La luce oscura di Vanessa Marras

Nell’ultimo film di Lars von Trier, uscito nel 2018 col titolo italiano “La casa di Jack”, il protagonista – interpretato da un ottimo Matt Dillon – è uno psicopatico serial killer misogino che, tra un racconto e l’altro dei brutali omicidi da lui rivendicati, intrattiene lo spettatore con digressioni e considerazioni di natura filosofica. Tra queste, ve n’è una dove Jack parla della sua ossessione per il fenomeno della luce oscura. Si tratta di un effetto molto comune nell’elaborazione grafica delle immagini, ottenibile applicando un filtro negativo alla fotografia di turno. Invertendone i colori è difatti possibile individuare in maniera ancora più netta quei punti dove la luce è più forte, punti nei quali essa spiccherà nera e perturbatamente abbagliante. Rileggendo “Le trame del risveglio” di Vanessa Marras, raccolta pubblicata nel 2005 da Ernesto Paleani Editore, ho avvertito un forte legame tra la poetica inabissata nei suoi testi e questo particolare effetto visivo.

 

Parlo di rilettura perché la prima volta che la lessi ero ancora uno studente delle medie che pensava che la poesia fosse qualcosa di smorto e relegato alle sole antologie scolastiche. Il libro della Marras, per quel che conta, è stata la prima opera di poesia contemporanea che io abbia avuto modo di sfogliare. L’incontro con una forma di tale genere letterario, seppur propiziato da tanti elementi – tra i quali il fatto che la presentazione del libro si svolgesse proprio ad Apecchio, piccola realtà dell’entroterra marchigiano nella quale sia io che l’autrice abbiamo le nostre radici – quell’incontro, dicevo, di primo acchito non sembrava aver lasciato grossi segni sulla mia giovane persona. Ripensandoci a distanza di anni, invece, sono giunto alla conclusione che l’opera di Vanessa Marras, all’epoca, avesse aperto un varco tra le innumerevoli prospettive che il futuro può riservare a un ragazzino.

 

A oggi posso dire che non fu un colpo di fulmine, ma piuttosto un lampo il cui fragore sarebbe esploso solo qualche anno dopo. Mi scuso per la digressione personale, ma questo mio ciarlare è anche un modo per porre l’accento su aspetti solitamente marginali dell’oggetto libro. Come la copertina, per esempio, anche se è la prima cosa che salta all’occhio.

 

Si dice che un libro non debba essere giudicato in base a essa, ma una cover ben fatta, spesso, aiuta e non poco. Nel caso de “Le trame del risveglio”, l’illustrazione che fa sfondo al paratesto è un disegno a opera dell’artista Marco Smacchia, anche lui apecchiese. Le illustrazioni di Smacchia corredano e animano tutto il libro, donando respiro al magmatico flusso di parole che, pagina dopo pagina, solca il bianco del foglio. Mentre i testi della Marras colano lungo gli spazi delle pagine, travolgendo il lettore con la forza di una prosa poetica densa di visioni, Smacchia gioca con il vuoto di esse e consegna a un sottile tratto di matita l’essenza segreta – e irrivelabile – delle poesie. Il suo stile, tanto minimalista quanto evocativo, si coniuga in maniera brillante con le immagini che le parole della Marras riescono a creare, favorendo una compenetrazione di qualità fra mezzi espressivi – immagine e poesia – utilizzata spesso dagli autori (specie nei social), ma con risultati alterni. In questo caso la scelta si è rivelata vincente. Mi colpì molto.

A proposito di stile, i disegni di Smacchia sembrano antesignani di quelli di Matthias Matthies, l’illustratore che ha collaborato con il poeta tedesco Till Lindemann (sì, quel Till Lindemann) alla silloge del 2013 In stillen Nächten, proponendo un inquietante campionario di esseri antropomorfi a corredo delle liriche. I soggetti di Smacchia, sebbene altrettanto inquieti e inquietanti, presentano un taglio più onirico e malinconico, in linea col tratto poetico dell’autrice, la quale, a differenza di Lindemann, non ha nella provocazione gratuita la sua cifra. Procede, invece, attraverso un’intelaiatura di paesaggi e voci interiori che a poco a poco delineano il corpo e la mente del suo io più intimo, rivelandolo e disperdendolo al contempo.

 

Il corpo vuole la sua sofferenza

 

Il corpo vuole la sua sofferenza

Il corpo cerca il fiume delle proprie ceneri

Il mio corpo nato dalla luna ha tratti indisciplinati e dissacranti

Non hai termini di paragone tu

Il decadimento ciclico fa irrimediabilmente parte della mia natura femminile

 

Se avessi guardato con i miei stessi occhi

Il cuore celeste dei miei intimi inferni

Se avessi accarezzato con i miei stessi modi

Quest’angoscia

Sapresti di non avermi mai compresa nella mia unicità e incomparabile bellezza

 

Sapresti di non avermi mai amata essenzialmente

Uomo dai tanti nascondigli

Sei una pietra inalienabile sul mio cammino di libertà e disperazione.

