
di Fausto Marcone
Dare del ciarlatano a qualcuno non è di sicuro un complimento, data la connotazione che il termine ha, quasi del tutto negativa e finanche spregiativa, e si può correre qualche rischio se lo è veramente. Eppure perché non dare uno sguardo su questa figura? È pur stata, ed è ancora, una presenza stabile nell’insieme sociale e che per esercitare il suo mestiere fa ricorso a indubbie doti e a robusto impegno
Quando si dice “ciarlatano” il pensiero corre subito agli imbonitori di piazza che dal Quattro-Cinquecento in poi, cioè fino a ieri (anni ‘50 e ‘60 del ‘900), nelle fiere, nei mercati, nelle ricorrenze laiche e religiose del popolo hanno occupato stabilmente uno spazio fisico e verbale. La figura e il carattere del ciarlatano, però, è certamente più antica, perdendosi in chissà quale tempo.
Frate Cipolla della Novella 10 della VI Giornata del Decamerone di Boccaccio o, più vecchio, il Pirgopolinice di Plauto sono due esempi di priorità, ma già il greco Teofrasto nei suoi Caratteri aveva tratteggiato un profilo di ciarlatano.
Chi si è occupato dell’argomento – c’è da ricordare su tutti il libro pregevole di Grete Di Francesco, Il potere del ciarlatano, Vicenza, Neri Pozza, 2021, che ottenne il plauso di Thomas Mann- distingue un termine ciarlatano nel senso più generico, abbastanza vasto e indicante un carattere, quasi un tipo weberiano, invalso per lo più nella modernità più recente, e un altro termine in senso più identificativo e sembrerebbe più proprio, vale a dire il ciarlatano falso medico, assisuo nelle piazze, propalatore di rimedi e patacche che rasenterebbero il miracolo.
Il Vocabolario della Crusca, Firenze, 1878, definisce il termine così: «Colui che con abbondanza di parole artifiziose e con imposture e vanterie cerca di spacciare il falso per vero, traendo profitto dall’altrui credulità», vol.3, p.9. Che è una buona definizione, non c’è che dire e più avanti ci si può tornare. E prima, nel 1730, nel suo Grande dizionario di tutte le arti e scienze Johann Heinrich Zedler aveva scritto: «Di per sé questa parola designa in sostanza un’ostentazione, l’atto di rendere grande una cosa di nessun valore attraverso l’apparenza; giacché il mondo vuole essere ingannato, esistono individui del genere in ogni ceto sociale». Vulgus vult decipi, ergo decipiatur (il mondo, il popolo vuole essere ingannato, dunque lo si inganni). È una frase attribuita al cardinale Carlo Carafa, legato papale presso Enrico II di Francia nel ‘600, ma alcuni dicono che qualcosa del genere la si trova anche in Petronio Arbitro, nel suo Satyricon.
L’inganno dunque sembra essere la precipua attività del ciarlatano, il suo ricercare e il suo agire incessanti.
Ora i medici e i falsi medici che propugnano risonanti cure risolutive per ogni malanno, dal callo alla calvizie, sono sempre esistiti ed esistono ancora – Plinio nella sua Historia naturalis ne prende di mira qualcuno, ma anche lui qualcuna la dice strana- e in fondo perché mai non dovrebbero esistere data quell’estesa ed ineliminabile sfera della truffa che si rinnova di tempo in tempo sfruttando i mezzi che l’epoca mette a disposizione?
La ciarla, il parlare molto e per lo più vanamente, luogo perpetuo dell’insidia, è il suo primario contrassegno, del ciarlatano, che ne prende appunto il nome. E se la parola è senza dubbio la prima necessaria e scoperta dote della sua arte, vale a dire quell’eloquio sciolto,spedito e senza pause irritanti, allora perché non riconoscerla come vera capacità, sua, specifica? A dispetto di invidiosi denigratori le sue parole sono fluide e ben chiare, gli accenti limati e qualche volta v’è, larvato appena, un accento locale tale da non far intravedere una possibile canzonatura. Persino i movimenti, fiancheggiatori della parola, accompagnano in armonia.
Non solo fluide le parole, ma nonché polivalenti, la qual cosa attesta, nel ciarlatano che si rispetti, il buon vocabolario mentale, che apre la strada alla versatilità e alla varietà, quelle lontane dal semplice ed umile strillonaggio. La piazza e qualsiasi uditorio è mutevole e volubile, incostante al minimo soffio di vento e chiede perciò simile parola mobile e leggera, uno sproloquio fresco insomma. Il talento sta anche, e di talento innegabilmente si tratta, quell’esser “del mondo esperto e de li vizi umani”, nello sfruttare per bene la polisemanticità delle parole (ecco una parola di cui il ciarlatano farebbe volentieri un uso ripetuto e ripetuto, “polisemanticità” gli gioverebbe certo di più del piatto “elasticità”; alcune parole nella torrenzialità del discorso più sono astruse e più giovano). Tutto però, e in sintesi, deve spingere verso l’insolito e il portentoso, altro terreno propizio a preparare la trasmutazione della paccottiglia in eccelso, elevato. E il ciarlatano sa come muoversi intuitivamente in ogni occasione, all’inizio dei suoi discorsi non manca persino di rispettare il canone oratoriale classico operando con le prime frasi quella captatio benevolentiae che agevola e predispone il favore mentale degli ascoltatori e il favore delle tasche di alcuni.
Quando lo/li si sente concionare da qualsiasi palcoscenico o pulpito o frequenza d’onda sembra tutto facile quella loquacità farsi, ma non è così, occorre invece esserne dotati, non basta lo scilinguagnolo, ci vuole proprio eloquio, il tenere come si dice “a braccio” la parola, quella sua padronanza complessa e completa e averla proprio in virtù. È una dotazione naturale, di base, encefalica, per chi non l’ha, la vita è un po’ più complicata e si può richiare a parlare a tutti i costi, naturalmente potrà sempre liberamente perseguire quegli stessi fini del ciarlatano, ma in altri modi.
