Rimatori insospettabili

Rimatori insospettabili

 

Per la serie “Non l’avrei mai detto”, ecco cinque poeti che non ti aspetti

 

(Disclaimer semi-comico a mo’ di scusa: se non avete voglia di leggere la mega-introduzione-scappata-di-mano-in-fase-di-stesura, andate in fondo all’articolo; là troverete la lista).

 

La poesia, si sa, non paga.

Agli occhi dei non addetti, dei non appassionati e dei troll da competizione, quello del poeta non sembra un vero lavoro anche per questo motivo. Sovente se ne parla come di un capriccio o di un hobby – «Fino a diciotto anni tutti scrivono poesie; dopo, possono continuare a farlo solo due categorie di persone: i poeti e i cretini» sosteneva Benedetto Croce. C’è chi lo relega a una passione, che già descrive meglio come stanno le cose, ma non è sufficiente. E non soltanto perché un hobby è un mero passatempo, mentre una passione il tempo lo consuma.

Il termine tedesco per “passione” è “Leidenschaft” e “Leiden”, da solo, significa “sofferenza”, “dolore”. E non c’è poesia degna di tal nome che non affondi in toto o in parte nella landa della sofferenza intesa come sopra. La passione, però, non basta per pagare le bollette.

In Italia gli scrittori che campano grazie alle vendite dei propri libri sono pochissimi. Isabella Santacroce – non proprio l’ultima arrivata, quindi – in un’intervista del 2017 faceva richiesta, tra il serio e il faceto, di un mecenate che la mantenesse. Fino all’altro giorno, tra i vari post che l’algoritmo di Facebook è solito spammarmi sulla home, mi compariva un articolo di Repubblica dedicato a Sandro Bonvissuto, autore Einaudi. Il titolo del pezzo descriveva Bonvissuto come “il cameriere-filosofo che scrive libri”. Tre professioni che non bastano per una, direbbero i commentatori più cinici. E ne ho letti, sotto quel post, di commenti del genere.

Perché se un romanzo, almeno per Umberto Eco, è una macchina atta a generare interpretazioni, gli articoli (e i titoli di questi, soprattutto) sono generatori di commenti.

Mentre leggevo quelli sotto il post in questione, a tenere banco nella mia mente era la domanda (con annesse risposte di pancia da parte degli utenti): “Qual è la notizia dietro la notizia, qui?”. Che un cameriere sappia scrivere romanzi? (“Troppo classista”). È la solita solfa secondo la quale chi studia filosofia è destinato a non trovare lavoro o a trovarlo in un ambito del tutto diverso dai suoi studi? (“Troppo anacronistica”). Che un laureato in filosofia lavori? (“Troppo fake, dai” – sto scherzando, ho una laurea umanistica anch’io). Che la professione di scrittore non è remunerativa? “Okay, forse, ma come direbbero i benaltristi: «Chi se ne frega degli scrittori?»”.

E nella fiera dei leoni da tastiera e dei campioni della cultura del piagnisteo, mentre la maggior parte dei commenti erano volti ad accusare Repubblica di aver scritto un titolo troppo “qualcosa”, quasi nessuno parlava dei libri di Bonvissuto. L’attenzione era divisa tra il personaggio che Repubblica, con quel titolo, gli stava cucendo addosso, e il dovere, qui interpretato come un imperativo categorico kantiano, di tacciare il giornale di malafede e altre cose brutte. Alla fine del dibattito, dunque, chi è crea davvero il personaggio? La testata giornalistica o la percezione dei lettori? E da qui: quand’è che un romanziere, per esempio, può iniziare a definirsi scrittore e non più, soltanto, autore?

È pacifico dire che quelli che ci riescono, ci riescono – a torto o a ragione – anche per fattori che esulano dal talento e dalla qualità dei propri scritti; robe di contorno che sembrano figlie del nostro tempo, ma che in realtà sono sempre stati elementi determinanti, come la capacità di sapersi vendere, l’appeal della propria Persona, il peso della casa editrice, eccetera eccetera.

Si pensi, per esempio, a D’Annunzio, che per promuovere la sua raccolta d’esordio “Primo vere” montò ad arte la fake news relativa alla propria prematura scomparsa. O, in anni più recenti, al caso J.T. Leroy. Oppure, se vogliamo restare in Italia, a quello di Olimpia Buonpastore, dietro la quale si celava il compianto Gabriele Galloni.

In poesia, poi – vuoi per noia, vuoi per amore delle profondità verso le quali il genere conduce – è piacevole porsi questioni ancora più viscerali, come quella relativa alla differenza tra “essere poeta” e “fare il poeta”. Insomma, poeti si nasce o si diventa?

