Jazz ‘n Fall riporta sul palcoscenico pescarese i personaggi più significativi della scena attuale dle jazz con una particolare attenzione alle sonorità e alle possibilità espressive del sassofono. La ventiseiesima edizione della rassegna, organizzata dalla Società del Teatro e della Musica “Luigi Barbara” con la direzione artistica di Lucio Fumo, ospita infatti il duo formato da Francesco Cafiso ed Enrico Zanisi (martedì 10 novembre), lo Sherman Irby 4et (mercoledì 11 novembre), il Max Ionata New Hammond Trio (giovedì 12 novembre) e il Camilla George Quartet (venerdì 13 novembre).

 
I concerti si terranno al Teatro Massimo di Pescara, con inizio alle ore 21. Il prezzo del biglietto di ingresso è di 25 euro.
 
La Società del Teatro e della Musica “Luigi Barbara” raggiunge quest’anno il traguardo della Sessantesima Stagione Artistica: un percorso che rappresenta la continuità, lo spessore degli spettacoli teatrali e dei concerti offerti ai cittadini di Pescara e dell’Abruzzo e la qualità di sessanta stagioni che hanno ospitato e continuano a presentare in città le più alte eccellenze della cultura nazionale ed internazionale. Una stagione che porta in scena una passione sempre attuale, con la forza di un’eredità culturale dalle radici solide e dal carattere riconoscibile.

Si ricorda di arrivare puntuali: una volta cominciato lo concerto, non si potrà raggiungere il proprio posto e si dovrà rimanere seduto negli eventuali posti liberi in fondo alla sala, salvo disponibilità. E si ricorda inoltre di spegnere telefoni cellulari e tablet.

 
Il sassofono in quattro declinazioni. In estrema sintesi, questo potrebbe essere il claim dell’edizione 2026 di Jazz ‘n Fall. Quattro declinazioni rivolte ad esplorare i linguaggi e le soluzioni timbriche del jazz, a ripercorrere la storia della musica di improvvisazione e a interrogare le derive attuali, attraverso uno strumento del tutto centrale nella vicenda del jazz.

Francesco Cafiso non ha certo bisogno di presentazioni per il pubblico pescarese. Nell’estate successiva alla sua precocissima vittoria del Premio Massimo Urbani, la sua carriera è esplosa sul palco del festival jazz con l’incontro con i musicisti dell’orchestra di Wynton Marsalis: il trombettista ha scommesso sulle sue capacità, ha fatto da mentore e ha voluto nei suoi progetti musicali e didattici il sassofonista siciliano, rendendolo di fatto sin da subito una star internazionale. Un processo giunto a maturazione con la crescita umana e artistica di Cafiso che, oggi, è uno dei musicisti più stimati a livello mondiale. Torna a Pescara in duo con un pianista interessante come Enrico Zanisi, in un progetto rivolto a cercare le connessioni tra le personalità dei due interpreti e le pieghe della storia e della contemporaneità del jazz, partendo da un mostro sacro come Parker per avviare una conversazione libera e profonda, elegante nella sua essenzialità, con l’ascolto reciproco utile per trovare la sintesi tra memoria e inventiva.

Sherman Irby si confronta con le soluzioni geniali, sorprendenti, enigmatiche alle volte ma sempre riconoscibili di Thelonious Monk. Un mondo sonoro ed estetico fatto di contrasti e salti improvvisi, di senso del blues e visione ancestrale messo giustamente in luce dal sassofonista con la scelta di un titolo come “Ugly Beauty”, traducibile in italiano come “orribile bellezza”. L’energia, il vigore, la sapienza musicale di Sherman Irby entra in profondità del repertorio di Monk e fa convergere le atmosfere fumose degli storici club newyorchesi con le raffinate e suggestive soluzioni di un pianista e di un compositore del tutto unico e, per certi aspetti, iconico.

Esperienza, groove e interplay costituiscono l’ossatura del Max Ionata New Hammond Trio: il sassofonista è senz’altro tra i musicisti italiani più riconosciuti a livello internazionale e ha voluto in questa nuova versione del suo Hammond Trio l’energia e la visione di due musicisti emergenti e già molto apprezzati dalla critica come Vittorio Solimene all’organo Hammond e Cesare Mangiocavallo alla batteria, musicisti dotati di grande maturità musicale e forte personalità espressiva, pronti a coniugare precisione, swing e sensibilità moderna in un repertorio che spazia tra composizioni originali, standard e soul jazz, con un sound fresco e compatto, radicato nella tradizione di un format ormai più che consolidato e reinterpretato alla luce di una visione moderna.

