Tra fantascienza, spiritualità e interrogativi sulla natura dell’esistenza umana, Risvegliati, il nuovo romanzo dello scrittore ed editore abruzzese Jacopo Lupi, affronta temi che da sempre alimentano il confronto tra scienza, religione e immaginazione: dalla reincarnazione alla possibilità di forme di vita extraterrestri, fino alle interpretazioni delle Scritture e al rapporto tra fede e istituzioni religiose.

Alla base del libro, pubblicato l’11 ottobre e primo titolo della nuova collana Rubedo – Opere al Rosso di Jacopo Lupi Editore, c’è una testimonianza che l’autore dichiara di aver raccolto e successivamente rielaborato in forma narrativa. Ma c’è anche un’esperienza personale particolarmente significativa: un grave episodio di salute, risalente a circa tre anni fa, durante il quale Lupi racconta di essere stato rianimato e che avrebbe segnato profondamente il suo modo di interpretare la realtà.

Dove finisce la testimonianza e dove comincia la finzione? Quale spazio può trovare la ricerca spirituale nella letteratura contemporanea? E come si conciliano le convinzioni personali con la necessità di distinguere ciò che è documentabile da ciò che appartiene alla sfera dell’esperienza soggettiva?

Ne abbiamo parlato con Jacopo Lupi in un’intervista che, partendo dal romanzo, attraversa questioni più ampie: il significato della coscienza, il rapporto con la fede, la funzione della scrittura e le responsabilità culturali di chi, oltre a essere autore, sceglie di fare editoria.

 

  1. Risvegliati intreccia extraterrestri, reincarnazione, spiritualità e misteri legati alla Chiesa. Da quale intuizione è nato il romanzo e che cosa ti ha spinto a esplorare territori così complessi e controversi?

Risvegliati nasce prima di tutto da una frattura nella mia vita, da un momento in cui ciò che consideravo certo ha smesso improvvisamente di esserlo. Circa tre anni fa ho attraversato un grave evento legato alla mia salute, durante il quale sono stato rianimato. È stata un’esperienza traumatica, ma anche profondamente trasformativa. In quei momenti ho avuto percezioni che ancora oggi faccio fatica a tradurre in parole: qualcosa che allora mi appariva intangibile, incomprensibile, e che ha cambiato radicalmente il mio modo di guardare all’esistenza. Non pretendo di presentare ciò che ho vissuto come una prova universale; posso però dire che, per me, è stato reale e ha aperto interrogativi ai quali non potevo più sottrarmi.

Da lì è cominciata una ricerca. Ho iniziato a studiare ciò che prima avevo trascurato: la dimensione spirituale, la coscienza, l’idea della continuità dell’anima e della reincarnazione, le tradizioni esoteriche e le diverse letture dei testi sacri. Ho incontrato interpretazioni del messaggio di Gesù che vi riconoscono riferimenti a un percorso dell’anima più ampio di quello comunemente insegnato; sono letture discusse, non conclusioni storiche condivise, ma mi hanno spinto a interrogarmi anche sul rapporto tra fede, istituzioni e interpretazione delle Scritture. Mi interessa capire come, nei secoli, alcune domande siano state accolte e altre siano rimaste ai margini.

Durante questa ricerca ho ascoltato racconti straordinari. Uno in particolare, condiviso con me da persone direttamente coinvolte, mi ha colpito al punto da farmi desiderare di trasformarlo in un romanzo. Ho ottenuto il loro consenso, cambiato nomi e luoghi e costruito una narrazione capace di proteggerne la riservatezza. Non è una trascrizione letterale degli eventi: è letteratura che nasce da una testimonianza e dalla mia ricerca personale. In fondo, Risvegliati è questo: il tentativo di dare forma a ciò che ho percepito, a ciò che sto studiando e a ciò che, con molta prudenza, sto cominciando a comprendere.

  1. Presenti Risvegliati come un romanzo ispirato a una storia vera. Quanto c’è di esperienza personale, quanto di testimonianza e quanto, invece, di costruzione narrativa? Dove collochi il confine tra realtà e finzione?

Il punto di partenza è una testimonianza che mi è stata affidata da una persona di cui non posso rivelare l’identità. Questa persona mi ha raccontato esperienze e fatti che costituiscono il nucleo originario della storia. Per rispetto nei suoi confronti e nei confronti delle altre persone coinvolte, non posso indicare luoghi, nomi o dettagli che consentirebbero di riconoscerle. Per me il dovere di proteggere chi si è fidato viene prima di qualsiasi curiosità del pubblico.