 

 

È stato difficile scegliere ed estrapolare un passo dall’insieme che la Marras ha composto per mezzo delle centinaia di versi che si susseguono nella prima, eponima sezione della raccolta. Questo non solo perché risulta difficoltoso delimitare l’inizio e la fine di ogni poesia, ma anche e soprattutto perché si ha l’impressione che ogni verso sia parte di un monolite non scomponibile. L’espediente narrativo utilizzato – perché la poesia può e sa farsi anche narrazione – è quello del monologo interlocutorio, un j’accuse rivolto a un’innominata e muta figura maschile. Le parole della poetessa si addensano sul silenzio maschio della controparte non allo scopo di screditarla, ma di scontornarla sino a renderla specchio della propria sofferenza.

 

A uno sguardo superficiale, il dolore evocato nei versi potrebbe apparire come un lamento fine a sé stesso, un inno all’autocommiserazione che sfocia in un’invettiva contro il genere maschile. Nulla di più falso. Quello di Vanessa Marras non è spicciolo femminismo, tantomeno femminismo tossico (quello votato alla becera misandria). Sarebbe anzi svilente nei confronti della sua autorialità ridurne il grido poetico a un conflitto di genere (sebbene esso via sia). Ma il conflitto, prim’ancora che tra uomo e donna, e prim’ancora che essere o maschio o femmina, è un luogo abitato e definito sia da Eros che da Thanatos. E la prosa poetica delle Trame cucite dalla Marras vi passa attraverso, nuda e universale come gli enti sopramenzionati, sì libera da filtri di sorta, ma non dal peso delle ferite.

 

Ogni uomo è una solitudine inviolabile

 

Ogni uomo è una solitudine inviolabile

Ogni uomo chiede solo di amare di un amore originario e cristiano

Ogni uomo è solo nello scrigno della propria passione inconfessata

Ogni uomo è divenuto pienamente umano è ricolmo di amore divino

 

(…)

 

Dio è nei tuoi capelli

È nelle tue mani che chiedono perdono

È nella tua bocca che brucia di passione carnale

È nel mio pianto che non mi consola quando tu più non scendi

A darmi un bacio fra le sopracciglia

 

(…)

 

La vergine confezionava la sua preghiera più carnale

La vecchia si ritirò nei suoi cunicoli della colpa;

La vergine e la vecchia erano in realtà la stessa persona

Che aveva amato molto Dio, e aveva odiato molto Dio

 

 

Non dev’essere stato facile scendere così in fondo a sé stessi, contorcersi tra le piaghe e le pieghe di un’anima di carne per poi risalire; risalire non per riportare a galla il trauma e codificarlo attraverso la parola, ma per riprendere fiato, rigenerare la luce che permette alla parola di sussistere. Non è facile neanche per chi legge, a tratti, tanto è viva la sensazione di star violando l’intimità di uno spazio sacro. I versi sopramenzionati sono i versi che chiudono la prima sezione del libro, alla quale fa seguito la parte intitolata “Comparse”, articolata in una serie di testi che vanno dal monologo teatrale al racconto breve; rifrattori diversi che però restituiscono appieno le onde generate dal linguaggio poetico ivi nascosto. Perché se è vero che la poesia sa produrre narrazioni, è altrettanto vero che certa prosa contiene in sé molta poesia. È la luce oscura che vi dicevo. È la particolarissima luce oscura di Vanessa Marras.

 

A oggi, Vanessa Marras non vive più ad Apecchio, la vita l’ha portata verso altri lidi. Non ha scritto altro, dopo questo libro. “Le trame del risveglio” è fuori catalogo. Le trecento copie della prima edizione sono sparse per la penisola, Dio solo sa dove di preciso. Anche Marco Smacchia ha lasciato il paesello, ma non ha mai smesso di disegnare.

A breve saranno vent’anni da quella stagione dove i due collaborarono per dare forma a un libro sui generis e un editore del posto decise di scommettere su di loro. Sento che è banale scriverlo, e pure un po’ melenso, ma sembra davvero che siano passati secoli. Era un’altra Apecchio, era un altro mondo. Persino il verde delle foglie lo ricordo di un’altra vividezza. Più pura, più nascosta. E “Le trame del risveglio” di Vanessa Marras ne è un piccolo simulacro, un talismano da custodire come il ricordo dei desideri espressi e mai del tutto compiuti; quei desideri soltanto intravisti nella scia delle stelle cadenti e dei quali, una volta espressi, ci dimentichiamo.

 

 

I testi citati in questo articolo sono tratti dal libro “Le trame del risveglio” di Vanessa Marras, Ernesto Paleani Editore (2005), collana Libero Pensiero.

 

 

 

 

 

 

 

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