La premessa è ormai quasi d’obbligo, anche se per chi ha letto i miei precedenti articoli dedicati alle serie televisive non è una sorpresa: mi riconosco senza esitazioni la qualifica di series-addicted. Quando smetto i panni dell’editore e della giornalista, sono una cinefila, amo i film, amo le serie, ma con queste ultime intrattengo probabilmente un rapporto ancora più viscerale: seguo le storie, mi affeziono ai personaggi, alle loro evoluzioni, alle loro derive, finendo inevitabilmente per abitare almeno per un po’ i loro mondi.

Eppure mai come questa volta ho avvertito nettamente la sensazione di dovermi staccare da qualcosa che nel frattempo era irrimediabilmente entrato dentro di me.

Si direbbe che è quello per cui le serie vengono congegnate e realizzate. Ebbene sì, quella di stavolta di serie, arrivata alla fine della settima e ultima stagione, ha significato per me interrompere una consuetudine e uscire da un universo che mi aveva accompagnato e che avevo accompagnato per diverse settimane. E poco importa, per il momento, quanto questa serie sia perfetta o imperfetta, credibile o esasperata. Di questo parleremo. Quello che conta, prima di tutto, è la traccia che lascia.

Sto parlando di Scandal.

Creata da Shonda Rhimes e andata in onda negli Stati Uniti dal 2012 al 2018, Scandal ha per protagonista Olivia Pope, interpretata da Kerry Washington, ex consulente della Casa Bianca e titolare di una società specializzata nella gestione delle crisi: una “fixer” chiamata a risolvere scandali e situazioni potenzialmente devastanti per uomini e donne ai vertici del potere. Intorno a lei, Washington, la Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti Fitzgerald Grant e una rete sempre più intricata di relazioni, segreti, ambizioni, compromessi e complotti.

E che Scandal abbia lasciato il segno non è soltanto una mia impressione. La critica l’ha accolta molto bene: Rotten Tomatoes attribuisce all’intera serie una media del 94% di recensioni positive da parte della critica, a fronte del 71% del pubblico. Alcune stagioni raggiungono risultati ancora più alti: la seconda e la terza arrivano entrambe al 95%, la quarta addirittura al 100%, la quinta e la sesta nuovamente al 95%, mentre la settima e conclusiva si attesta al 92%. Particolarmente interessante è il divario registrato nella sesta stagione: 95% dalla critica contro il 59% del pubblico.

Più misurato, ma comunque favorevole, il giudizio di Metacritic: Scandal ottiene un Metascore di 66 su 100, calcolato sulle recensioni di 33 critici, mentre il pubblico le assegna 7,3 su 10. Delle 33 recensioni considerate dal sito, il 67% è positivo, il 30% misto e appena il 3% negativo.

Numeri importanti, dunque, per una serie che non ha mai fatto della misura la propria cifra distintiva. E forse è proprio da qui che bisogna cominciare a parlarne davvero.

Kerry Washington

Olivia Pope

Perché Scandal è, prima di ogni altra cosa, Olivia Pope.

Kerry Washington le presta un volto che sembra costruito appositamente per non lasciar trapelare nulla e, contemporaneamente, per lasciar vedere tutto. Olivia entra in scena come una donna che non ha bisogno di alzare la voce per occupare lo spazio. È brillante, elegante, velocissima nel comprendere persone e situazioni, abituata a muoversi nei luoghi nei quali si decide il destino degli altri e, soprattutto, convinta che a ogni problema possa corrispondere una soluzione. Anche quando quella soluzione significa spingersi molto vicino al limite.

All’inizio è facile stare dalla sua parte. Olivia Pope aggiusta le cose. È quella che viene chiamata quando tutto sembra perduto, quella che sa cosa fare mentre gli altri stanno ancora cercando di capire cosa sia successo. E attorno a questa capacità Scandal costruisce uno dei suoi elementi più seducenti: l’idea di una donna che esercita il potere senza aver bisogno di chiedere il permesso di farlo.

Ma sarebbe troppo semplice se Olivia rimanesse quella donna.

Stagione dopo stagione, il confine fra ciò che combatte e ciò che è disposta a diventare si assottiglia. La donna che pretende la verità impara a servirsi della menzogna; quella che tenta di salvare gli altri scopre di poterli sacrificare; quella che vuole stare dalla parte giusta comprende quanto possa essere seducente decidere personalmente quale sia la parte giusta.

Ed è qui che Scandal, a mio avviso, diventa molto più interessante della storia di intrighi politici che racconta.

Perché Olivia Pope non è costruita per essere necessariamente amata. È costruita per costringerci a seguirla anche quando cominciamo a non essere più certi di approvarla. E forse una parte della straordinaria presa della serie nasce proprio da questo progressivo spostamento: quanto siamo disposti a perdonare a un personaggio al quale ci siamo affezionati prima di conoscerlo davvero?

