È morto oggi a Genova, a 94 anni, Gianni Berengo Gardin, uno dei più grandi fotografi contemporanei.

Nato il 10 ottobre 1930, iniziò a dedicarsi alla fotografia negli anni Cinquanta, studiando e rappresentando nei suoi lavori l’evoluzione del paesaggio italiano, sia dal punto di vista architettonico, che sociale, del secondo secondo dopoguerra. Ha raccontato, nei suoi scatti pieni di umanità, le trasformazioni non sempre positive, le fabbriche, gli zingari, le periferie con i loro reietti di cui metteva in luce la dignità, quella dignità troppo spesso respinta e umiliata.

Definito da Sebastião  Salgado il fotografo dell’uomo”, Gandin si impegnò anche nelle battaglie civili e si oppose fortemente all’ingresso delle maxi-navi a Venezia, sua patria di adozione: le sue opere gridavano la barbarie nei confronti dell’Italia “assassinata dalle crociere e dal cemento”.

 Le sue foto che dovevano essere solo un documento della realtà, sono denuncia, pietra d’inciampo e si trasformano in arte, in quella più pura, quella che trascende le stesse intenzioni dell’autore: “In fondo, la foto artistica non mi interessa, mi interessa il documento. Indubbiamente la fotografia è un fatto culturale, su questo non ci piove. Ma non so fino a che punto la si debba considerare un’arte. Può capitare che io faccia una foto talmente riuscita, che qualcuno dirà: «è un’opera d’arte!» – ma sarà lui che lo dirà, non sarò io. Io mi contento di essere un fotografo, anzi, ne sono fiero!”

Con lui se ne va non solo un grande fotografo, ma un grande uomo dalla straordinaria sensibilità.

A noi non resta che raccogliere e fare nostra la sua eredità in termini di coraggio e volontà per rendere questo nostro mondo un po’ più bello.