di Francesco Cristiano Bignotti

Ve lo ricordate il “Tutto Città”? I vari stradari e le carte stradali? Da appassionato di carte geografiche li ho sempre avuti in mente ma, come comunemente accade, quando stavo cercando di orientarmi in una città che non conoscevo, ed ho comunemente attivato il navigatore sul mio smartphone, mi sono fatto una domanda ben precisa. È possibile rintracciare qualche categoria filosofica di approfondimento, nel passaggio tra l’uso di una carta stradale e il digitale per orientarci? 

Entro subito all’interno del tema. Oggi siamo di fronte al caso in cui il percorso che si vuole compiere – e che si sta compiendo – diventa linea colorata bidimensionale ed il soggetto, a sua volta, diventa una freccia, anch’essa colorata, che sormonta il percorso stesso. Nel procedere, la linea blu svanisce mano a mano che si va avanti, inghiottita dalla freccia, cioè da un soggetto che, attuando una passività cognitiva nella realtà materiale, segue la linea della realtà digitale. È un’azione strana se ci pensiamo. È come se il centro di questo andare, il suo nocciolo essenziale, il suo senso, non sia nient’altro che un tracciato che si dissolve. E già questa osservazione è filosoficamente rilevante. Mentre mi sposto utilizzando un navigatore digitale, sto vivendo proprio questo, una dissolvenza. Guardo lo schermo e poi guardo attraverso il vetro, in alternanza continua, e lo spazio che mi si presenta davanti è solo qualcosa che fa da cornice ad un tratto blu su uno schermo. Un tratto che si cancella man mano che si consuma uno spazio materiale. È una posposizione curiosa quella che si realizza: non sono davvero concentrato sulla strada che attraverso, ma sulla linea blu e su come evitare di uscire da quella linea. Non voglio e non posso sbagliare. Con la carta, invece la possibilità d’errore era a priori accettata e rappresentava quasi condizione di possibilità dell’orientarsi nell’ignoto.

Con il navigatore non costruisco il mio incedere in prima persona, ma mi preoccupo di restare dentro un tracciato prestabilito da un terzo. Nessuna possibilità di errore. Poche alternative. Non ricerco, non provo a capire. A livello cognitivo mi affido totalmente a qualcosa di profondamente diverso da me che fa il lavoro di ricerca e decodifica spaziale al posto mio. Non elaboro nulla. Mi getto nelle mani, anzi nei pixel, dello strumento che sto utilizzando. Non c’è elaborazione attiva del soggetto. Imposto qualcosa, lo strumento elabora, me lo dà in visione ed io non faccio altro che seguire. Uno stare dentro una dissolvenza. Un gioco di equilibrio spaziale. Questa dissolvenza dell’azione è la cifra filosofica più generale che mi sento di attenzionare all’interno di questo passaggio attraverso i decenni, tra due tecnologie ontologicamente differenti.

Non solo però dissolvenza dell’agire, quindi dell’occupazione dello spazio, ma anche dissolvenza del soggetto che sparisce come protagonista cercatore di una strada, mutandosi, direi, in un inseguitore di segni. Un soggetto dissolto. Questo dal punto di vista filosofico è molto interessante e mi porta a parlare anche di un altro punto rilevante. Osservare come ci sia un rapporto tra il soggetto e lo spazio del tutto originale e nuovo rispetto all’utilizzo della carta. Questa novità si esplica sotto vari aspetti. Resta la bidimensionalità del supporto utilizzato per l’orientamento (si passa  da un foglio di carta ad un foglio elettronico) ma ad essa si aggiunge anche la bidimensionalità del soggetto fruitore di quel supporto, che ora è anche dentro lo schermo, ridotto pure lui a due dimensioni. Nello stesso momento due presenze: una in forma umana ed una in forma di freccia (gli ultimi aggiornamenti propongono anche una macchinina tridimensionale, ma il concetto non cambia). Questa è una differenza notevole che con l’uso della cartina stradale non si verifica: con la carta resta visibile e presente l’unico soggetto fisico con i due spazi, quello reale e la sua rappresentazione statica e limitata sulla carta stessa. Non ci sono né due soggetti né uno spazio rappresentato che si muove seguendo il movimento del soggetto. 

È un gioco di posposizioni, tra spazio e soggetto, davvero notevole. Il soggetto vive una dicotomia che nasce dalla presenza nello stesso istante, in due spazi differenti ma biunivocamente legati. Quel soggetto ora è presente in due spazi, dicevo. Ma sono davvero due oppure è sempre lo stesso? Perché trent’anni fa non mi sarei posto questa domanda? Con certezza si può dire che, usando le applicazioni odierne, gli spazi sono uno fisico (quello in cui c’è il soggetto in carne ed ossa) ed uno digitale (quello dove c’è il soggetto-freccia). Mi si potrebbe obiettare che anche nella carta gli spazi sono due: c’è quello fisico e ce n’è uno analogico. La differenza, però, sta proprio nel fatto che il soggetto ora è effettivamente presente in entrambi i posti, nello stesso tempo seppure sotto forma diversa, ma è questo che fa interpretare lo spazio in maniera diversa e quindi il percorso stesso. Nella carta nessuno avrebbe pensato a due soggetti, perché su quei fogli, non c’è nessun soggetto che si muove insieme al soggetto-fruitore. Il soggetto adesso non mantiene più la sua identità univoca ma si sdoppia e compie lo stesso tragitto anche dentro la rappresentazione dello spazio che sta effettivamente vivendo. È un bel salto ontologico. Nel reale fisico lo spazio è fermo ed il soggetto si muove, nel digitale (la rappresentazione di quello spazio vivo) si muove ed anche il soggetto si muove con esso. Tutto questo nel medesimo istante. Io seguo il me stesso dentro la rappresentazione spaziale dello spazio nel quale sono immerso, senza curarmi minimamente di scandagliare proprio questo spazio concreto per scegliere la direzione da fare. È il soggetto digitale che sceglie e si muove, mentre il soggetto concreto lo segue. E per di più negli stessi tempi.

Il soggetto non guida attivamente il percorso ma è contrariamente il percorso già tracciato che guida il soggetto lungo di esso. Pertanto la scoperta dello spazio non è più demandata al soggetto ma ad un oggetto tecnologico che porta il soggetto in uno spazio già codificato e già tracciato. Si viene posti in una condizione di passività totale: è l’esperienza dello spazio nuovo che non viene più ad assumere quei caratteri della scoperta, tipicamente caratterizzata da un’attenzione alta, ma diventa un mero passare, un attraversare a-soggettivo nel quale non ci sono trasformazioni ma solo tracciamenti. 

L’inaspettato non esiste. Altra cifra filosofica di rilievo che qui non approfondisco ma di cui ne segnalo una forte presenza. La scoperta è ridotta non più ad un agire legato a tutta una serie di skills o capacità di chi procede nell’ignoto, ma è delegato ad una macchina. 

E il tempo in tutto ciò? Questo anche è rilevante. Siamo di fronte ad un continuo presente che fagocita tutto quello che passa, anzi tutto ciò che incontra nel suo incedere. Ma questo lo si era intuito da quanto avevo detto sopra. Uno stesso presente vissuto da due soggetti, dentro due spazi, di cui uno è rappresentazione dell’altro, che non fa avvertire il suo passare. 

Insomma, forse alla fine di questa riflessione, che è solo un punto di inizio vista la vastità e complessità dei temi che sono emersi, per qualcuno di voi sarebbe stato meglio che non mi fossi fatto quella domanda iniziale, vero?