 

La poesia si fa, ed è facendola che si arriva a essere poeti. Cose come l’inclinazione, il talento, la predisposizione, la sensibilità – tutto quello che vi viene in mente – aiutano senza dubbio ma, apriti cielo, per arrivare a essere poeti occorre fare i poeti, ossia lavorare duro con la lingua, con la ricerca, con la lettura, e non limitarsi a interpretare il ruolo del poeta, ad apparire come tale.

Chi si arrocca su posizioni che sposano la teoria che in poesia si nasca e si muoia tali, quasi come per ingerenza divina, alimenta, a suo modo, lo stereotipo tutto europeo secondo il quale la scrittura creativa sia l’unica ars che non possa essere insegnata e, di conseguenza, studiata, analizzata e – perché no? – valutata; anche se a dirlo ad alta voce, spesso, si rischia di peccare di lesa maestà verso un immaginario comune datato ma ancora fortemente radicato nella mente di tanti, ossia che la qualità di una lirica sia ingiudicabile perché la poesia – ed è qui, a mio avviso, che la si svilisce – nasce come antitesi del calcolo, del numero e, grossomodo, di tutto quello che è matematico raziocinio.

Ovviamente, non può e non deve essere così. La poesia è impeto, ispirazione, slancio, ma anche – come detto – riflessione, cesellatura e revisione. Del resto, se non potesse essere giudicata, come farebbero le case editrici a scegliere chi e cosa pubblicare? E qui si ritorna al discorso iniziale, quello relativo allo status degli scrittori.

È comodo smistare ogni autore entro le sezioni proposte dallo scrittore Alberto Arbasino, secondo il quale «In Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di bella promessa a quella di solito stronzo. Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di venerato maestro» e di conseguenza è comodo classificare come “soliti stronzi” coloro che possono essere ritenuti scrittori o poeti di successo, laddove per poeti di successo, ora, per comodità, intendiamo quegli autori che si muovono entro un raggio di traguardi conseguiti che vanno dall’aver pubblicato con una major all’essere pagati per presenziare agli eventi promozionali dei propri libri.

Ma al di là delle invidie e delle rivalità, credo che tutti possiamo convenire nell’asserire che scrivere sia un mestiere ingrato. E che scrivere poesie lo è ancora di più. Esattamente come un qualsiasi altro impiego, esso consuma tempo, energie e talvolta relazioni, ma non genera profitti economici (salvo casi eccezionali, come quello del poeta giapponese Tanikawa Shuntaro), pur necessitando – per essere svolto al meglio – di talento, studio e perseveranza. Qualcuno parlerebbe di croce e delizia. Qualcun altro, un pragmatico, in virtù di questa lista di pro e contro, suggerirebbe di relegare l’attività umanistica a hobby e concentrarsi su cose più materialisticamente remunerative. All’orientamento sulla scelta della facoltà universitaria, in quinta superiore, mi fecero un discorso del genere.

Nel dubbio, c’è chi non si è fatto mancare nulla. Persone che hanno raggiunto un grande successo facendo tutt’altro e che poi, sorprendentemente, hanno anche fatto poesia. Non tutti hanno pubblicato o, in virtù delle considerazioni espresse sopra, meriterebbero l’appellativo di “poeta”, ma è bello riscontrare, attraverso il loro esempio, la trasversalità della poesia come pratica umana (prim’ancora, e questo sempre, che come professione).

 

Eccoli:

 

5 – William Carlos Williams

«Ma come?» vi starete chiedendo. «Cosa ci fa uno dei più grandi poeti statunitensi in una classifica del genere?» Presto detto.

William Carlos Williams, autore, tra gli altri, del poema epico “Paterson” pubblicato in cinque volumi tra il 1946 e il 1963, era prima di tutto un eccellente pediatra, formatosi tra l’Università della Pennsylvania e l’Università di Lipsia.

Dopo aver concluso gli studi, nel 1910 tornò a Rutherford, sua città natale, per dedicarsi alla pratica della professione medica, carriera che riuscì a conciliare in maniera brillante con quella di letterato. Tra il 1909, anno del suo debutto con la raccolta di poesie “Gli Umori”, e il 1963, anno della sua morte, pubblicò oltre cinquanta opere, tra sillogi poetiche, romanzi, saggi e pièce teatrali.