Le radici culturali africane, statunitensi ed europee si fondono nella visione musicale di Camilla George. Figura di spicco della nuova scena jazz londinese al fianco di artisti come Nubya Garcia e Shabaka Hutchings, nella sua musica entrano riferimenti disparati – afrofuturismo, hip hop, jazz, le musiche del mondo – e si fondono in nuove possibilità espressive. D’altronde, se il suo imprinting musicale rimanda all’ascolto di “maestri” come Fela Kuti, Jackie McLean e Charlie Parker e se la attenzione si rivolge con una profonda concentrazione alle tradizioni della sua tribù, il popolo Ibibio della costa sud-orientale della Nigeria, il risultato naturalmente diventa un melting pot creativo e assolutamente fertile. Una visione musicale capace di attraversare i generi e di portarla a collaborare con musicisti versatili e, a loro volta, capaci di sfuggire ad ogni classificazione come il cantante Omar o la chitarrista Shirley Tetteh, Daniel Casimir, Sarah Tandy, Sheila Maurice-Grey e Sam Jones e di dare vita con loro, sia come leader che come sideman, a progetti sempre interessanti. Nel corso di questi ultimi anni è stata poi protagonista di esibizioni nei festival e nei club più importanti del mondo.

Nell’anno in cui la scena internazionale si misura con il centenario di due grandissimi come Miles Davis e John Coltrane, Jazz ‘n Fall prova così, nel segno e nel suono del sassofono, a dare risalto e profondità alle vicende di una musica sempre in movimento e soprattutto, sempre attenta a stabilire connessioni con la storia per affrontare il futuro prossimo e quello più lontano.

La nuova edizione di Jazz ‘n Fall rappresenta infine uno dei capitoli cruciali della Sessantesima Stagione Musicale della Società del Teatro e della Musica “Luigi Barbara”. Un percorso musicale importante in cui il jazz ha trovato posto in maniera significativa per scaturire eventi fondamentali per la nostra città, per immaginare, prima, e realizzare, poi, il festival jazz e portare Pescara all’attenzione del mondo. La nascita di Jazz ‘n Fall, negli anni ’90, ha ulteriormente arricchito il rapporto della città con le diverse scene del jazz, rendendola di fatto una delle poche città al mondo con due festival – uno estivo e uno autunnale, complementari nelle scelte artistiche.

Nell’ambito di Jazz ‘n Fall oppure in maniera per così dire “libera”, le diverse stagioni musicali della “Luigi Barbara” hanno ospitato i protagonisti degli ultimi sessant’anni del jazz, un elenco di nomi straordinari come Duke Ellington, Bill Evans, Dizzy Gillespie, Sarah Vaughan, Freddie Hubbard, Chet Baker, Martial Solal e il Modern Jazz Quartet, Ornette Coleman e Sonny Rollins protagonisti nel 1990 nella prima edizione di Jazz ‘n Fall e poi, tra gli italiani, Franco Cerri, Franco D’Andrea, Enrico Rava e Stefano Bollani. Un elenco sterminato che si ritrova ogni anno, sempre più articolato, nel depliant che presenta il festival.

Senza dimenticare, la prima esecuzione italiana ed europea di “Epitaph”, capolavoro di Charles Mingus, diretto da Gunther Schuller con un’orchestra di 32 musicisti. Un’opera ideata e lasciata incompiuta dal contrabbassista, ripresa dallo stesso Schuller grazie alla sollecitu- dine e alla volontà di Sue Mingus, presentato a New York in prima assoluta solo due settimane prima e replicata solo il giorno seguente al Teatro dell’Opera di Roma.

Per ultimo in questo excursus, abbiamo lasciato un evento straordinario, il primo concerto della prima stagione di questa lunga e ricchissima avventura, vale a dire l’esibizione nell’ottobre del 1967 del trio di Oscar Peterson con Coleman Hawkins al sassofono, peraltro “presentati” da un’altra figura imprescindibile come il produttore Norman Granz. Un’apertura storica, difficile da immaginare al giorno d’oggi e, va da sé, ancora meno probabile alla fine degli anni ’60, in uno degli “avamposti ai margini dell’impero” che, d’un tratto, come per incanto, sarebbe riuscito ad arrivare sulle copertine delle riviste più lette del mondo.