
Può attraversare una faggeta abruzzese senza quasi lasciare traccia o altro segno che una breve oscillazione delle foglie. Non ha la fama dell’orso marsicano, non possiede l’imponenza del cervo e non suscita, nell’immaginario collettivo, la paura ancestrale del lupo. Eppure, il suo incontro può rimanere nella memoria di chi lo vive per tutta la vita.
È il gatto selvatico europeo, Felis silvestris.
La sua presenza è documentata da decenni, tra le montagne abruzzesi, al punto che Il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise lo annovera fra la propria fauna e ne descrive le caratteristiche di animale schivo, solitario e prevalentemente crepuscolare-notturno, legato soprattutto ai boschi di latifoglie.
La prima difficoltà sta nel riconoscerlo.
Il gatto selvatico europeo assomiglia naturalmente a quello domestico, ma non è solamente più aggressivo o più grande. Ha un corpo robusto, zampe forti e una coda folta, terminante con una punta nera e caratterizzata da anelli scuri.
È soprattutto il comportamento ad essere differente e a tradirne la natura.
Il selvatico evita l’uomo, trascorre le ore diurne nascosto e si muove prevalentemente al crepuscolo e durante la notte. Si rifugia nelle cavità degli alberi, nelle tane abbandonate e negli anfratti rocciosi. La sua dieta è composta soprattutto da piccoli mammiferi e roditori, ma può comprendere anche uccelli, anfibi e insetti.
È dunque un animale che raramente concede all’uomo un incontro facile.
E proprio questa difficoltà di osservazione è probabilmente una delle ragioni per cui, nel corso del tempo, la sua immagine è entrata di diritto in quella zona della memoria dai confini sfumati, a metà tra la realtà e la leggenda.
L’ABRUZZO DEL GATTO SELVATICO
Il rapporto tra il gatto selvatico e l’Abruzzo non è soltanto una suggestione letteraria.
Nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise sono state raccolte numerose segnalazioni della specie nel territorio del Parco stesso e nei comuni circostanti. Fra le località interessate compaiono Opi, Civitella Alfedena, Gioia dei Marsi, Pescasseroli, Villavallelonga, Villetta Barrea e Bisegna.
Sono dati che raccontano una presenza reale, ma anche quanto sia difficile studiare una specie così elusiva.
E qui emerge uno degli aspetti più delicati della conservazione.
Il confine fra selvatico e domestico, infatti, non è soltanto una questione visiva. L’ibridazione con il gatto domestico rappresenta una delle minacce più concrete per la conservazione delle popolazioni selvatiche.
Per riconoscere davvero il selvatico, oggi, non basta la testimonianza di chi dice di aver visto un enorme gatto nel bosco.
La scienza ha bisogno di fotografie, tracce, campioni biologici, analisi genetiche e monitoraggi ripetuti.
La memoria, invece, ha bisogno di qualcuno che racconti.
«L’HO VISTO NEL BOSCO»
Nelle comunità di montagna la conoscenza del territorio è stata per secoli una conoscenza soprattutto orale.
Il pastore imparava a riconoscere le impronte, i versi, le abitudini degli animali. Sapeva distinguere il rumore di un animale che si muoveva fra le pietre da quello provocato dal vento nei cespugli. Conosceva le ore in cui la montagna cambiava volto e soprattutto trascorreva molto più tempo nel territorio selvatico di quanto faccia oggi la maggior parte delle persone.
Quando uno di loro pronunciava la frase “L’ho visto”, riferendosi al felis silvestris, non era, ovviamente un dato scientifica, ma era sicuramente una testimonianza.
E il gatto selvatico, proprio perché difficile da osservare, si prestava magnificamente a diventare oggetto di leggende e narrazioni.
La sua somiglianza con il gatto domestico produceva familiarità; la sua vita solitaria e notturna era oggetto di mistero.
STORIE DI MONTAGNA
Intorno alla sua magnifica figura sono nati infatti dei racconti orali, che non hanno un unico narratore, ma che sono stati tramandati di bocca in orecchio, probabilmente unendo esperienze e ricordi di persone diverse. Ne riporto due.
Il gatto sopra il muretto
Era una sera di novembre e il gregge stava tornando verso lo stazzo.
