza culturale.

Il filosofo Wittgenstein aveva ben intuito che ogni lingua è un sistema di pensiero a sé, con le sue mille sfumature; esse a volte sono meravigliosamente intraducibili poiché o non vi è un termine corrispettivo o le intraducibilità sono melodie onomatopeiche. Un mirabile e manifesto esempio di ciò è il celeberrimo scrittore siciliano Andrea Camilleri che nelle intonazioni e nelle espressioni in vernacolo svela quasi degli archetipi della cultura e della vita meridionale. In Italia non c’è lingua senza dialetti, già lo sosteneva anticipando la linguistica moderna Dante Alighieri, perché essi sono la lingua degli affetti, delle “cose” che appartengono ad una terra e non ad un’altra, che legano le generazioni tanto quanto il sangue.


Il dialetto dà nuova forma alle parole, riesce a rendere l’idea prima ancora di ridurla in termini precisi, a volte armonizza e a volte indurisce. Il dialetto è l’espressione di un popolo, è come un abito fatto su misura, è come una spugna che assorbe fatti, episodi, luoghi, persone e che restituisce fatti, episodi, luoghi, persone con profilo e identità precisi ma soprattutto con un’anima. Vivo in quella che il linguista Bruno Migliorini ebbe a definire “Italia mediana”, comprensiva delle quattro regioni centrali di Marche, Abruzzo, Umbria e Lazio peraltro neanche per tutta la loro estensione. Infatti l’Italia centrale è un coacervo di molteplici aree dialettali spesso non assimilabili fra loro, anche in territori circoscritti, e l’Italia “mediana” è l’unica macrozona dotata di omogeneità linguistica.


Un felice e raro esempio di superamento delle individualità vernacolari municipali che comunque avevano il duplice effetto di frammentare la fenomenologia e la fonetica all’interno di una stessa area geografica e di pertinenza socio-culturale ma nel contempo di mantenere in maniera archetipica le proprie peculiarità a vessillo di un’identità che, con l’avvento dei media prima e la loro sempre più massiccia e convulsa comunicazione poi, tende a scomparire progressivamente.


L’idioma dunque inteso come strumento e identità, come lo intendeva Giovanni Pascoli che, nella sua anomia linguistica, diveniva precursore della sovversione delle castranti tendenze all’omologazione tematica e stilistica della tradizione poetica italiana in nome di un disseppellimento funzionale e ontologico delle proprie radici. Lo stesso titolo della raccolta “Myricae” si proponeva di trattare argomenti umili, cose piccole, quotidiane, del mondo circostante, in risposta ai versi della IV egloga delle Bucoliche di Virgilio che invitava le “Sicelides Musae” a innalzare a ben alto registro il canto poiché non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici, “non omnis arbusta iuvant, humilesque myricae.”


Dallo stesso spirito di “disseppellimento funzionale e ontologico” era animato Pier Paolo Pasolini che fu per tutta la vita un amante e un critico della poesia dialettale e che fondò l’Academiuta di lenga furlana, una sorta di salotto letterario nelle cui riunioni della domenica pomeriggio, si rivendicava, a mo’ di laboratorio linguistico, l’autonomia della lingua friulana. Nel recupero e nella trasmissione della stessa vi era un ritorno al primordiale, all’incontaminato, alla manifestazione espressiva più aderente all’essenza, sempre secondo Pier Paolo Pasolini il quale ritroviamo come Philodemon, nella raccolta “Carta laniena” del maggior poeta vernacolare delle Marche, Franco Scataglini, in una citazione che diviene legame e simbolo:

 

Philodemon

La sepia dalfinata!

strise l’omo da prua

e livida spezata

cosa sgrondò la sua

anima d’acqua inchiostro

(i tondi da Gorgona

ochi de sepia).

A ostro

ributata.

Abandona

così preda el dalfì,

dopo adentata, al mare

su l’indolente sì-

sì d’antimano (o fiare

meridiane!…).

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