Guillermo Díaz

Huck e quei matti dei “gladiatori”

E poi ci sono loro, i gladiatori con il completo. Perché Olivia Pope non sarebbe Olivia Pope senza quella squadra di personaggi improbabili, irrisolti, spesso decisamente fuori di testa che gravita intorno alla Olivia Pope & Associates e che finisce per diventare una specie di famiglia, naturalmente nel senso più disfunzionale possibile del termine.

Tra tutti, Huck, interpretato da Guillermo Díaz, merita un posto a parte. Hacker formidabile, ex agente del B613, torturatore con un passato che definire traumatico sarebbe poco, Huck è probabilmente uno dei personaggi più disturbanti e allo stesso tempo più teneri della serie. Può violare praticamente qualsiasi sistema informatico, far sparire una persona e infliggere sofferenze indicibili con una naturalezza inquietante, salvo poi mostrarsi vulnerabile, impacciato e disperatamente bisognoso di appartenere a qualcuno.

Ed è forse questa la caratteristica comune dei gladiatori di Olivia: sono tutti, in qualche modo, rotti. Quinn, Abby, Harrison e poi Marcus arrivano da storie e mondi diversi, litigano, tradiscono, sbagliano, oltrepassano continuamente confini che una persona normale preferirebbe non sapere neppure dove si trovino. Eppure continuano a riconoscersi in quella definizione che diventa quasi un credo: gladiators in suits, gladiatori in completo.

Sono matti? Parecchio. Moralmente discutibili? Quasi sempre. Ma senza di loro Scandal perderebbe una parte enorme della propria anima. Perché mentre alla Casa Bianca si governa il Paese, negli uffici di Olivia Pope i gladiatori fanno quello che sanno fare meglio: aggiustano le cose. A modo loro, naturalmente.

Olivia e Fitz: gli “Olitz”

Fitzgerald Grant, presidente degli Stati Uniti, è l’altra metà della storia emotiva di Olivia e il rapporto tra i due attraversa Scandal dall’inizio alla fine: un amore impossibile, clandestino, esasperato, continuamente interrotto e continuamente ritrovato, nel quale il sentimento finisce inevitabilmente per confondersi con il potere.

Sono gli “Olitz”, Olivia e Fitz, il nome con cui il fandom ha finito per identificare una coppia diventata tra le più amate e discusse della serialità televisiva di quegli anni. La loro storia ha alimentato per sette stagioni passioni, discussioni e schieramenti tra gli spettatori, anche perché Scandal non concede quasi mai ai due una relazione pacificata: ogni possibilità di felicità sembra destinata a scontrarsi con la Casa Bianca, con il potere o, semplicemente, con loro stessi.

Olivia e Fitz si desiderano, si cercano, si respingono, si feriscono, mentre intorno a loro continuano a muoversi una Presidenza, un matrimonio, un Paese e gli interessi di chi quel potere vuole conservarlo. E, sia detto, tra Olivia e Fitz passano anche parecchie altre persone, carnalmente parlando: altri corpi, altri amori, altre relazioni, talvolta cercate, talvolta usate quasi come tentativi di sottrarsi a un legame dal quale entrambi sembrano incapaci di liberarsi davvero. È una relazione che può esasperare lo spettatore quanto riesce a tenerlo legato allo schermo.

Washington e le stanze del potere

C’è un’altra protagonista di Scandal, meno evidente eppure onnipresente: la sua atmosfera.

Washington non è semplicemente lo sfondo della storia. La Casa Bianca, lo Studio Ovale, i corridoi del potere, gli uffici nei quali una frase può cambiare una carriera o decidere una presidenza diventano parte integrante del racconto. Scandal ci porta continuamente dietro la facciata istituzionale, costruendo l’illusione di mostrarci ciò che normalmente non vediamo: il retroscena, la trattativa, la telefonata, la strategia, tutto quello che accade prima che una decisione diventi dichiarazione pubblica.

È naturalmente una Washington televisiva, esasperata e romanzata, ma proprio per questo irresistibile: una città nella quale politica, sesso, ambizione e segreti sembrano convivere dietro ogni porta chiusa e nella quale la distanza tra la versione ufficiale dei fatti e ciò che è realmente accaduto può essere enorme.

L’estetica e i vezzi di Olivia Pope

Olivia Pope il potere lo indossa anche. I cappotti iconici, i completi impeccabili, le borse Prada, quella palette di bianchi, panna, grigi e colori neutri che diventa quasi una seconda pelle del personaggio. Il suo guardaroba non è un dettaglio ornamentale: contribuisce a costruire l’immagine di una donna che sembra mantenere il controllo anche quando tutto, intorno e dentro di lei, sta precipitando.

