Ci sono oggetti che riconosciamo dal nome e altri che riconosciamo prima ancora di sapere come si chiamano. La Fender Stratocaster appartiene alla seconda categoria. Da settant’anni la sua silhouette passa dai palchi ai giocattoli, dai disegni dei bambini agli schermi dei telefoni. Ora Fender vuole difenderla dalle imitazioni. Nel frattempo un ex capo del Fender Custom Shop ha risposto costruendo proprio una S-style e scrivendoci sopra che non bisogna lasciare alle aziende il compito di stabilire le regole. Abbassate le luci. Sta per iniziare un processo molto rock’n’roll.

PRIMA DEL ROCK C’ERANO LE FORBICI

I bambini sognano.

E tutti siamo stati bambini con un pezzo di cartone, una matita e un paio di forbici con la punta smussata, perché evidentemente i nostri genitori consideravano più pericoloso il bricolage dei Sex Pistols.

Ritagliavamo un corpo, aggiungevamo un lungo manico.

Chitarra.

Non aveva corde, pickup o tasti. L’amplificatore lo facevamo con la bocca.

Ma sapevamo perfettamente che forma darle.

Questo è il meraviglioso problema.

Quando il mondo deve immaginare una chitarra elettrica, infatti, finisce spesso dalle stesse parti: due corni, vita stretta, curve inconfondibili.

Possiamo non conoscere Leo Fender. Possiamo non distinguere un single coil da un tostapane.

Ma quella forma la riproduciamo anche senza conoscere una Stratocaster.

Per i più antichi c’è anche la sagoma più semplice e quasi brutale della Telecaster. E quando le corde diventano quattro, rieccoci a casa Fender con il basso che è il punto di riferimento: Precision Bass.

Stratocaster. Telecaster. Precision.

Tre strumenti, con la Stratocaster in cima alla piramide. Certo, non esistono solo le Fender e non bisogna necessariamente scomodare Jimmy Page e la sua leggendaria Gibson Les Paul per confutare la tesi, ma se si parla di impatto internazionale e riconoscibilità, non ce ne vogliano gli addetti ai lavori, la chitarra ha quella forma lì e, se si ha un pennarello rosso, non si esita a usarlo.

La forma della musica elettrica su corda.

L’EX FENDER CHE DECIDE DI ESSERE POCO DIPLOMATICO

Settembre 2026.

Mike Eldred non è uno che conosce Fender perché possiede una maglietta o la fibbia della chitarra.

È stato alla guida del Fender Custom Shop.

Oggi lavora con El Cabron e presenta una chitarra: la Black Corp.

La guardi.

S-style.

Non occorre convocare Sherlock Holmes.

Eldred ci mette sopra un’immagine legata all’iconografia di Banksy e soprattutto una frase:

«Never let a corporation tell you what the rules are.»

Non lasciare mai che sia un’azienda a dirti quali sono le regole.

Scriverlo su una S-style mentre la tua ex azienda sta combattendo una battaglia legale sulla forma della Stratocaster è un gesto dotato della stessa sottigliezza di un assolo a tutto volume durante una riunione di condominio.

E quindi la domanda arriva da sola.

Che diavolo è successo?

2003: FENDER VUOLE METTERE IL NOME SULLE CURVE

Torniamo indietro.

Nel 2003 Fender cerca negli Stati Uniti, la nazione famosa per le sue strade inesorabilmente dritte, di registrare come marchi le configurazioni dei corpi di Stratocaster, Telecaster e Precision Bass.

Tentato dominio sulle curve e, come era facilmente prevedibile, non ha funzionato.

La domanda sembra inoppugnabile: se vedete quella forma, pensate necessariamente Fender?

Altri produttori rispondono sostanzialmente: non è così semplice.

E comincia la battaglia.

25 MARZO 2009: TROPPO CHITARRA PER ESSERE SOLO FENDER

Arriva il Trademark Trial and Appeal Board.

Fender perde.

Quelle forme, secondo il TTAB, sono state utilizzate così a lungo e da così tanti produttori da non indicare necessariamente Fender agli occhi del pubblico.

In altre parole, Fender incontra uno dei problemi più strani della storia del marketing:

ha avuto troppo successo.

Ha creato una forma talmente riconoscibile che gli altri l’hanno imitata fino a trasformarla in un linguaggio. Come un giro in Do.

La Stratocaster, diventando modello e termine di paragone, gode del primato ma non dell’esclusiva.

Le altre chitarre assomigliano alla Stratocaster e nessuno nega l’evidenza.

Non è un reato di lesa maestà: è la storia della musica. Brava Fender, ma almeno come marchio di forma deve accontentarsi del primato senza l’esclusiva. Epica, ma imitabile.

DÜSSELDORF: CAMBIAMO LEGGE, VEDIAMO CHE SUCCEDE

Passano sedici anni.

22 dicembre 2025.

Tribunale regionale di Düsseldorf, in Europa, dove trovare una strada dritta implica pagare un pedaggio.

Fender cambia terreno: non marchio, questa volta, ma diritto d’autore.

