
Due giorni, due perdite che sembrano chiudere insieme un pezzo di storia dello spettacolo internazionale. Dolly Parton e Tim Curry sono morti a distanza di appena un giorno l’una dall’altro, entrambi all’età di 80 anni: la regina del country il 25 agosto, l’indimenticabile protagonista di The Rocky Horror Picture Show il 26 agosto. Due artisti diversissimi, accomunati dalla capacità di diventare qualcosa di più di interpreti di successo: autentiche icone popolari, riconoscibili attraverso generazioni.
Dolly Parton, nata in Tennessee nel 1946, ha attraversato oltre sessant’anni di musica trasformando le proprie origini povere in una delle più straordinarie storie di successo della cultura americana. Cantautrice, interprete, attrice, imprenditrice e filantropa, ha legato il suo nome a brani diventati patrimonio della musica mondiale come Jolene, Coat of Many Colors, 9 to 5 e soprattutto I Will Always Love You, che sarebbe poi diventata un successo planetario anche nella versione di Whitney Houston.
Parton è morta il 25 agosto 2026, a 80 anni, dopo una breve battaglia contro il cancro, come confermato dai suoi rappresentanti. Negli ultimi tempi aveva affrontato alcuni problemi di salute e appena quattro giorni prima della morte aveva parlato delle difficoltà attraversate, senza rinunciare alla voglia di guardare avanti.
Ma raccontare Dolly Parton attraverso i soli dischi venduti sarebbe riduttivo. Dietro l’immagine volutamente esuberante, i capelli biondissimi e l’ironia con cui per decenni ha giocato con il proprio personaggio, c’era un’autrice raffinatissima e una donna capace di trasformare il successo in impegno sociale. La sua Imagination Library ha distribuito centinaia di milioni di libri ai bambini, mentre la sua attività filantropica ha sostenuto istruzione, ricerca e comunità in difficoltà.
Nemmeno il tempo di elaborare la sua scomparsa e, il giorno successivo, è arrivata un’altra notizia destinata a colpire profondamente cinema, teatro e cultura pop: la morte di Tim Curry.
L’attore britannico, anche lui ottantenne, è morto nella sua casa di Los Angeles. La sua carriera è stata lunghissima, ma per milioni di spettatori il suo volto resterà per sempre quello del Dr. Frank-N-Furter di The Rocky Horror Picture Show. Curry aveva creato il personaggio già sulle scene teatrali nel 1973, per poi portarlo al cinema nel film del 1975: corsetto, calze a rete, trucco marcato, una voce inconfondibile e un’interpretazione che avrebbe contribuito a trasformare il film in uno dei più grandi cult della storia del cinema.
Eppure Curry non è stato soltanto Frank-N-Furter. La sua straordinaria capacità di trasformazione gli ha permesso di attraversare horror, fantasy, commedia, musical e teatro. È stato il terrificante Pennywise nella miniserie televisiva It tratta dal romanzo di Stephen King, il demoniaco Signore delle Tenebre in Legend di Ridley Scott, Wadsworth in Clue e l’indimenticabile concierge dell’hotel in Mamma, ho riperso l’aereo: mi sono smarrito a New York. Ha lavorato inoltre moltissimo come doppiatore e ha ricevuto tre candidature ai Tony Awards per il suo lavoro a Broadway.
Dopo un grave ictus, Curry aveva dovuto affrontare importanti limitazioni motorie e aveva continuato la propria attività soprattutto attraverso la voce e apparizioni selezionate. Nonostante le difficoltà fisiche, non aveva mai perso il legame con il pubblico e con quell’universo di personaggi eccentrici che lo aveva reso inimitabile.
Dolly Parton e Tim Curry appartenevano a mondi apparentemente lontanissimi. Lei incarnava l’America del country, delle montagne del Tennessee, della canzone capace di raccontare povertà, amore e riscatto. Lui rappresentava una cultura britannica irriverente, teatrale, provocatoria, capace di trasformare l’eccesso e la diversità in libertà espressiva.
Eppure qualcosa li univa profondamente: entrambi avevano costruito personaggi immediatamente riconoscibili senza mai lasciarsi imprigionare da quei personaggi.
Dolly poteva sembrare la caricatura scintillante di una star country e poi scrivere una canzone capace di spezzare il cuore. Curry poteva apparire in corsetto e tacchi nei panni di Frank-N-Furter o trasformarsi nel clown più terrificante della televisione, conservando dietro ogni metamorfosi una precisione attoriale e una presenza scenica fuori dal comune.
Se ne vanno a distanza di poche ore, quasi contemporaneamente, due interpreti che hanno attraversato la seconda metà del Novecento arrivando ancora riconoscibilissimi al nuovo millennio.
In due giorni lo spettacolo perde due dei suoi volti più liberi, eccentrici e irripetibili.
Restano le canzoni di Dolly, destinate ancora a essere cantate molto tempo dopo di lei. E resta quel Time Warp che continuerà a riportare generazioni di spettatori dentro il castello di Frank-N-Furter.
Perché le vere icone, in fondo, hanno proprio questa strana capacità: se ne vanno, ma continuano ostinatamente a restare.