E poi ci sono i vezzi. Olivia Pope, sostanzialmente, campa a vino rosso d’annata e popcorn e sembra non conoscere altri alimenti. Il vino, naturalmente, deve essere pregiato: possibilmente un rarissimo ’94 du Bellay, di cui nella serie si racconta che siano state prodotte appena cento bottiglie. Peccato che quel vino, nella realtà, non esista: fu la stessa Shonda Rhimes a confessare, dopo la messa in onda dell’episodio, che il du Bellay era stato inventato appositamente per Scandal.

Il grande calice di rosso e la ciotola di popcorn diventano così un rituale privato, quasi il contraltare domestico alla donna impeccabile che attraversa i corridoi del potere. Dopo una giornata trascorsa ad aggiustare scandali, salvare carriere, gestire presidenti, amanti, assassini e complotti, Olivia torna a casa, si versa il suo vino e mangia popcorn. E noi, dopo sette stagioni, finiamo quasi per aspettarcelo.

Jeff Perry

Cyrus Beene: Jeff Perry

Due parole vanno necessariamente spese per Jeff Perry, che interpreta Cyrus Beene. Alcuni di noi lo ricorderanno in Nash Bridges, accanto a Don Johnson, in un ruolo decisamente più marginale che non rendeva giustizia al grandissimo potere espressivo e al grande attore che è.

In Scandal, invece, Jeff Perry è semplicemente eccezionale e regge tutte e sette le stagioni con un personaggio che, per quanto riesca a farsi odiare per i suoi misfatti, resta assolutamente ammirato – e spesso invidiato dagli altri personaggi – per la sua intelligenza. Cyrus è spietato, manipolatore, capace di oltrepassare praticamente qualsiasi limite, eppure Perry riesce a non renderlo mai banale, mai soltanto cattivo. E soprattutto riesce a farne una presenza dalla quale è difficile distogliere lo sguardo.

 

E dietro tutto questo, Shonda Rhimes

A tenere insieme questo universo c’è naturalmente Shonda Rhimes, sceneggiatrice, produttrice e showrunner afroamericana diventata una delle donne più potenti e influenti della televisione statunitense. Prima di Scandal aveva già trasformato Grey’s Anatomy in un fenomeno mondiale e avrebbe legato il proprio nome, direttamente o attraverso la sua casa di produzione Shondaland, ad altri grandi successi televisivi.

Essere una donna nera e conquistare una posizione di tale rilievo nell’industria televisiva americana non è un particolare secondario, soprattutto se si considera la scelta di mettere al centro di Scandal un’altra donna nera, Olivia Pope. Con Kerry Washington, la televisione generalista statunitense tornava infatti ad avere una donna afroamericana protagonista di una serie drammatica dopo quasi quarant’anni.

Ma forse la forza maggiore della scrittura di Rhimes sta proprio nel non aver fatto di Olivia un simbolo da preservare. Le ha concesso di essere potente e fragile, brillante e discutibile, vittima e carnefice, senza obbligarla a essere esemplare. In altre parole, le ha concesso quello che per decenni la televisione ha concesso molto più facilmente ai protagonisti uomini: il diritto di essere profondamente contraddittoria.

 

Lasciare Scandal

E così si torna al punto da cui ero partita: alla difficoltà di staccarsi.

Dopo sette stagioni non sono soltanto Olivia, Fitz, Cyrus o gli altri personaggi a mancare. Manca quella Washington, mancano quelle stanze, quei corridoi percorsi a passo velocissimo, quelle porte che si chiudono prima che qualcuno pronunci qualcosa che non dovrebbe essere ascoltato. Manca persino la prevedibilità di certi rituali: Olivia rannicchiata sul divano con il suo enorme calice di vino e i popcorn, il telefono che inevitabilmente squilla, una nuova crisi che comincia.

Certo, Scandal esagera. Esagera moltissimo. A un certo punto gli scandali sembrano non bastare più, i complotti si moltiplicano, il potere diventa sempre più oscuro e la credibilità viene messa ripetutamente alla prova. Eppure, stranamente, poco importa. Perché quando una serie è riuscita a trascinarti così profondamente nel proprio universo, finisci per accettarne anche gli eccessi come parte delle sue regole.

Poi arriva l’ultima puntata. Finisce. E resta quella sensazione un po’ assurda che conosce bene chi ama davvero le serie: sapere perfettamente che quei personaggi non esistono e avere comunque l’impressione di averli frequentati per mesi.

Ed è allora che ci si accorge che non si sta semplicemente salutando una serie televisiva: si sta lasciando un luogo nel quale, appuntamento dopo appuntamento, si era presa l’abitudine di tornare.

E per me lasciare Scandal significa soprattutto questo: chiudere per l’ultima volta la porta di quell’universo folle, eccessivo, improbabile eppure terribilmente interessante, e sapere che per un po’ continuerà a mancarmi.