
di Francesco Cristiano Bignotti
Compasso a cerniera, squadrette, riga e righello. Matite, gomme, penne, pennino ad inchiostro di china, graphos, lamette da barba. Fogli A4, A3, A2, A0, rotoli , lisci, ruvidi o lucidi. Carta opaca o trasparente. Questa era la strumentazione minima, gli attrezzi del mestiere, di chi realizzava disegni tecnici. Non importa se era per la scuola o per la professione: in entrambi i casi, chi doveva fare quel tipo di rappresentazione geometrica, necessitava di almeno questi utensili. Ah, e poi c’era il tavolo da disegno – chi negli anni scolastici o universitari non ha avuto difficoltà con le sue insopportabili cerniere? – grande, pesante, inclinabile a piacere. Un intero mondo tecnico e tecnologico che oggi, a molti, sembra arcaismo puro. Un mondo del tutto analogico, sfacciatamente manuale, ma che nasconde dietro di sé un significato ed un senso più profondi: il contatto tra l’opera in fase di realizzazione e il disegnatore che realizza l’opera era costante e continuo. L’azione ed il prodotto erano sullo stesso piano ontologico.
La mano, tramite lo strumento scelto, in una forma di contatto quasi intimo, prolungava la rappresentazione mentale delle forme geometriche, senza alcun filtro immateriale, direttamente sui fogli. La persona, gli strumenti ed il disegno erano un continuum, senza alcuna discontinuità. Tutto il corpo era impegnato nella realizzazione di un prodotto che richiedeva l’uso di molte abilità pratiche ed intellettuali. Il prodotto di una tecnica analitico-geometrica, mentale e manuale, il disegno tecnico appunto, era sempre lì, tangibile, costruito passo passo. Lo si toccava davvero! Non c’era nessun divaricatore ontologico o metafisico tra disegni e disegnatori. Lo spazio era tangibilmente unico e lo stesso in tutto lo svolgersi dell’azione.
Il passaggio dal foglio allo schermo segna l’introduzione di un filtro e di un salto metafisico non indifferente. Nasce una distanza. Si pone una separazione metafisica netta: gli spazi diventano due e non più uno come prima. Lo spazio del disegno diventa spazio-altro rispetto a quello del disegnatore. L’intervento, all’epoca del lapis, era fortemente materico e fatto di puro contatto, abrasivo direi. Pensiamo al modo di cancellare il tratto di graphos sul foglio lucido con l’uso di una lametta da barba. Con i fogli da disegno virtuali la linea realizzata è distante dall’operatore e viene prodotta con un semplice “click” sul mouse.
Il mouse è la nuova matita, il cursore la nuova china, che post-agisce sul disegno rispetto all’azione della mano. La mano, così, non agisce direttamente sul disegno tramite uno strumento che dà continuità, creando un contatto continuo tra mano, utensile e disegno, ma agisce su uno strumento che è spazialmente di-staccato dai fogli immateriali. Il cursore, la nuova punta di matita, non è mai a contatto con il disegnatore. Il mouse, la nuova matita, non è a contatto con la sua punta ed il disegnatore è a contatto diretto solo con il mouse stesso, ma non con la punta della matita e quindi non tocca il disegno. Dai molti arnesi, si passa a pochissimi. Dalla partecipazione di tutto il corpo, al solo dito. Dal contatto diretto, all’assenza di contatto. Da un unico spazio – questa è la metamorfosi che più ci interessa – si passa a più spazi distinti e posti su diversi piani metafisici.
Il salto è grande e riguarda una delle categorie filosofiche più importanti di sempre: lo spazio. Se pensiamo al disegno tecnico solo come forma espressiva, o come comunicazione visiva di un’informazione complessa e stratificata, non c’è una grande variazione, se non nella forma estetica. Nel campo della sola rappresentazione, fine a se stessa, infatti, non varia l’oggetto rappresentato o la rappresentazione stessa, ma varia il modo di proporre il risultato finale, il che può restare prettamente su un piano estetico. Ciò che cambia è la sostanza modale della rappresentazione che si svolge su due spazi di natura differente: lo spazio del disegno e quello del disegnatore che sono separati anche ontologicamente. Il primo è uno spazio digitale, immateriale, senza limiti e confini, ripetibile e riproducibile senza sosta, duttile a piacere, in cui il tempo non agisce, dove l’azione è sempre uniforme e le modifiche non alterano la materia di quello spazio, svanendo nel nulla, senza traccia. Il secondo invece resta uno spazio puramente analogico, affetto dal tempo che scorre, dall’instabilità, limitato, non modificabile a piacere con azioni non uniformi e sempre soggette a correzioni che alterano costantemente la formazione spaziale e gli oggetti ivi compresi.
Insomma: lo spazio del disegno non è lo spazio del disegnatore. Mentre avviene la realizzazione del prodotto la distanza metafisica ed ontologica è incolmabile. Questa frattura trova ricomposizione solo quando – e solo se questo avviene – si realizza la stampa del disegno. In quel momento i piani spaziali tornano gli stessi, ma l’azione del disegnare è ormai conclusa.