Il pastore aveva già contato le pecore due volte. Il cielo si era fatto rapidamente scuro e dalla valle saliva quell’aria fredda che precede le prime nevicate. A quell’ora, raccontava, la montagna cambiava voce.
I campanacci degli animali erano l’unico rumore continuo.
Poi il cane si fermò.
Non abbaiò.
Sollevò il muso e rimase immobile a guardare verso un vecchio muretto a secco.
Il pastore pensò che avesse sentito una volpe.
Fece qualche passo.
Sul muretto c’era un gatto.
Ma non era come quelli che si vedevano nei paesi.
Era più grosso, con il pelo grigio e striato. La coda sembrava particolarmente folta. Se ne stava seduto, perfettamente immobile, come se aspettasse che il gregge passasse.
Il pastore rimase a guardarlo.
Anche l’animale guardava lui.
Per qualche secondo nessuno dei due si mosse.
Poi il pastore alzò la lanterna.
Gli occhi del gatto rifletterono la luce.
Il cane fece un passo avanti.
Fu allora che l’animale saltò dal muretto e scomparve nel bosco.
Non corse come avrebbe fatto un gatto spaventato.
Semplicemente non ci fu più.
Il pastore rimase qualche momento con la lanterna puntata verso gli alberi.
Quando tornò allo stazzo raccontò di aver incontrato il gatto selvatico.
Gli altri gli chiesero quanto fosse grande.
«Come un gatto», rispose.
Poi, dopo un momento di silenzio, aggiunse:
«Ma era un gatto che non voleva essere visto.»
Negli anni successivi quella storia sarebbe stata raccontata molte volte.
E, come spesso accade alle storie raccontate più volte, l’animale avrebbe lentamente cambiato dimensioni.
Prima sarebbe diventato grande come una volpe.
Poi quasi come un piccolo cane.
Ma nella memoria del pastore sarebbe rimasto sempre uguale: fermo sul muretto, con gli occhi illuminati dalla lanterna.
In racconti di questo genere non è necessario che compaia una creatura soprannaturale.
Il mistero nasce dalla realtà stessa.
Un animale notturno, osservato per pochi secondi, magari a distanza e in condizioni di scarsa luce, può diventare nella memoria molto più grande, più scuro e più enigmatico di quanto fosse realmente.
La leggenda non nasce necessariamente da una menzogna, ma anche da un’esperienza autentica che il tempo, il racconto e l’immaginazione hanno lentamente trasformato.
Questa seconda storia appartiene ad un’altra delle paure della montagna: quella della notte.
Il rumore dietro la porta
Un pastore aveva trascorso la sera in una piccola costruzione di pietra, mentre fuori nevicava.
Il gregge era raccolto poco distante.
A un certo punto, nel silenzio, sentì un rumore.
Scràt.
Come un’unghia contro il legno.
Aspettò.
Poi di nuovo.
Scràt.
Si avvicinò alla porta.
Pensò che fosse il vento.
Aprì appena.
Non c’era niente.
La neve copriva il terreno davanti alla porta e non si vedeva alcuna impronta.
Richiuse.
Dopo qualche minuto, il rumore tornò.
Questa volta sembrava provenire proprio dall’altra parte della porta.
Il pastore prese la lanterna e aprì di colpo.
Nel fascio di luce vide un animale a pochi metri.
Un gatto.
Ma un gatto selvatico.
Rimase fermo per un istante, quasi sorpreso quanto l’uomo.
Poi si voltò e cominciò a salire verso il bosco.
Il pastore uscì.
Fu allora che vide le impronte nella neve.
Erano piccole.
Troppo piccole, pensò, per tutto quel rumore.
Seguì le tracce per una decina di metri, fino al limite degli alberi.
Lì finivano.
Non c’erano altre impronte.
Come se l’animale fosse semplicemente svanito.
Tornato alla porta, il pastore raccontò l’accaduto agli altri.
Qualcuno disse che il gatto cercava riparo.
Qualcun altro che voleva soltanto il calore.
Un vecchio rispose invece:
«No. Quello voleva sapere chi c’era dentro.»
La frase rimase.
E negli anni quella piccola storia finì per raccontare qualcosa di più grande dell’animale stesso.