Nel mezzo, contribuì a far nascere più di duemila bambini e rivestì un importante ruolo nella scena culturale del proprio paese. Frequentò i salotti newyorkesi, sostenne con caparbietà i poeti emergenti facendo loro da mentore, fu parte attiva e indipendente di numerosi movimenti letterari e, soprattutto, promosse uno stile poetico nuovo, che prediligeva un linguaggio più quotidiano e diretto, in rotta con la tradizione.

La cosa buffa è che gran parte dei suoi pazienti ignorava che il dottor Paterson fosse anche un poeta eccezionale. Molti di loro, infatti, vennero a conoscenza delle sue pubblicazioni solo dopo la sua morte. Postumi furono anche i due straordinari riconoscimenti che gli vennero attribuiti per l’impareggiabile attività poetica: la Medaglia d’Oro per la poesia, conferitagli dal National Institute of Arts and Letters, e il Premio Pulitzer per la poesia.

La figura di Williams viene citata più volte nel film Paterson di Jim Jarmusch ed è la principale fonte d’ispirazione del protagonista, un poeta dilettante.

 

4 – Stephen King

Tutti conoscono Stephen King. Lo scrittore statunitense, che il prossimo settembre spegnerà 75 candeline, è già annoverato tra i romanzieri più prolifici e di successo della storia grazie a capolavori quali “IT”, “Shining” e “22/11/’63”.

In molti, però, non sanno che nella sua sterminata produzione di romanzi e racconti King ha infilato anche un paio di poesie. Sorpresi? Le liriche in questione sono ambedue parte dell’antologia “Scheletri”, una raccolta di racconti pubblicata nel 1985.

Una s’intitola “For Owen” (“Per Owen”) ed è dedicata al suo terzogenito, lo scrittore Owen King, autore della raccolta di racconti “Siamo tutti nella stessa barca” e del romanzo – scritto a quattro mani con il padre – “Sleeping Beauties”. La seconda s’intitola “Paranoid: a chant” (“Ode del paranoide”).

Mentre “Per Owen” è una poesia banalmente brutta, “Ode del paranoide” è un condensato lirico della poetica kingiana, e a conti fatti risulta un esperimento ben riuscito.

La poesia, articolata su cento versi e caratterizzata da un’efficace chiusura ad anello, riesce a trasmettere inquietudine e smarrimento al lettore, attingendo a piene mani dai temi classici delle opere di King, quali la follia, la paranoia e l’ossessione; il tutto imbevuto di un’americanità irreplicabile, data dai riferimenti alla Guerra Fredda, alla Cia, ai dollari d’argento et similia.

Chissà che un giorno non decida di sorprenderci – o di terrorizzarci – pubblicando una raccolta di poesie?

 

3 – Till Lindemann

A proposito di sorprese, sapevate che Till Lindemann, il possente e carismatico frontman dei Rammstein, è anche un poeta? E neanche poi così malvagio, per usare un eufemismo.

 

Lindemann, che è cresciuto nella Germania dell’Est, a partire dagli anni ’90 ha contribuito al successo della band tedesca in qualità di cantante, dando sfoggio di una voce baritonale e rauca che è divenuta presto uno dei marchi di fabbrica del gruppo. La sua attività musicale, comprensiva anche di un side-project solista (divenuto tale dopo l’abbandono dell’altro componente, Peter Tägtgren), gli ha consentito di raggiungere, specie in patria, un vasto pubblico, fattore – tra gli altri – che ha influenzato positivamente le vendite delle sue raccolte poetiche.

La prima, “Messer”, è stata pubblicata nel 2002 ed è stata anche tradotta in russo. La seconda, più recente, è uscita nel 2013 e s’intitola “In stillen Nächten”. Quest’ultima raccolta, che nel 2014 ha raggiunto la posizione numero 1 tra i libri più venduti su Amazon Germania, nel 2015 è stata tradotta e pubblicata negli Stati Uniti dalla Raw Dog Screaming Press con il titolo “On Quiet Nights”.

Sebbene, come accennato, la sua popolarità come cantante abbia condizionato favorevolmente il successo commerciale dei suoi libri, sarebbe ingiusto ridurre il Lindemann poeta a un riflesso del Lindemann cantante.

Essendo autore della maggior parte dei testi delle canzoni dei Rammstein, è inevitabile riscontrare elementi in comune tra questi e le sue poesie. I temi della violenza, del degrado e della perversione umana sono esaltati da un lessico duro e impietoso che, al netto di doppi sensi talvolta gratuiti e puerili, rivelano in controluce una delicatezza e una fragilità che non può non creare una particolare dissonanza con l’immagine del Lindemann metallaro provocatore e controverso.

