di Fausto Marcone
Che un asino voli è difficile ci sia, oggi, qualcuno che lo creda, del resto l’asino non ha la nobiltà del cavallo e le ali non gli sono state mai concesse né sulla groppa né, dicono, nel cervello. Mostri e prodigi però, fenomeni innaturali ed extra ordinari, meraviglie che dovevano dare stupori o incubi non si è mai smesso di vederli, inventarli, raccontarli e raffigurarli, da Gilgamesh in poi, passando per tutte le mitologie, e successivamente anche per Plinio il Vecchio su fino al Medioevo, una delle stagioni più ricche di cose prodigiose. Resoconti veridici e immagini ancor più veridiche hanno popolato le nostre menti e i nostri spazi comuni fino alle chiese dove si vedono ancora.
Tutte le antiche mitologie, anche se inscritte in registri di pensieri e di categorie religiose esplicative, presentano un campionario di esseri fantastici e mostruosi dai poteri proibiti, processi bizzarri e fuori del comune, eccentrici, cose che nella nostra prosaica e rumorosa vita, volta al procacciamento perenne di cibo e di spazi da occupare, anche nelle menti altrui, non si scorgono affatto. Si tratta di una letteratura e una iconografia vaste, imponenti, hanno nomi come teratologia, paradossografia o più semplicemente mirabilia, letteratura che ha suscitato a sua volta una altrettanto letteratura curiosa e critica, avventurarsi nelle quali si rivela cosa ardimentosa, richiedendo perizia filologica, antropologica, di storia delle idee poi e forse altro ancora. Spontanea viene la domanda e legittima, anche se un po’ ingenua: ma ci hanno creduto? Spontanea, anche solo alla lettura di una di queste, di solito, brevi narrazioni. Hanno creduto, come racconta Gervasio di Tilbury, che in alcune parti del mondo vi siano cicogne che in realtà sono esseri umani che vivono sotto forma di uccelli? O che esistano uomini, questo lo dice la dossografia, che non hanno testa e la bocca e gli occhi sono nel petto? O ancora gente quadrupede, i cosiddetti Artabatici? O i Fomori, con la testa di capra? È vero, avevamo un compagno di studi, dalle gambe lunghe e sottili, che avevamo soprannominato Cicognone, ma era uno ben lungi dall’andare in giro a regalare fagottini infantili.
Scettici ce n’erano, gli «uomini dal cuore di pietra», ma i loro dubbi potevano essere fugati: «E benché ciò sembri impossibile a qualcuno, tuttavia può esser vero, come è vero che in Hibernia [Irlanda]… ci sono alberi che producono uccelli…quando le loro foglie cadono in acqua si trasformano in uccelli», dice Odorico da Pordenone (fra Odorico, 1286 – 1331, uno che viaggiava e allora viaggiare significava soprattutto andare a piedi, con i piedi di allora che non erano certo i nostri di oggi, foderati da scarpe molleggiate e costosissime) nel suo Racconto delle cose meravigliose d’Oriente e non in una sola occasione torna a ribadire: «Tutte le cose qui scritte le ho viste con i miei occhi o le ho ascoltate da uomini degni di fede».
Uomini degni di fede, sì, ma molto, molto di più i racconti sono stati numerosi ben più degli uomini di fede, che di solito non mancano mai. E così le immagini e le sculture, tante, che dovevano mostrare il volto del male o dei mali onnipresenti, balzavano, anche con bella fierezza in ogni tipo di decorazione, sacra e profana, riempitiva o no. Pulpiti e colonne esterne non ebbero più cariatidi, ma mostricciattoli, pur se qualcuno mostrava ritrosia: Ambrogio nel suo Inno Te lucis ante terminum invita: Procul recedant somnia / et noctium phantasmata (lontano da noi recedano / sogni e fantasmi notturni), mentre Bernardo di Chiaravalle, più deciso, è indignato contro la loro presenza («A che servono?»). Fuori del Medioevo Hieronymus Bosch rimette mano nel ‘400/’500 sfrenatamente a tutto e compila un serrato, minuzioso campionario, peculiarmente suo, di mostruosità, così vasto da passarci ore davanti, invenzioni mostruose secondo alcuni, realtà trasfigurata per altri.