Il gatto selvatico diventava così il visitatore della notte: non una creatura maligna, ma un essere appartenente a un mondo parallelo a quello degli uomini.
L’uomo aveva la sua casa.
Il pastore aveva il suo stazzo.
Il gatto aveva il bosco.
Per un istante, quella notte, i due mondi si erano incontrati davanti a una porta.
Poi ognuno era tornato al proprio.
LA MONTAGNA RACCONTATA DAI PASTORI
Per comprendere questi racconti bisogna immaginare l’Abruzzo rurale di qualche generazione fa.
Le montagne erano percorse a piedi. Le greggi trascorrevano stagioni intere sui pascoli. I boschi erano luoghi di lavoro, di passaggio e di rifugio, ma anche spazi nei quali l’uomo sapeva di non essere padrone assoluto e viveva in una sorta di dialogo permanente con la fauna.
Il lupo era un possibile pericolo per il gregge, la volpe apparteneva alla quotidianità, l’aquila poteva essere osservata nel cielo, il cervo lasciava tracce riconoscibili.
Il gatto selvatico era diverso, non aveva bisogno di mostrarsi.
È questa, forse, la sua caratteristica più potente dal punto di vista simbolico: essere presente senza farsi vedere.
Per chi trascorreva la notte in montagna, il bosco non era mai completamente vuoto. Era pieno di presenze che l’uomo percepiva senza necessariamente riuscire a identificare: un ramo spezzato, un fruscio, un richiamo lontano, due occhi che riflettono la luce della lanterna. E poi il silenzio.
È importante, tuttavia, non confondere la memoria popolare con una documentazione zoologica.
Non ogni «gatto selvatico» raccontato da un abitante di montagna era necessariamente Felis silvestris. Prima della diffusione delle fotocamere digitali e delle fototrappole, distinguere a distanza un gatto selvatico da un gatto domestico, da un gatto inselvatichito o persino da altri piccoli carnivori poteva essere estremamente difficile.
Ed è proprio qui che il racconto diventa interessante, perché permette di capire come una comunità ha guardato alla natura.
Una leggenda non è una fotografia. È una forma di memoria.
E la memoria non conserva soltanto ciò che è accaduto: conserva anche ciò che una comunità ha provato davanti a ciò che è accaduto.
Nella cultura tradizionale della montagna il bosco non era soltanto un ambiente naturale. Era anche il luogo dell’ignoto. Là iniziava qualcosa che non era completamente controllabile ed il gatto selvatico sembrava fatto apposta per abitarlo perché non ruggisce come un grande predatore, non si presenta apertamente, non cerca il contatto con l’uomo. Passa e scompare.
UNA SPECIE CHE OGGI POSSIAMO FINALMENTE OSSERVARE
La tecnologia ha cambiato il modo in cui conosciamo questo animale.
Le fototrappole permettono oggi di registrare passaggi che un tempo sarebbero rimasti soltanto nella memoria di chi li aveva osservati. Le analisi genetiche consentono di affrontare anche il problema, molto più complesso di quanto sembri a prima vista, della distinzione tra popolazioni selvatiche, gatti domestici e possibili ibridi.
Il monitoraggio scientifico permette inoltre di raccogliere dati sulla distribuzione della specie e sulla sua ecologia, trasformando osservazioni isolate in conoscenza verificabile.
La scienza, insomma, sta trasformando in dati ciò che per generazioni era stato soltanto racconto.
Se oggi possiamo fotografare un gatto selvatico senza quasi disturbare il suo comportamento, rischiamo invece di perdere un’altra forma di documentazione: quella custodita nella memoria degli anziani dei paesi.
Sono loro che ricordano i nomi locali degli animali, che sanno raccontare dove un tempo si incontravano determinate specie, che conservano episodi ascoltati dai nonni: il pastore che incontrò un grande felino sul sentiero, l’animale visto vicino a una masseria, il rumore sentito durante una notte di guardia al gregge.
Queste testimonianze non dovrebbero essere prese automaticamente come prove della presenza della specie ma raccolte come documenti di cultura orale.
Ne nascerebbe una sorta di atlante parallelo: da una parte la carta scientifica del Felis silvestris, dall’altra quella della sua memoria.