
di Francesco Cristiano Bignotti
Gruppo WhatsApp, ci siamo tutti nella lista, rapido messaggio: “Ci vediamo alle 15:30 alla rotonda e subito dopo iniziamo il torneo”. Bene, tutti informati in pochi secondi. Ecco come ci saremmo organizzati oggi, in un qualsiasi pomeriggio dell’estate 2026 con gli amici. Un momento: mentre scrivo queste poche parole mi viene in mente il dubbio se oggi, un gruppo di liceali qualunque, si dedicherebbe ancora a vivere il proprio tempo in una attività di questo genere, fine a sé stessa, senza follower, ora che la vita nei quartieri è praticamente scomparsa. Ma siamo fiduciosi e allora torniamo al gruppo WhatsApp: qualcuno risponderebbe scrivendo di non esserci, qualcun altro metterebbe delle discutibili emoji e poi ci si sarebbe visti.
Pochi caratteri neri digitati in fretta su uno schermo colorato. Nessuna voce, nessun contatto visivo, nessuno sforzo, nessuna sorpresa e nessuna attesa, ma soprattutto nessun ulteriore intermediario. Solo, però, tanta distanza digitale travestita da una finta vicinanza. L’io è smaterializzato dentro una chat, liquefatto nelle suonerie che ci avvertono di un nuovo messaggio. Un’altra metamorfosi che ha investito anche le modalità e l’organizzazione degli incontri tra le persone. Meglio o peggio? Stabilitelo voi se volete; qui rileviamo, per ora, solo una forte differenza. La preparazione di un incontro, una delle cose che ha sempre richiesto una buona dose di contatto e di sforzo, che si estrinseca tramite la messa in atto di relazioni vive tra varie persone, sembra appiattirsi sulla vuota semplicità di un tap su uno schermo.
Adesso proviamo a fare un salto temporale all’indietro. Fine anni Novanta, primi duemila. Pomeriggio d’estate. Le giornate sono lunghe, ma non infinite. Il tempo stringe: se vogliamo fare un torneo bisogna iniziare subito. Solo per avvisare tutti ci vorrà un’ora! Bisogna scendere dalle proprie case, raggiungere i palazzi degli altri e citofonare a ciascun componente del gruppo. Andare casa per casa, insomma. Non ci sono scorciatoie digitali. Ecco l’ignoto che avanza. Chi risponderà al citofono? Andrea sarà a casa o dai nonni? Chissà. Sarà tutta una sorpresa. E poi l’attesa. Aspettare che tutti quelli che hanno risposto al citofono si preparino, scendano e raggiungano il posto stabilito.
La preparazione dell’incontro era piena di ebrezza. Attesa e sorpresa, infarcite di filtri posti tra noi e i nostri amici – il citofono, i genitori, l’attesa stessa. Tutto ciò, però, estrinsecava un paradigma importante. La distanza, categoria metafisica che caratterizza la preparazione di un incontro, prima che esso avvenga, si assottigliava pian piano, per gradi, senza fretta. La si poteva vivere pienamente tutta quanta. La si consumava concretamente. La distanza si faceva vicinanza nello scorrere dei momenti e di una meccanica che diventava un processo, dentro il quale le relazioni si accrescevano continuamente su loro stesse fino a realizzarsi istantaneamente nel tanto agognato incontro. Ogni barriera scavalcata faceva diminuire l’attesa ed aumentava il valore di quello che sarebbe accaduto dopo. Il processo dava forma all’incontro stesso, donandogli un valore concreto. L’incontro era la soddisfazione di una catena di relazioni complessa, il culmine di un vissuto variegato. La chat WhatsApp taglia il processo e con esso la catena relazionale. È forse questo il prezzo da pagare per essere più rapidi?