Cento anni fa, tra la fine di agosto e il settembre del 1926, Howard Phillips Lovecraft chiudeva la stesura de Il richiamo di Cthulhu. A raccontarlo sono gli stessi appunti dello scrittore di Providence e una lettera all’amico e collega di «Weird Tales» Clark Ashton Smith, testimonianza diretta di un lavoro compositivo lungo e tormentato. Il racconto – presentato come un manoscritto ritrovato tra le carte dello scomparso Francis Wayland Thurston – sarebbe uscito solo nel febbraio del 1928 sulle pagine di «Weird Tales», dopo un iniziale rifiuto dell’editor Farnsworth Wright.

È il testo che, più di ogni altro, fissa il cosmicismo lovecraftiano: la scoperta dell’assoluta irrilevanza dell’uomo di fronte a forze remote e indifferenti, sopravvissute da ere «o lungo tempo ritrattesi davanti all’avanzare dell’uomo» e che «solo la poesia e la leggenda» hanno saputo custodire, battezzandole dei, mostri, esseri mitici.

Attorno a questo nucleo narrativo si è costruito, nei decenni, un intero universo, ma con un’etichetta che lo stesso Lovecraft non scelse mai. È infatti August Derleth, corrispondente dello scrittore e in seguito suo editore con la Arkham House, a coniare l’espressione «Miti di Cthulhu» nel tentativo di sistematizzare in un impianto quasi teologico – con tanto di «Dei Antichi» buoni contrapposti a «Dei Esterni» malvagi – un corpus che Lovecraft aveva sempre lasciato volutamente fluido e incoerente. Lo scrittore, da parte sua, preferiva riferirsi alla propria cosmogonia come «Yog-Sothothery», dal nome della divinità-Guardiano della Soglia, respingendo persino la prima proposta di Derleth di intitolarla «Mitologia di Hastur». Una distanza non solo terminologica, ma di sguardo: dove Derleth, cattolico praticante, introduceva una cornice etica assente nell’originale, Lovecraft – ateo e materialista – costruiva un cosmo radicalmente amorale.

È proprio da questa disputa sulla denominazione che nasce Yog-Sothothery. Oltre la soglia dell’immaginario di H.P. Lovecraft, l’antologia curata da Salvatore Santangelo per Castelvecchi, nella collana Navi, con i contributi di Miska Ruggeri, Paolo Mariani, Angelo Clementi, Adriano Monti Buzzetti Colella, Pietro Guarriello e Virginia Como. Nella nota introduttiva, Santangelo propone la nozione di «Cthulhucene», l’era che il mito lovecraftiano ha finito per inaugurare nell’immaginario contemporaneo, contaminando cinema, serie tv, musica e cultura pop.

Non è un caso, ha osservato più volte lo stesso curatore, che il ciclo cosmico lovecraftiano anticipi di pochi anni la Grande crisi del 1929 e ne accompagni l’intera esplosione: un disorientamento personale – quello dello scrittore, reduce dal fallimento del matrimonio e dagli anni newyorkesi – che diventa specchio di una società già segnata dagli orrori meccanizzati della Grande Guerra e prossima al collasso finanziario. In questo senso, Il richiamo di Cthulhu non è soltanto l’atto fondativo di un mito pop planetario, ma un sismografo letterario della decadenza del proprio tempo, capace, cent’anni dopo, di continuare a parlare al nostro.