Ottobre è un mese di confine. Conserva ancora sulla pelle qualche traccia d’estate, ma porta già con sé l’odore della terra bagnata, le giornate che si accorciano, il colore delle foglie e una luce diversa, più obliqua e fragile. È forse per questo che i poeti lo hanno amato tanto: ottobre non è soltanto una stagione che cambia, è il tempo della trasformazione.

Nella poesia diventa attesa, malinconia, memoria, consapevolezza del tempo che passa; ma anche maturità, vendemmia, pienezza, promessa di ciò che tornerà. Da Cardarelli a Pascoli, da Ada Negri a Bertolucci, da Verlaine a Frost, ogni voce ne ha raccolto una sfumatura.

Per questo, all’inizio di ottobre, Poesia Femminile Singolare vuole attraversare il mese attraverso alcune delle poesie più belle che gli sono state dedicate: parole da rileggere lentamente, come si cammina su un tappeto di foglie, lasciando che sia la poesia a raccontarci ciò che ottobre sa dire meglio di noi.

 

La notte d’ottobre
di Attilio Bertolucci

 

Mi ha svegliato il tuo canto solitario,

triste amica dell’ottobre, innocente civetta.

Era la notte,

brulicante di sogni come api.

Ronzavano

agitando le chiome di fuoco

e le bionde barbe,

ma i loro occhi erano rossi e tristi.

Tu cantavi, malinconica

come una prigioniera orientale

sotto il cielo azzurro…

Io ascoltavo battere il mio cuore.

 

 

Da “Fuochi in novembre”, Minardi, Parma 1934

 

 

 

Ottobre
di Attilio Bertolucci

Sporge dal muro di un giardino
La chioma gialla di un albero.

Ogni tanto lascia cadere una foglia
Sul marciapiede grigio e bagnato.

Estasi, un sole bianco fra le nubi
Appare, caldo e lontano, come un santo.

Muto è il giorno, muta sarà la notte
Simile ad un pesce nell’acqua.

 

È contenuta in Sirio (1929).

 

 

Ottobre
di Vincenzo Cardarelli

Un tempo, era d’estate,

era a quel fuoco, a quegli ardori,

che si svegliava la mia fantasia.

Inclino adesso all’autunno

dal colore che inebbria,

amo la stanca stagione

che ha già vendemmiato.

Niente più mi somiglia,

nulla più mi consola,

di quest’aria che odora

di mosto e di vino,

di questo vecchio sole ottobrino

che splende sulla vigne saccheggiate.

Sole d’autunno inatteso,

che splendi come in un di là,

con tenera perdizione

e vagabonda felicità,

tu ci trovi fiaccati,

vòlti al peggio e la morte nell’anima.

Ecco perché ci piaci,

vago sole superstite

che non sai dirci addio,

sole che rivediamo,

col tuo giungere ogni mattina

come un nuovo miracolo,

tanto più bello quanto più t’inoltri

e sei lì per spirare.

E di queste incredibili giornate

vai componendo la tua stagione

ch’è tutta una dolcissima agonia.

 

(Da “Il sole a picco”, L’Italiano, Bologna 1929)

 

Tristezza d’una sera d’ottobre
di Guelfo Civinini

 

Son rientrato or ora. Per la via

di casa s’accendevano i fanali

tremuli fuochi di malinconia.

Ha piovuto per tutta la giornata.

Son già le prime acque autunnali.

Poi l’aria a vespro s’è rasserenata.

Ma in questa trasparenza d’ametiste

il cielo è come un’anima ch’è stanca

di piangere, ed ancora è tanto triste.

Nessun passava, per la via remota:

incombeva una gran nuvola bianca

sovra le case, tragica ed immota,

un pianger di campane era nell’aria,

dai platani cadean le prime foglie;

tremava qualche stella solitaria;

ed un accoramento indefinito

era in quell’ora satura di doglie

che mi tenea come un fanciul smarrito:

un fiorir vago di memorie spente,

di rimpianto per ogni ben perduto

cui passai forse accanto indifferente:

volti di donne intravedute appena,

anime apparse in gesto di saluto

per qualche solitudine serena,

fantasmi erranti che più non ravviso

chiusi nei veli della lontananza,

ombre di pianto, luci di sorriso

rievocanti all’anima in tremore

un fulgor biondo, un’aria di romanza,

un mattin d’oro, una veranda in fiore.