Però, qualunque fosse l’epoca, sostenere e credere veramente in quegli esseri e in quei racconti di fatti inverosimili, mi sembra una cosa davvero pesante e proprio per la lunga storia della sbandierata, ma anche vera, razionalità e criticità della mente umana. Costruttori di opere sofisticate di ingegneria, fabbricatori di logica e geometria, lettori, mappatori e matematici del cielo e abbiamo creduto ai Nisicaste (gente con 3 o 4 occhi)? Domesticatori di piante e animali con opera di osservazione attenta, di calcolo e sperimentazione, abbiamo inventato arti, combattuto e piegato legno e metalli e dunque come facevamo a credere in quelle cose? Siamo stati immediatamente sapiens, anzi sapiens sapiens che sembra non avere poche doti. Un soldato, per tirarne in ballo solo uno di sapiens sapiens, rotto a tutte le fatiche e le esperienze, credeva nella resurrezione della fenice, che costruisce da sé il fuoco che la brucerà? O a un cavallo che diventa consigliere del cavaliere (è sempre Gervasio di Tilbury a raccontarlo)?
Paul Veyne, storico francese dell’antichità e insieme intellettuale curioso e vorace, ha scritto un pamphlet sui miti greci, I Greci hanno creduto ai loro miti?, tradotto in Italia da Adelphi. Il suo ragionamento, a proposito delle credenze nelle favole dei miti, è raffinato e interessante. Scrive: molteplici sono i mondi di verità e molto dipende dal contratto tra chi scrive e il lettore, tra chi parla e l’uditorio. Il logico Tarsky, qualche tempo prima, della verità aveva dato un concetto puramente semantico, ma la discussione è naturalmente ardita e spinosa, apre a troppi aspetti logico-concettuali, fisico-esperenziali, in tutti i campi, dal gatto vivo o morto di Schrödinger fino ai giochi dei paradossi e alle crepe delle fallacie, una discussione che è meglio mettere da parte e limitare qui il discorso ai mostricciattoli e ai prodigi.
Tutta l’argomentazione di Veyne è indiscutibilmente apprezzabile, e però, per quanto molteplici possano essere i mondi di verità e per quanto stretto il contratto tra lo scrivente e il lettore e ancora per quanto nel rifiutare il meraviglioso bisogna pensare che non è possibile mentire del tutto, per quanto possa esserci una coesistenza pacifica di credenze contraddittorie e infine per quanto il modo di credere più diffuso è quello in cui si crede basandosi sulla fede degli altri, dice tutto questo Veyne, rimane però difficile credere alla storia del cacciatore che dice “Ho sete” e subito appare un coppiere con un corno ripieno di nettare dissetante che appena dopo la bevuta scompare (è sempre Gervasio di Tilbury a farcelo sapere) o a uomini con una sola gamba e un solo spropositato piede, gli Sciapodi, o a gente che vive solo degli aromi dei frutti silvestri, cioè d’aria in sostanza, se sostanza è (questo è Gaio Giulio Solino a raccontarcelo).
Gervasio di Tilbury (più o meno tra il 1145 e il 1175, morto intorno al 1220) è un intellettuale, un erudito, uno che sa leggere e scrivere, in latino ovviamente, cita le Scritture, il che deposita molto a favore, una di quelle figure che abbiamo letto e visto da Umberto Eco, maestro del Medioevo. Gira tra la penisola italiana, la Provenza e un pezzo di Inghilterra, al servizio dell’arcivescovo di Reims, di Enrico il Plantageneto e poi di Ottone IV di Brunswick che lo nomina Maresciallo di Corte e per il cui diletto scrive gli Otia imperialia, il III Libro del quale è tutto sulle meraviglie del mondo. E di meraviglie se ne contano. Un marinaio ferisce un delfino e in una tempesta, appositamente suscitata, viene rapito e sprofondato negli abissi dove è costretto a guarire il delfino che ha ferito, dopodiché viene restituito alla sua nave. Racconta anche che nella traduzione biblica dei 72 (ci tiene a precisare che ce ne furono 2 non menzionati) ognuno lavorò per proprio conto, ma la versione finale risultò uguale in tutti e 72, coincideva parola per parola. Quando ho letto questo l’ho considerata la meraviglia delle meraviglie: 72 teste che dicono la stessa cosa, scrivono migliaia di parole identiche. Una meraviglia o cosa per cui spaventarsi? Il finocchio mangiato al mattino fa evitare il malocchio e allontana le parole delle lingue maligne, organi si sa infaticabili, e ciò vale, chissà perché, anche per gli animali domestici, ma forse perché erano parte integrante della nostra vita, ci davano parecchio e dunque da salvaguardare. Esiste una bestia immonda, ed esiste ancora, il tarasco, per il quale appunto a Tarascona c’è una festa popolare con la sua effige, ogni anno diversa, di circa sei metri portata in processione e poi bruciata.