E vince.

Il tribunale considera il corpo della Stratocaster progettato da Leo Fender nel 1954 un’opera di arte applicata meritevole di protezione.

L’azienda Yiwu Philharmonic Musical Instruments Co., Ltd. gestiva su AliExpress lo “SHUFFLE Musical Instruments Store”, dove vendeva una copia quasi identica della Stratocaster chiamata “IRIN 22 Bünde ST E-Gitarre”. Fender fece perfino un acquisto-test nell’aprile 2025 per dimostrare che la chitarra veniva consegnata in Germania. Le vendite vengono bloccate nel Paese.

Champagne?

Non ancora.

Perché c’è un particolare grande più o meno quanto un Marshall: la sentenza è contumaciale.

La società cinese non si presenta.

Fender suona, ma dall’altra parte del palco non c’è nessuno.

Vittoria vera, certamente. Ma il concerto interessante deve ancora cominciare.

POI ARRIVA THOMANN. E PORTA L’AMPLIFICATORE

Nel marzo 2026 Fender rende pubblica la decisione e comincia a far valere quella tutela contro produttori e venditori di S-style.

Partono le diffide.

Nel giro entrano diversi nomi dell’industria.

Poi arriva Thomann, gigante europeo degli strumenti musicali, e decide che la questione merita qualcosa di più di una raccomandata.

Il 22 giugno annuncia un’azione legale contro Fender.

Finalmente abbiamo due contendenti. Si prepara il ring.

E soprattutto abbiamo l’elefante nella stanza che si trasforma in domanda: quanto devi cambiare una Stratocaster perché smetta di essere una Stratocaster?

Un centimetro?

Una curva?

Un corno?

Tre millimetri e una buona giustificazione?

Perché in settant’anni sono nate S-style, Superstrat, copie economiche, boutique da migliaia di euro e chitarre che della Stratocaster sembrano cugine di secondo grado.

E il mito dell’originale, paradossalmente, ne esce persino rafforzato. Un po’ come in Snatch: puoi anche andare in giro con la replica, ma proprio la replica continua a ricordarti che da qualche parte esiste l’originale.

Nel caos il diritto dovrà trovare una linea.

Peccato che la cultura popolare l’abbia cancellata da parecchio, passandoci sopra e trasformando il fondo stradale in sterrato da concerto estremo.

ORA PRENDETE IL TELEFONO

Esperimento.

Costo: zero euro.

Durata: cinque secondi.

Cercate l’emoji della chitarra.

🎸

Eccola.

Deve significare “chitarra” a Roma come a Tokyo. A un bambino come a un pensionato. Senza marca, spiegazioni o manuale d’istruzioni.

Guardatela.

Non c’è scritto Fender.

E non ce n’è bisogno.

Il problema delle vittorie è che bisogna anche saperle riconoscere.

Questa è forse la più grande mai ottenuta dalla Stratocaster: essere passata dalla musica alla grammatica.

Sembra quasi che Fender abbia vinto a mani basse e non se ne sia ancora accorta.

IL PROBLEMA DI DIVENTARE IMMORTALI

Fender può naturalmente difendere ciò che considera una propria creazione. Saranno i tribunali a stabilire dove finisca quel diritto.

A noi interessa un’altra domanda.

Quanto può diventare potente un’immagine prima che proteggerla rischi di renderla meno potente?

Perché essere copiati può essere un danno.

Ma essere diventati il modello dal quale tutti copiano è anche una vittoria culturale difficilmente replicabile, unita al fatto che possedere l’originale fa sentire speciale il possessore e, qualche volta, un po’ in difetto chi usa un’imitazione.

Altri costruttori hanno preso quella forma, l’hanno modificata, stirata, incattivita, ingentilita.

Non tutte le chitarre ispirate alla Stratocaster sono taroccature: esistono magnifici strumenti che hanno anima e identità proprie. E allora la domanda si restringe ancora: Fender vuole combattere la copia o la somiglianza?

La Stratocaster: milioni di musicisti l’hanno suonata.

E per moltissime persone che di chitarre non sanno nulla, Stratocaster è uno dei pochissimi nomi che significano qualcosa. Bambini che non sapevano nemmeno pronunciarlo l’hanno disegnata.

Ed eccoci tornati al cartone.

Matita.

Forbici con la punta smussata.

Un bambino ritaglia due curve, aggiunge un manico e si mette davanti allo specchio.

Fender? Düsseldorf? Thomann? Copyright?

Comprensibilmente se ne frega.

Imbraccia il cartone.

Sogna di avere in mano una chitarra. Sogna di essere famoso.

E viene da pensare che impedire agli altri di inseguire quella forma non renderà più potente l’immagine della Stratocaster.

Paradossalmente, potrebbe limitarla.

Perché settant’anni fa Leo Fender costruì una chitarra.

Poi gli scappò di mano.

Costruì la forma con cui il mondo avrebbe immaginato una chitarra. Non lo sapeva. È successo.

E infatti di questo si parla: di successo.