In particolare colpiscono le liriche che affondano nell’intimità biografica, specie quelle legate al difficile rapporto col padre, Werner Lindemann, anche lui poeta. La mia preferita della sua produzione, non a caso, è proprio “Vatertag” (“Father’s day”). Ed è un peccato che a oggi i libri di Till Lindemann non siano ancora stati tradotti in italiano.

 

 

2 – Michael Jordan

 

 

No, non lasciatevi ingannare dal signore in foto, siete ancora su “Poesia: femminile, singolare”.

A proposito di dissonanze, in molti resteranno sorpresi nell’apprendere che anche il maschio alfa dei maschi alfa, il G.O.A.T. (“Greatest Of All Times”) per eccellenza, His Airness Michael Jeffrey Jordan, stella mondiale del basket NBA e trasversale icona culturale, una volta ha scritto una poesia. Sembra inventato, eppure è successo.

L’anno era il 1998 e i Chicago Bulls erano in corsa per il sesto titolo NBA della loro storia, il terzo consecutivo. Se avessero vinto anche quell’anno, avrebbero ripetuto il cosiddetto Three-peat – l’atto di vincere tre titoli di seguito.

Giunti a quel punto, come documentato nella biografia scritta da Roland Lazenby “Michael Jordan, la vita” e poi anche dalla serie Netflix The Last Dance, l’allenatore-capo della squadra, coach Phil Jackson, aveva chiesto a ogni giocatore di scrivere qualcosa in merito all’aver fatto parte di quel gruppo.

I giocatori di quei Bulls, infatti, per tanti motivi, erano all’ultima stagione insieme. Per cementarne lo spirito e creare un legame che sarebbe andato al di là del parquet, Jackon aveva proposto di condividere un momento dove ognuno avrebbe dato voce al proprio sentire.

Metà dei giocatori si dimenticò del compito assegnato da Jackson, ma non Jordan. Lo spietato assassino delle difese avversarie, il tiranno che pur di instillare una mentalità vincente nei propri compagni non risparmiava loro veri e propri atti di bullismo, aveva scritto una poesia.

Purtroppo non ci è dato conoscere il contenuto della poesia di Jordan, poiché il documento, come parte del rito proposto da Jackon, è stato poi bruciato (e data l’intimità del momento, un po’ è anche giusto). Possiamo solo affidarci alle parole di Steve Kerr, compagno di squadra di Jordan all’epoca, che descrive quanto scritto dal suo capitano come un testo che parlava di “dare il massimo”, qualcosa di “veramente sentito” e di “veramente toccante”.

Ah, ovviamente i Bulls poi vinsero il titolo.

 

1 – Newman

Okay, vi concedo il beneficio di andare a ricontrollare il nome del sito, ma sì, siete ancora su “Poesia: femminile, singolare”. E sì, sicuramente avete già visto da qualche parte l’attore in foto, anche se probabilmente non ricordate né dove, né – pur avendolo riconosciuto – sapete come si chiama.

Per chi non lo conoscesse, si tratta dello statunitense Wayne Knight, principalmente noto al pubblico italiano per i suoi ruoli da caratterista in film come Jurassic Park e Space Jam. Tuttavia, uno dei ruoli che lo ha consacrato all’affetto degli spettatori – americani, in particolar modo – è quello di Newman, l’acerrimo nemico di Jerry Seinfeld, il protagonista eponimo della miglior sit-com degli anni ’90 (sorry but not sorry, fans di Friends).

Sebbene i motivi della loro animosità non siano mai stati svelati, la rivalità tra Seinfeld e Newman (il cui nome di battesimo resterà segreto per tutte e nove le stagioni) è uno dei più ricorrenti espedienti comici della serie, nonché la madre di alcuni dei suoi più famosi tormentoni, tra cui quel «Hello, Newman» che Jerry pronuncia con astiosa cortesia e al quale Newman risponde con un «Hello, Jerry» d’altrettanta fattura, e il «Newman!» esclamato con enfasi e risentimento dal personaggio di turno, quando le sue malefatte vanno a segno.

Newman, vicino di casa di Seinfeld e di professione postino, è un uomo invidioso e subdolo, ma è anche un poeta estremamente talentuoso, come viene mostrato nell’episodio “L’anima gemella”. Desideroso di aiutare l’amico Kramer a conquistare una donna, si ritroverà a suggerirgli di soppiatto alcuni dei suoi versi cosicché questi possa fare colpo. Chiaramente, trattandosi di una sit-com, il tentativo avrà un esisto disastrosamente comico.

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