A quel nucleo ho aggiunto una costruzione narrativa vera e propria: personaggi, dialoghi, passaggi drammatici, tempi e collegamenti sono stati rielaborati perché un romanzo deve avere un ritmo, una coerenza interna e una forza emotiva che una semplice successione di testimonianze non garantirebbe. Inoltre alcuni temi trattati, soprattutto quelli che riguardano esperienze spirituali e presenze non ordinarie, non sono verificabili con gli strumenti e le evidenze che oggi abbiamo a disposizione. Sarebbe scorretto confondere la convinzione di chi li ha vissuti con una dimostrazione scientifica.

Di strettamente autobiografico c’è poco sul piano degli avvenimenti raccontati; c’è moltissimo, invece, nella sensibilità con cui li ho osservati. La mia esperienza di rianimazione, le domande che ne sono nate e gli studi successivi attraversano tutto il libro. La fantascienza è la collocazione editoriale più immediata, perché il romanzo contiene elementi che il lettore associa a quel genere. Ma non ho scritto partendo dal desiderio di inventare un universo fantastico: sono partito da un racconto che mi è stato presentato come realmente vissuto. È proprio questa tensione fra testimonianza, interpretazione e immaginazione a dare identità a Risvegliati.

  1. Il concetto di risveglio attraversa l’intera narrazione. In una società che sembra aver smarrito molte delle proprie certezze, che cosa significa, secondo te, risvegliarsi? E quale ruolo può avere la letteratura in questo processo?

Per me il primo passo del risveglio è ammettere una possibilità scomoda: quella di vivere gran parte della nostra esistenza in uno stato di sonno interiore. Lavoriamo, amiamo, cresciamo figli, incontriamo amici, inseguiamo obiettivi; facciamo tutto ciò che riempie una vita normale. Eppure, molto spesso, attraversiamo queste esperienze in modo automatico, reagendo agli eventi senza osservare davvero ciò che accade dentro di noi. Non è un giudizio sulle persone: è una condizione nella quale mi riconosco anch’io e sulla quale cerco di lavorare ogni giorno.

Risvegliarsi non significa sentirsi superiori, possedere verità segrete o avere risposte a ogni domanda. Significa cominciare a osservare i propri pensieri, le proprie paure, le reazioni abituali; riconoscere quanto spesso siamo guidati da meccanismi inconsapevoli. È un lavoro su di sé che richiede disciplina, sincerità e soprattutto apertura del cuore. Nella ricerca spirituale che sto portando avanti ho trovato centrale proprio questa idea: la conoscenza non è soltanto accumulare informazioni, ma trasformare il modo in cui siamo presenti a noi stessi e agli altri. E quando cambia la nostra coscienza, cambia anche il modo in cui partecipiamo alla realtà.

La mia esperienza personale mi ha portato a sentire che l’essere umano non si esaurisce nella sola dimensione materiale. Questa è una convinzione maturata attraverso ciò che ho vissuto e studiato, non una verità che chiedo al lettore di accettare sulla fiducia. Credo però che interrogarci sulla coscienza, sull’anima e sul senso della vita possa renderci più responsabili, non meno concreti. La letteratura ha una forza speciale in questo percorso: non impone una dottrina, ma fa vivere una possibilità. Un romanzo può raggiungere qualcuno attraverso un’emozione, un personaggio o una domanda che continua a risuonare dopo l’ultima pagina. Se Risvegliati riuscirà a far nascere anche una sola domanda autentica, avrà già svolto una parte importante del suo compito.

  1. La prefazione è affidata a Benedetta, medium psichica e operatrice olistica, conosciuta attraverso un video su TikTok. Come si è sviluppato il vostro confronto e in che modo il suo contributo ha arricchito o modificato la prospettiva del romanzo?

Ho incontrato Benedetta attraverso un video su TikTok. Potrei dire che è successo per caso, ma oggi tendo a guardare a certi incontri attraverso il concetto di sincronicità: quelle coincidenze che, nel momento in cui si presentano, sembrano entrare in risonanza con ciò che stiamo vivendo. Naturalmente è il significato che io attribuisco a quell’incontro; ciò che conta è che sia avvenuto proprio mentre lavoravo a una storia che tocca temi vicini al suo percorso.