Gaio Giulio Solino (210 circa – 258?) nel suo Collectanea rerum memorabilium ne aveva scritti altri di fatti strabilianti. La pietra dragontia, che non dice a cosa mai potrebbe servire, è reperibile nel cervello dei draghi, mentre un’altra pietra, chiamata ienia, si trova nelle pupille della iena e questa invece permette la predizione del futuro all’uomo, solo però se, va a capire perché, se la ponga sotto la lingua. Bisogna fare attenzione al catoblepa, un piccolo animale di non specificata forma, perché il suo sguardo è pericoloso, chi si imbatte nei suoi occhi perde la vista. E naturalmente attenzione alla famigerata manticora: triplice fila di denti, volto umano, occhi glauchi colore del sangue (glaucis oculis, sanguineo colore), corpo da leone e per finire alla coda possiede un aculeo da scorpione.
Dell’VIII secolo è il Liber monstrorum de diversis generibus. Il cui anonimo autore nell’introdurre la materia solleva qualche perplessità, non usa l’espressione «quelli dal cuore di pietra», gli immancabili increduli, pasticcia un po’ tra il credere e il non credere, ma alla fine non resiste alla tentazione di offrire le sue strepitose narrazioni che assumono, e manterranno nelle successive testimonianze, la veste enciclopedica, raccogliendo a man bassa anche dall’antichità greco-latina.
L’India sembra essere stata una terra particolarmente doviziosa di mostruosità, pure se tutto l’Oriente, l’immensa parte del mondo sconosciuta ai nostri occhi, è incaricato del possesso di questi orrori, con gli animali che fanno, si scusi il bisticcio, la parte del leone.
Più tardi poi compaiono i Bestiari medievali, più o meno coevi di Gervasio di Tilbury. In essi appare subito però la deviazione simbolica o allegorica: il meraviglioso e il mostruoso sostengono una relazione con la religione cristiana ed essi, fenomeni o esseri meravigliosi e mostruosi, vengono riportati in qualità di simboli, come del resto le immagini o i racconti si avvieranno ora ad essere.
Cito solo il Bestiare di Philippe De Thaün: vi sono animali che simboleggiano il diavolo e sono la volpe, un essere da sempre con una reputazione compromessa, l’onagro e la scimmia, e si può capire la repulsione verso di essi, ma poi c’è anche la balena e l’ovvio drago che insidia sempre, tutti animali immondi e di cui non ci si deve cibare. Altri animali all’opposto stanno per il Cristo, chiamato quasi sempre il figlio di Maria: la pantera, il leone, l’aquila, il caradrio -un uccello- e naturalmente la sempiterna fenice. L’impianto allegorico è dichiarato ad ogni capoverso, con richiami e sproni forti e frequenti ai doveri cristiani, in primis alla lotta contro la carne, ma in generale ad una vita che segua la legge divina.
Sono Bestiari ma vi compaiono anche esseri del regno vegetale e minerale: l’erba mandragora, ad esempio, che se strappata alla radice, emette un grido che uccide o tutti i significati delle pietre.
Con il Medioevo questo mondo, questa realtà extra ordinaria, riceve ulteriore potenziamento dalle immagini, siano esse dipinte o scolpite, in tutto rilievo, e la forza delle immagini si fa storia.
La domanda però rimane sempre: hanno creduto a tutti quegli esseri e a quei racconti pur nella trasfigurazione simbolica?
E la modernità? La modernità ha sicuramente sfruttato la materia, così ha inventato e parlato di grottesco, ha fatto nascere il fiabesco, ne può fare un divertissement barocco come ne Lo cunto de li cunti, riducendo l’enciclopedia a qualche orco o ci ha sorriso e scherzato, come nell’Orlando furioso, ma non ha smesso di produrre documenti in proposito, poiché la materia è e solleva indubbio interesse, ascolto, diventa spettacolo insomma.
