di Yuleisy Cruz Lezcano

Nel panorama culturale italiano contemporaneo, si assiste a un silenzioso ma devastante spostamento di senso: la disumanizzazione dell’arte. Una deriva che ha visto l’Italia, patria storica del pensiero umanistico e della creazione simbolica, defilarsi ai margini dei dibattiti teorici internazionali, scomparendo quasi completamente dal cuore pulsante della critica letteraria e del saggio speculativo. L’arte e la letteratura, che un tempo costituivano una delle massime forme di interrogazione del reale, si ritrovano ora spesso ridotte a meri esercizi stilistici o peggio, a oggetti da riprodurre tramite comandi algoritmici. Una volta, Jorge Luis Borges scrisse che la creazione letteraria nasce anche da laboriose e fortuite metafore. Oggi, quella laboriosità si è persa, e la fortuna, intesa come scintilla inattesa del genio, sembra essere stata sostituita da processi imitativi, generativi, ripetitivi. L’intelligenza artificiale non è l’unico colpevole, ma è certamente uno dei catalizzatori principali di questa mutazione. La scrittura generata da macchine può simulare la profondità, ma ne rimuove l’origine carnale, contraddittoria, umana. È la morte della fatica poetica, il tramonto della metafora come ferita aperta del linguaggio.

Nel nostro tempo, la finzione,  quella finzione nobile, sovversiva, che si fa riflessione del mondo e non solo sua duplicazione, ha perso valore. In un’epoca di iperrealismo digitale, in cui tutto è reso visibile, accessibile, manipolabile, la letteratura fatica a ritagliarsi uno spazio per l’ambiguità. L’immaginario collettivo viene riciclato, riutilizzato, rimodellato attraverso filtri di memoria algoritmica: la narrazione è diventata funzione, non più vocazione. L’originalità non è più un’urgenza creativa, ma un capriccio di superficie. E così, l’ansia di essere nuovi viene ignorata: da un lato, si ripete il passato in chiave nostalgica; dall’altro, si delega al codice il compito di simulare un futuro che ha smesso di interrogare davvero l’umano. La nuova letteratura, o ciò che si spaccia per tale,  nasce già all’interno di un comando, di un prompt. È letteratura che ha interiorizzato il gesto della distruzione, che rinuncia consapevolmente ai suoi fantasmi mitici, alle figure archetipiche che da sempre abitano le ombre della narrazione.

Ci troviamo, dunque, davanti a un palinsesto esistenziale smarrito. La letteratura “assistita” dall’intelligenza artificiale si muove su una soglia ambigua: da una parte mantiene le forme dell’antica narrazione, dall’altra le svuota di quel rapporto diretto con l’inconscio, con l’ombra, con la metafisica. Le metafore, un tempo vive, organiche, imprevedibili, oggi sono costrette a un rapporto problematico con il reale, ridotte a simulacri estetici, decorazioni stilizzate. La vocazione realistica della parola non nasce più da un gesto mimetico, da un “fare come”, ma da una commistione anomala, una contaminazione tra tecnica e linguaggio che non ha più radici. È un realismo che ha perso la sua tensione etica, poetica, politica. Un realismo senza conflitto, senza residui, senza mistero.

L’Italia, in tutto questo, pare aver smarrito non solo la centralità, ma anche la voce. La critica si è ritirata nell’accademia, incapace di interpretare questi segnali di mutazione profonda. Le riviste letterarie si sono ridotte a bollettini di autopromozione, mentre il saggio, quello vero, è diventato raro, quasi clandestino. Eppure, mai come ora, ci sarebbe bisogno di un nuovo umanesimo critico, capace di riportare al centro le domande, le ambivalenze, le lacerazioni. Non si tratta di respingere la tecnica, ma di ritrovare nell’arte un luogo di resistenza, dove la parola non si limiti a rappresentare, ma torni a creare. Dove la finzione torni ad avere valore, non come menzogna, ma come forma alta e nobile del vero. Dove la metafora, come voleva Borges, sia ancora frutto di un incontro fortuito, misterioso, e profondamente umano.

La narrazione, per secoli, è stata il cuore segreto dell’esperienza umana: una forma di conoscenza, di contatto profondo con l’enigma dell’esistere. Oggi, invece, il suo splendore declina, e l’avventura narrativa, quel viaggio interiore, tortuoso, iniziatico, si appiattisce, si riduce a pretesto, a strumento di visibilità, di costruzione identitaria, di esposizione continua. La letteratura si piega a una logica performativa, dove il valore del racconto non risiede più nella sua tensione formale o nella sua capacità di scavare l’anima, ma nel numero di condivisioni, nell’aderenza ai gusti del momento, nella velocità del consumo. Questo mutamento ha conseguenze profonde. Si assiste a una regressione della complessità, a una perdita di densità del tempo narrativo, di profondità dei personaggi, di ambiguità morale. Il narratore, un tempo demiurgo, si trasforma in produttore di contenuti, e il lettore, figura un tempo centrale nel patto narrativo, diventa utente, consumatore, algoritmo da soddisfare. L’illusione drammatica, che un tempo richiedeva uno sforzo condiviso tra autore e lettore, oggi viene confezionata in forma immediata, a bassa soglia di impegno cognitivo ed emotivo.

In questo paesaggio impoverito, emergono con forza nostalgica due figure-chiave della modernità letteraria: Dostoevskij e Proust. Entrambi, seppur diversissimi, rappresentano l’apice di una narrazione che non cercava notorietà, ma verità. Dostoevskij, con la sua prosa spezzata, febbrile, sovraccarica di pensiero e confessione, e Proust con il suo flusso continuo, spiraliforme, analitico e sensuale, sono stati i sommi sacerdoti di un’arte narrativa che non fingeva di mostrare la realtà, ma di rivelarla nella sua contraddizione più abissale. In loro, la scrittura è un labirinto, un percorso che non asseconda il lettore, ma lo costringe a negoziare, a soffermarsi, a perdersi. Eppure, entrambi possedevano una profonda astuzia drammaturgica: sapevano che il lettore aveva bisogno di essere sedotto, di essere accompagnato, ingannato persino, ma non per ottenere consenso, bensì per aprire una frattura nell’ordine apparente del mondo. Il loro realismo non era mai fotografico, ma vertiginosamente mentale, filosofico, esistenziale.

Oggi, questa lezione è quasi completamente dimenticata. Il romanzo si traveste da reportage, da diario intimo, da cronaca sociale, ma ha smarrito l’ambizione ontologica. Non cerca più il cuore oscuro dell’umano, ma l’approvazione dello sguardo esterno. Il personaggio letterario, un tempo anima in conflitto, oggi è spesso una funzione identitaria, uno strumento di rappresentazione dell’io, di adesione a un codice di visibilità. La scrittura si è de-sacralizzata, è diventata strumento di auto-racconto, di branding personale. Eppure, senza quella tensione metafisica che anima la pagina di Dostoevskij, senza quella percezione che ogni frase è un atto di memoria totale come in Proust, la letteratura perde il suo statuto più profondo: essere luogo di verità complessa, non di semplice verosimiglianza.

Il compito oggi non è più soltanto scrivere storie, ma restituire alla narrazione la sua aura. Riportarla alla sua funzione iniziatica, non più come intrattenimento, ma come luogo in cui il linguaggio si fa corpo, labirinto, possibilità di salvezza o di dannazione. In questo senso, il lettore va ripensato: non come cliente da compiacere, ma come testimone da inquietare. Solo così la letteratura può tornare ad essere ciò che è sempre stata nei suoi momenti più alti: un esercizio di profondità contro la superficialità del mondo.