Il miracolo dello Spirito Santo che scende su umili pescatori e regala loro l’eloquio è successo una sola volta e chissà mai se si ripeterà da qualche parte. Tutto questo chiarisce come non tutti possono ambire alla professionre del ciarlatano, non è affar di tutti il turbinio delle parole, turbinio lontano dalla pacatezza e che se non si volge l’orecchio altrove si rischia di restarne invischiati, in-vischio come nelle panie che catturano fringuelli e allocchi. In radio e in televisione, i modernissimi palcoscenici, se non si spiccicano quasi due parole al secondo, l’attenzione inevitabilmente cala, l’insegnante dalla cattedra deve fare ugualmente se non vuole che le teste dei suoi astanti si calino nel sonno benché con gli occhi aperti, i ragazzini sono bravissimi a sbadigliare con la bocca chiusa, chissà da chi avranno imparato.
Eppure di individui così dotati ce ne sono sempre stati, in grado di far credere con le parole che facendo mangiare il cacao a una mucca si mungerà della cioccolata. Non solo frate Cipolla (come sapeva scovarli i nomi Boccaccio), ma frati predicatori -la predica è un grande esercizio di retorica- che fingono miracoli sono citati anche da Masuccio Salernitano nella novella CVIII del suo Novellino e li nomina come spoletani o cerretani. I cerretani, così chiamati da Cerreto, località attorno a Spoleto, erano catalogati come una genia di uomini fraudolenti, autori di superstizioni e imposture, racconta-frottole, inventori di pozioni appunto miracolose, guaritori di piazza. Tommaso Garzoni nel discorso CV della Piazza universale di tutte le professioni del mondo, edita da Einaudi, ne abbozza le figure come “cantimbanchi, ciurmatori, bagattellieri”.
E però il turbinio vocale non va da solo.
Altre qualità ha posseduto e possiede il ciarlatano, non solo dell’eloquio spigliato e variegato dispone, ma di una cassa attrezzi ricca, che nei ciarlatani di basso livello, quelli di piazza, si diceva “il cassone”. E qui le cose si fanno interessanti.
Il ciarlatano ha davanti sempre un uditorio, numeroso, scarso, un solo individuo, non importa, menti in cui girano pensieri, elevati, bassi, futili e insignificanti, non importa, ma su di esse menti deve far presa e meglio e più calcolando le insicurezze che serpeggiano nelle giornate di tutti , le debolezze, le scarse conoscenze -c’è qualcuno immune da ciò?- tali da trascinare chiunque verso qualsiasi credenza. La mancanza di educazione o la dispositio alla pigrizia dello spirito critico, l’immancabile speranza e illusione, è un dato generale sicuro, suo vantaggio e sua risorsa verso lo spaesamento e lo straniamento, che sono pari risorse magistrali della letteratura la quale attraverso la falsità dice la verità o tenta di dirla. Ma straniamento e spaesamento nel suo caso devono impressionare e trascinare anche l’uditorio più restio. Aggiungiamo che la parola che impressiona, oggi, continua il vecchio antagonismo con le immagini, ancor più, oggi, che è il tempo del terrorismo delle immagini. E la fatidica aria di dignità che si assume in questa lotta aiuta, copre, come pure l’uso dei numeri che posseggono un utile potere evocativo.
Infine la falsificazione, la contraffazione. È chiaro che il ciarlatano ha conoscenze confuse, perciò sprizzano verità dimezzate, briciole di verità nell’impasto-massa del non vero o spunta la manipolazione di mezze verità, cercando di fugare i dubbi e i dubbiosi, dal momento che i dubbi e i dubbiosi restano i veri nemici del ciarlatano. Tommaso d’Aquino scriveva: avere un’opinioni non significa essere liberi da ogni dubbio. E le opinioni oggi corrono.
Scansando i dubbi l’inganno è facile da vendere, come il cioccolato, come il peccato, secondo la battuta di un film di Clint Eastwood.
S’è parlato del ciarlato in generale, ma come ogni altra arte non può che avere dei livelli di possesso. Quello di basso livello lo riconosce facilmente, più difficoltà e ben più attenzione invece si richede per quello di alto livello, quello non da palcoscenico, che non usa le sonnambule. E ancora s’è fatto riferimento al solo ciarlatano della parola, ma la ciarlataneria, si converrà, attraversa ogni campo, ogni attività, dalla musica alle immagini e ad altro.
Esiste un anticiarlatano? Certamente, e di nomi se ne possono fare abbastanza, chi mi viene però subito in mente e negli occhi è Ludwig Wittgenstein e non solo per il suo : «Delle cose di cui non si sa bisogna tacere», ma anche per l’espressione del volto in tutte le immagini viste e per lo stupore silenzioso, da sorpresa ignoranza, di fronte a una domanda di Piero Sraffa.
L’immagine iniziale è tratta da un libro di Enrico Frizzi, Il ciarlatano, Edizioni Avanti!, Milano-Roma, 1953. Frizzi si proclama egli stesso ciarlatano, girò l’Italia sopra e sotto tra la fine dell’800 e il primo ventennio del ‘900, vendendo merci taroccate, una fantomatica pietra diamantina, lime, tenaglie come fossero talismani o elisir di lunga vita, vendeva un preparato per far crescere i calli ma giurava che li toglieva:
«Con arte e con inganno
vivrò mezzo l’anno,
con inganno e con arte
vivrò l’altra parte».