Il Barone di Münchhausen, nel ‘700, non si fa pregare di raccontare prodigi, non ce ne fa mancare, ammonendo gli increduli: «La faccenda è tale che forse voi non ci crederete, ma io vi perdono, cari signori», ma non abbiamo bisogno di perdono, ascoltiamo volentieri. Il prodigio del Barone ha però un altro fondo: «La presenza di spirito è l’anima delle gesta virili», la presenza di spirito, già, e in effetti l’epoca ora è diversa.
E non nascondo qualche mia preferenza verso i contemporanei, compilatori non elencatori alla Borges, che hanno continuato a inventare e a parlare di esseri fantastici, per i nostri per esempio , per Ermanno Cavazzoni e i suoi esseri, che non vedo affatto limitati al libro de Gli esseri fantastici. Forse, quasi quasi, per Cavazzoni non esiste il mondo cosiddetto normale, di piatta, regolare normalità: le pieghe di questa normalità sono mostruose, pacatamente mostruose. Anche Gesualdo Bufalino, che però è siciliano, ne “Il Guerrin Meschino”, uno scherzo letterario-pupistico, inventa altri esseri fantastici, ma una preferenza spiccata io la sento per il foionco di Giuseppe Pederiali, emiliano non romagnolo come Cavazzoni, ma quella, l’Emilia Romagna, deve essere una terra prodiga di esseri fantastici, e di fantasie, belle fantasie dopo tutto.
Il foionco è un rapace, dalle parti del modenese, a Milano o Torino, città pratiche del mondo, difficilmente comparirebbe. è un rapace con tre zampe, ma sono le altre due sue caratteristiche più peculiari e identificative. La prima è la sua pigrizia, è talmente pigro, così la racconta convincente Pederiali, che rischia l’estinzione, poiché per accoppiarsi aspetta un terremoto e i suoi sussulti che l’aiutino nei movimenti. La seconda caratteristica è il segno della sua appartenenza: è ghiotto di lambrusco, più del Sorbara che del Grasparossa.
Ora il discorso fatto è solo una piccola divagazione su una piccola porzione del grande quaderno delle mostruosità e degli esseri strani e fantastici, senza nessuna menzione per esempio dell’oralità, delle fabulazioni popolari che riempivano case, cascine, villaggi, borghi e anche pievi e parrocchie, torno allora alla domanda, e naturalmente su un concetto e una questione delicata: la credulità, lasciando da parte la questione della mostruosità che porterebbe a più di un discorso interessante (c’è sicuramente, dove? Nella serietà imperterrita, nella scurrilità, nella ripetizione all’infinito di un’immagine, di una frase, di una metafora, con l’originale della prima volta trasfigurato, gonfiato tumoricamente e annerito cadavericamente, nella banalità quotidiana, nell’accanimento burocratico, nella cosiddetta musica odierna, ubiqua e lagnosa, nei tatuaggi?) E torno a Veyne, il quale nel suo pamphlet spinge sulla parola, sulla persuasione, sull’ingenuità e le frontiere della realtà, sui professionisti dell’invenzione menzognera. Insiste sulla credulità critica degli eruditi, che forse si divertivano a scrivere di queste cose, e la credulità impulsiva dei non eruditi, l’ingenuità che cede a certe stupidaggini, ma alla fine è come se il circostanziato e complesso suo ragionamento tendesse a ripetere qualcosa che ha il sapore del parodosso: ci sono falsità che dicono verità, che poi non è troppo forzatura, perché non è forse questo il continuo gioco dello spazio letterario? E si potrebbe anche invertire la freccia: ci sono verità che producono, si vestono, di falsità. Non lontano dall’affermazione del personaggio dostojevskiano dei Demoni, allorché dice: «Se la verità sta fuori del Cristo e io devo scegliere tra la verità e il Cristo, scelgo il Cristo».
Certo la novità rappresenta sempre qualcosa di attraente e quei fatti, quegli esseri rappresentavano indubbiamente novità rispetto alla banalità e prevedibilità del presente, erano discontinuità, discontinuità alla quale si è sempre disposti a dare credito. O forse più semplicemente,ripeto, i mostri servivano, e servono, a dare volto al male, ai mali, ai cento mali sempre pronti ad aggredirci.
Ma noi siamo meno creduloni del passato? Faremmo dello schiamazzo, irridenti e increduli, a una predica come quella di frate Cipolla (Giornata sesta, Novella decima del Decamerone)?
Mah!