Benedetta si presenta come medium psichica e operatrice olistica e racconta di vivere una particolare sensibilità nei confronti della dimensione spirituale, della memoria di sé e del senso della propria presenza nel mondo. Nel confronto con lei ho trovato una persona capace di ascoltare senza liquidare in partenza questioni difficili, e questo per me era essenziale. Abbiamo parlato delle tematiche del romanzo, delle esperienze che lo hanno ispirato e delle domande che continuano ad accompagnarmi.

La sua prefazione non serve a certificare scientificamente gli avvenimenti narrati, né a chiedere al lettore un atto di fede. Ha invece il valore di una voce ulteriore, di una prospettiva che dialoga con quella del libro e che, per me, presenta consonanze significative con la testimonianza da cui sono partito. Il suo contributo ha arricchito Risvegliati perché lo introduce con una sensibilità diversa dalla mia, offrendo al lettore un’altra chiave con cui avvicinarsi a una storia che, per sua natura, invita a non fermarsi alla superficie.

  1. Risvegliati inaugura Rubedo – Opere al Rosso, una delle tre nuove collane della tua casa editrice, ispirate alle fasi dell’Opera alchemica. Qual è la visione culturale alla base di questa scelta e quali caratteristiche dovranno avere le opere destinate alla collana?

Credo che una casa editrice abbia una responsabilità che va oltre la produzione e la vendita di libri. Pubblicare significa scegliere quali idee, storie e domande contribuire a far circolare. Negli anni ho maturato la necessità di rendere più riconoscibile questa responsabilità anche attraverso una nuova direzione editoriale: non cercare soltanto testi interessanti, ma opere capaci di accompagnare il lettore in un percorso di conoscenza e trasformazione interiore.

Per questo ho scelto come riferimento simbolico le tre grandi fasi dell’Opera alchemica. La Nigredo, o Opere al Nero, rappresenta il momento della crisi, della disgregazione delle vecchie certezze, dell’incontro con l’ombra e con ciò che non vogliamo vedere di noi stessi. In questa collana immagino opere che sappiano attraversare il conflitto, la perdita, la fragilità e le contraddizioni dell’essere umano, senza cercare scorciatoie consolatorie. L’Albedo, o Opere al Bianco, è il momento della chiarificazione e della purificazione: dopo la crisi comincia a emergere una consapevolezza nuova. Qui trovano spazio libri che aprono prospettive, aiutano a comprendere e a rimettere ordine nel proprio mondo interiore.

La Rubedo, o Opere al Rosso, è il compimento simbolico dell’Opera, l’integrazione e la trasformazione. Non significa che chi legge abbia raggiunto una perfezione spirituale, ma che l’opera narrativa o saggistica sia attraversata dalla possibilità di una coscienza più ampia, capace di unire conoscenza ed esperienza, pensiero e cuore. Risvegliati inaugura questa collana perché mette in scena proprio il richiamo a ricordare chi siamo. Le tre collane non sono etichette rigide né graduatorie di valore: sono tre direzioni di ricerca. Voglio pubblicare libri ben scritti, editorialmente curati, capaci di raccontare l’essere umano e di lasciare nel lettore qualcosa che continui a lavorare anche a lettura conclusa.

  1. Sei contemporaneamente scrittore, editore e promotore culturale. Quanto è difficile conciliare la libertà creativa dell’autore con le responsabilità e le esigenze dell’editore? E, soprattutto, che cosa vorresti rimanesse nel lettore dopo aver chiuso l’ultima pagina di Risvegliati?

Quando ho deciso di diventare editore ho capito abbastanza presto che non mi sarei più occupato soltanto del mio desiderio di scrivere. Stavo scegliendo di diventare, in qualche modo, una porta attraverso cui potevano passare anche i sogni di altre persone. È una prospettiva bellissima, ma porta con sé un peso concreto: dietro ogni manoscritto c’è qualcuno che ha investito tempo, speranze, sacrifici e spesso una parte molto intima di sé. Un editore non può dimenticarlo.

Conciliare i due ruoli non è semplice. Lo scrittore vorrebbe proteggere la libertà della propria immaginazione; l’editore deve pensare anche alla qualità del progetto, al lavoro redazionale, alla sostenibilità e al rapporto con i lettori. Ho commesso errori e ne commetterò ancora, perché crescere significa anche riconoscere i propri limiti. Quello che cerco di non perdere è il senso di responsabilità verso gli autori che mi affidano le loro opere. E oggi sento ancora più forte l’esigenza di dare alla casa editrice una direzione culturale chiara.

