Fahrenheit 451, perché abbiamo bisogno di poesia

“Fahrenheit 451” di Ray Bradbury

Perché abbiamo bisogno di poesia

 

Il compito della poesia qual è? Emozionare. Risvegliarci da uno stato in cui siamo piegati su noi stessi o su preoccupazioni sovrastrutturali per farci immergere nell’umano. Sì, la poesia è un’arte in grado di scuotere chi la legge e chi la ascolta, oltre che chi la scrive. Ed è questo il miracolo della poesia, un bene prezioso di cui è necessario alimentare la cultura, lo studio e la cura.

Immaginiamo ora di vivere in una società che funziona al contrario. Un mondo dove, per esempio – ma esempio non a caso – i vigili del fuoco non spengono gli incendi, ma gli appiccano. E a bruciare è la carta, la carta dei libri, con tutta la saggezza e la passione contenuta al loro interno.

Bradbury credeva che occorressero 451 gradi Fahrenheit (circa 232 gradi Celsius) per bruciare la carta e da lì deriva il titolo dell’opera più celebre dell’autore e uno dei capisaldi della narrativa distopica.

Dettaglio da non sottovalutare: non sono solo i libri a essere bruciati, ma anche le case che li hanno nascosti. E spesso, sempre più spesso, anche coloro che li custodivano preferiscono morire con loro anziché vivere senza di essi. È proprio un’anziana donna che sceglie di non salvarsi e di finire la sua vita nella sua dimora insieme ai suoi libri a segnare per la seconda volta la vita di Montag, il protagonista. Il primo germe di cambiamento, invece, lo aveva inoculato in lui Clarisse, la giovane vicina di casa che aveva cercato di farlo riflettere sull’umanità e i suoi valori.

Ma perché ne stiamo parlando qui? Forse ve lo state chiedendo. Non è solo perché i libri e la cultura fanno parte del nostro patrimonio e oltre che oggetti di consumo sono beni da tutelare. Non solo perché vogliamo combattere un’idea di società, presente nel libro e pericolosamente sempre più possibile anche intorno a noi, in cui ciò che conta è anestetizzarsi, non sentire più niente, rifuggendo tutto ciò che è ascolto di sé e degli altri, nel profondo. Una società in cui l’emotività viene rappresentata solo nei reality, in modo ben spesso lontano dalla realtà e distorto, manipolato dalla macchina da ripresa e dal montaggio. Anche in “Fahrenheit 451” troviamo questo tipo di rinuncia alla vita vera in favore di un universo alterato, distorto dallo schermo, in cui la moglie di Montag, Mildred, si immerge nel salotto. In particolar modo nel programma “la famiglia”, dove i protagonisti le si rivolgono chiamandola per nome. Mildred è incarnazione e prodotto della società, mentre Montag, da pompiere con il compito di bruciare libri, si scopre diverso. Scopre sé stesso, possiamo dire. E non gli basta.

Sì, perché oltre a salvare libri, a nasconderli, a studiarli a memoria per evitare di perderli per sempre, qualora fossero bruciati, cerca in un tentativo estremo di risvegliare da questo sonno di coscienza la moglie e le amiche riunite in salotto. E lo fa leggendo proprio una poesia.

Perché è questo il compito della poesia – e qui mi riallaccio a quanto detto all’inizio di questa recensione: la poesia ha il compito di emozionarci, di risvegliarci, di farci scoprire umani e vivi. Anche con le nostre paure che non possono e non devono essere anestetizzate da false vite create per distarci dalla realtà.

La situazione precipita in fretta: Montag trova la moglie e le amiche nel salotto, all’oscuro della realtà: la guerra così vicina da essere alle porte non arriva alle loro menti assorbite da un altrove che non esiste in nessun dove. Un altrove che dovrebbe assorbire le loro paure e riempire i loro vuoti, ma che in fondo poi non ci riesce per davvero. Come le pillole con cui Mildred ha tentato il suicidio. Montag vuole dare una scossa a quelle donne e appare con un libro in mano. Nella sala cala l’imbarazzo, perché i libri sono proibiti e i pompieri dovrebbero bruciarli, non conservarli. La tensione sale sempre più finché la moglie non può che cercare di giustificare il marito mentendo, dicendo che è concesso loro di portarne a casa uno, di tanto in tanto. Lo sfida a leggere, forse sicura che niente in loro sarebbe cambiato. E qualcosa invece accade, irrimediabilmente per Montag.

Montag legge ad alta voce, prima con la voce rotta, poi via via più sicuro, l’estratto di una poesia: “La spiaggia di Dover” del poeta britannico dell’Ottocento Matthew Arnold. La lirica è tratta da “New Poems” del 1867. Arnold aveva visitato quel luogo durante il viaggio di nozze e nella poesia netta è la contrapposizione con il mondo che lo circonda, incapace di provare gioia, amore, sollievo nel dolore. Una situazione simile a quella descritta da Bradbury e che Montag vive.

E qual è l’effetto della poesia? Che cosa succede quando il protagonista finisce di leggere? Una delle ospiti della signora Mildred, la signora Phelps, scoppia in lacrime. Le altre commentano scagliandosi contro la poesia, pronunciando una frase emblematica: “[…] poesia e lacrime, poesia e suicidio, pianti e tristezza: poesia è star male.”

In un mondo che non vuol sentire, che non vuole capire, che non vuole riconoscersi umano e come tale accettare gli altri umani, provare emozioni, soprattutto se non positive, è considerato un pericolo; se qualcuno ci invita a farlo, è un affronto. Ed è questa la più grande denuncia di Bradbury: il mondo ha bisogno di poesia, perché il mondo ha bisogno di esser vivo. La poesia non è un portale per la tristezza, ma per la realtà e per le emozioni. Qualcosa di profondo, che parla in profondità in chi ha il coraggio di ascoltarla.

Oggi, in un mondo saturo di talk show e di reality, in cui le notizie più tremende sono sempre alleggerite da quelle più frivole, abbiamo bisogno di ritrovare la poesia per riscoprirci umani e per ritrovare noi stessi.

 

 

Ray Bradbury, Fahrenheit 451, Mondadori

192 pagine

https://www.mondadori.it/libri/fahrenheit-451-ray-bradbury/

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