Sono cresciuta a pane e gialli e, forse proprio per questo, mi sono ritrovata sorprendentemente rapita da Only Murders in the Building. Talmente rapita che, per la smania di arrivare alla fine –da classica series-addicted – ho seguito l’ultima stagione direttamente in inglese. Al centro della storia ci sono tre protagonisti che indagano in seguito a omicidi avvenuti (appunto) nel palazzo: due uomini âgée  (Steve Martin e Martin Short) e una ragazza decisamente più giovane e anche piuttosto in vista e avvenente, trattandosi di Selena Gomez.

Ed è lì che mi è tornata in mente lei: Jessica Fletcher.

Il giallo si è fatto interessante. Non quello della serie, ma un altro: che fine fanno le donne quando sullo schermo cominciano a invecchiare?

Perché Jessica Fletcher, a pensarci bene, aveva già risolto il caso quarant’anni fa.

Quando Murder, She Wrote, arrivata in Italia come La Signora in giallo, debuttò sulla CBS, Angela Lansbury aveva 58 anni. Interpretava una vedova del Maine, ex insegnante diventata scrittrice di gialli di successo e investigatrice per vocazione. La serie sarebbe durata dodici stagioni, dal 1984 al 1996, facendo di una donna matura il centro assoluto di uno dei programmi più popolari della televisione americana.

La cosa sorprendente, guardandola quarant’anni dopo, non è, però, che Jessica Fletcher fosse avanti con gli anni, quanto che la sua età non fosse il problema da risolvere. E, a pensarci bene e a riguardare le puntate di tutte le stagioni, neanche quella dei coprotagonisti, meravigliosamente vintage, anche nell’abbigliamento, nelle spalline e nelle pettinature.

Jessica Fletcher non aveva bisogno di essere inserita nella serie come la nonna premurosa di qualcuno, la madre ingombrante di qualcun altro, la vedova malinconica che vive di ricordi. E soprattutto non esisteva per aiutare un personaggio più giovane a realizzare la propria storia. La storia era la sua.

La giallista di Cabot Cove viveva sola, scriveva, guadagnava, viaggiava continuamente.

Aveva anche una ricca pletora di amici e conoscenti di sesso maschile, alcuni dei quali palesemente affascinati da lei, ma non aveva bisogno che una relazione sentimentale giustificasse la sua presenza sulla scena.

Persino il guardaroba raccontava qualcosa. Dietro gli abiti di Jessica c’era la precisa volontà di vestire una donna della sua età senza costringerla a dimostrare di essere più giovane: una scelta ricordata anche da chi lavorò ai costumi della serie. Sembra poco. Non lo è.

Perché uno dei meccanismi più sottili dell’ageismo non consiste necessariamente nel rappresentare male una persona anziana. A volte basta non rappresentarla affatto. Oppure lasciarla sullo sfondo, mentre qualcun altro ama, desidera, sbaglia, rischia, lavora, parte e ricomincia.

Jessica, invece, faceva tutto questo e risolveva omicidi, se vogliamo anche favorita dalla stoltezza o dall’inettitudine dei vari inquirenti del caso (o dei casi).

La televisione dell’epoca non era certo indulgente riguardo alla rappresentazione dell’età. E proprio per questo La Signora in giallo appare oggi ancora più interessante.

Uno studio pubblicato nel 1992 su The Gerontologist analizzò cinque programmi televisivi molto seguiti dal pubblico anziano, tra cui Murder, She Wrote e The Golden Girls. Rilevava un cambiamento rispetto alle vecchie caricature televisive dell’anziano come personaggio eccentrico, sciocco o testardo: emergevano figure più attive, autonome, sane, ammirate e socialmente inserite.

Il problema, tuttavia, non è scomparso con il passare dei decenni.

Una ricerca internazionale del Geena Davis Institute on Gender in Media sui film di maggiore incasso ha rilevato che le donne costituiscono appena il 25,3% dei personaggi cinematografici con più di cinquant’anni. E quando compaiono, gli stereotipi possono essere persino più marcati: le donne over 50 risultano rappresentate come senili quattro volte più frequentemente degli uomini della stessa fascia d’età. Solo un film su quattro, secondo il cosiddetto Ageless Test elaborato nell’ambito della ricerca, presenta almeno una donna sopra i cinquant’anni realmente importante per la trama e non ridotta a stereotipi legati all’età.

È qui che Jessica Fletcher smette di essere soltanto un personaggio televisivo rassicurante del nostro passato e diventa una domanda rivolta al presente, anche per quanto riguarda il genere.

Sul grande e piccolo schermo l’uomo che invecchia può diventare autorevole, potente, tormentato, saggio, persino più seducente. I capelli grigi possono aggiungere carattere. Le rughe raccontano esperienza. Per le donne la traiettoria è stata storicamente diversa.

Le opportunità professionali per le attrici tendono a diminuire molto prima rispetto a quelle dei colleghi uomini.

È un paradosso culturale. Viviamo, lavoriamo e viaggiamo più a lungo, iniziamo nuove relazioni e nuovi progetti, ma la finzione continua talvolta a comportarsi come se, soprattutto per una donna, esistesse un’età oltre la quale essere protagonista diventasse un’eccezione.

Conferma alla regola, a tal proposito, sono serie come Vera – Vera Stanhope in cui la matura detective protagonista non deve essere bella, elegante, ringiovanita o sessualmente desiderabile per meritarsi il primo piano ma comunque viene relegata a tutta una serie di manie, fissazioni e rigidità che tanto si addicono alle figure femminili in carriera e non accompagnate, che appartengano al regno degli “anta”.

È trasandata, brusca, solitaria, poco incline alle relazioni, un rapporto complicato con il passato e una certa difficoltà emotiva. Non sono difetti della serie: sono ciò che rende Vera un personaggio magnifico. Ma la sua eccentricità deve essere continuamente raccontata.

Ed è qui, nel paragone, la grandezza del personaggio (modernissimo) di Jessica Fletcher: Vera paga quasi un “prezzo narrativo” per la propria eccezionalità: la solitudine, il carattere difficile, la trascuratezza, le ferite familiari. Jessica no. È vedova, certo, ma la vedovanza non diventa la sua identità. Non deve essere infelice per essere indipendente, né scontrosa per essere autorevole, né traumatizzata per essere interessante.

Jessica Fletcher non doveva avere qualcosa che non andava per spiegare perché vivesse da sola.

La televisione degli anni Ottanta sembrava avere meno bisogno di giustificare l’autonomia di Jessica Fletcher di quanto certa televisione contemporanea abbia bisogno di spiegare l’autonomia delle proprie protagoniste anziane.

La Signora in giallo è una riuscitissima operazione di normalizzazione dell’autonomia, della figura e dell’autoefficacia femminile in età avanzata. Ed è proprio questo a renderla, retrospettivamente, quasi rivoluzionaria: la serie non proclama mai che una donna di sessant’anni possa essere indipendente, lavorare, viaggiare, avere amici, essere corteggiata e trovarsi continuamente al centro del mondo. Semplicemente ce lo svela.