Con Risvegliati desideravo andare oltre la trama. Per questo ho inserito anche un contenuto aggiuntivo destinato ai lettori, nel quale condivido una parte delle percezioni, delle ricerche e delle riflessioni che hanno accompagnato la nascita del romanzo. Non volevo scrivere un manuale né convincere qualcuno ad aderire alle mie idee. Vorrei piuttosto che, chiudendo l’ultima pagina, il lettore portasse con sé un dubbio ragionevole, una domanda in più sul proprio modo di vivere e di guardare il mondo. A volte una domanda sincera è più feconda di una risposta data troppo in fretta.

  1. Nel romanzo affronti anche il tema dei segreti custoditi dalla Chiesa, intrecciando dimensione religiosa, spiritualità alternativa e interrogativi sull’origine dell’umanità. Quanto c’è, in questa scelta narrativa, della volontà di mettere in discussione le verità consolidate e quanto, invece, del desiderio di invitare il lettore a interrogarsi sul significato stesso della fede?

Non mi considero un maestro spirituale, né qualcuno che abbia ricevuto il compito di svelare verità definitive. Più studio, più mi accorgo di quanto ancora ignoro. È un atteggiamento che considero fondamentale, perché il rischio, quando ci si avvicina a temi così grandi, è sostituire una certezza rigida con un’altra, senza aver davvero imparato a pensare e a osservare.

Nel romanzo ci sono domande scomode sulla storia delle istituzioni religiose, sul modo in cui i testi sono stati interpretati e trasmessi e sul rapporto fra spiritualità personale e autorità. Distinguo però il piano della finzione narrativa da quello della ricostruzione storica: non sarebbe corretto presentare come fatti accertati ipotesi controverse o attribuire intenzioni univoche a un’istituzione complessa e attraversata dai secoli. La narrativa mi permette di esplorare anche possibilità radicali senza fingere che siano tutte dimostrate.

Quello che desidero mettere in discussione non è la fede in quanto tale, ma l’abitudine a rinunciare alle domande. Per me fede e ricerca non devono necessariamente escludersi. Una fede viva dovrebbe poter incontrare il dubbio, attraversarlo e diventare più consapevole; altrimenti rischia di ridursi alla ripetizione di formule. Io stesso continuo a interrogarmi ogni giorno, anche sulle convinzioni che sento più vicine. Se il libro invita il lettore a fare altrettanto, a cercare con libertà ma anche con discernimento, allora avrà raggiunto uno dei suoi obiettivi più profondi.

  1. La letteratura fantastica e quella di fantascienza hanno spesso utilizzato l’incontro con altre forme di vita per riflettere sulla condizione umana. Quali autori o opere hanno influenzato il tuo immaginario e in che modo Risvegliati si inserisce, secondo te, in questa tradizione letteraria?

Da lettore ho incontrato autori come Ray Bradbury e Isaac Asimov, due nomi fondamentali della fantascienza, capaci in modi diversi di utilizzare l’immaginazione per interrogare l’uomo, il futuro e i limiti della conoscenza. Li ho letti con interesse, ma non direi che Risvegliati nasca dal desiderio di seguire direttamente quella tradizione o di riprodurne le strutture narrative.

La differenza, per me, sta nel punto di partenza. Non mi sono chiesto quale mondo alternativo avrei potuto inventare: mi sono trovato davanti a una testimonianza che mi ha profondamente colpito e ho cercato la forma letteraria più adatta per raccontarla, proteggendo le persone coinvolte e dando alla storia una sua autonomia. Per la presenza di extraterrestri e di fenomeni fuori dall’ordinario, la definizione di fantascienza è comprensibile e anche utile al lettore per orientarsi. Ma io vivo questo libro soprattutto come un romanzo di ricerca spirituale che usa gli strumenti del fantastico.

Se c’è un legame con la grande fantascienza, forse è proprio nella capacità di spostare il nostro punto di osservazione. L’incontro con ciò che non conosciamo, sia esso una forma di vita diversa o una dimensione della coscienza che non sappiamo spiegare, ci costringe a chiederci che cosa significhi essere umani. Non mi interessa tanto offrire risposte spettacolari quanto rendere meno automatiche le nostre certezze. E lasciare aperta, alla fine, la possibilità che la realtà sia più vasta delle categorie con cui siamo abituati a descriverla.