Dogliosa nostalgia, la più dogliosa:

quella di ciò che trascurammo, e ov’era

forse la nostra dolce sorte ascosa.

Forse… Triste parola, triste quale

fra le rame dei platani stasera

questo languor di cielo autunnale:

triste e pur buona, che pur s’addolora

ne illude ancor di qualche tenerezza

di cui viviamo, in cui crediamo ancora,

di cui può ancora l’anima sognare,

l’anima ch’ebbe a tedio ogni certezza

e il sogno solo può ancor consolare.

Ma questa sera, oh, nulla la consola:

così triste è la casa all’imbrunire

quando si è soli, e pur l’anima è sola.

Le cose amate, le cose più care

son come morte e più nulla san dire

in questa scialba angoscia che traspare

di tra i ricami delle tende bianche

nell’agonia dell’ultimo chiarore

fra voci di campane umili e stanche.

Tristezze d’un crepuscolo! Nell’ombra

una pendola batte: un vecchio cuore

triste, che una mortal stanchezza ingombra.

«Addio» mormora l’anima dolente.

Perché, non sa. Vede svolare a frotte

fra rade stelle fantasime lente

nubi di sogni, vanienti forme

perdute incontro all’imminente notte

verso il mistero immobile ed enorme,

e un bisogno d’addii, forse di pianto,

la stringe. Qualcheduno è per partire?

Non sa. Forse è partito già, da tanto,

da tanto tempo. «Addio» mormora ancora

e piange stanca, e sentesi morire.

Di che, non sa. Malinconia l’accora.

 

Tratta da  “I sentieri e le nuvole”, Treves, Milano 1911

 

Ottobre
Robert Frost

O silenzioso mite mattino d’ottobre,
le foglie son mature per cadere;
il vento di domani, se avrà forza,
le spazzerà via tutte.
Chiamano i corvi sopra la foresta;
domani forse a stormi se ne andranno.
O silenzioso mite mattino d’ottobre;
lento comincia le ore di questa giornata.
Fa’ che il giorno ci sembri meno breve.
Non ci dispiace se tu dolcemente ci illudi,
illudici nel modo che tu sai.
Stacca una foglia allo spuntar dell’alba,
a mezzogiorno stacca un’altra foglia;
una dai nostri alberi, ed un’altra
molto lontano.
Trattieni il sole con nebbie gentili;
incanta la campagna d’ametista.
Ma piano, piano!
Per amore dell’uva,se non altro,
i cui pampini bruciano nel gelo,
i cui grappoli andrebbero distrutti
per amore dell’uva lungo il muro.

 

O hushed October morning mild,
Thy leaves have ripened to the fall;
Tomorrow’s wind, if it be wild,
Should waste them all.
The crows above the forest call;
Tomorrow they may form and go.
O hushed October morning mild,
Begin the hours of this day slow.
Make the day seem to us less brief.
Hearts not averse to being beguiled,
Beguile us in the way you know.
Release one leaf at break of day;
At noon release another leaf;
One from our trees, one far away.
Retard the sun with gentle mist;
Enchant the land with amethyst.
Slow, slow!
For the grapes’ sake, if they were all,
Whose leaves already are burnt with frost,
Whose clustered fruit must else be lost—
For the grapes’ sake along the wall.

 

Tratta da “Fuoco e ghiaccio”, Adelphi, 2022

 

 

Autunno
di Luciano Giovannini

All’improvviso arriva settembre
quando i tuoi occhi
sono ancora aggrappati
alle irrequiete pieghe del mare.
Ottobre, invece, quasi lo aspetti
e vedi l’agrifoglio fiorire
come fiorisce una stella
nel buio di un cielo autunnale.
Novembre è un’arancia matura
che cade sulla terra bagnata,
novembre è un lumino
e una donna che prega piegata.
Dicembre è una corona di spine
in equilibrio tra fede e ragione,
dicembre è un paio di guanti,
dicembre è un vecchio maglione.
Così passa l’autunno,
incastrato tra l’estate e il Natale
così trascorre la vita,
come fosse la debole fiamma
di un vecchio fanale.

 

Tratta da “La croce di carta”, Daimon Edizioni 2024, L’Aquila

 

 

Sole d’ottobre
di Ada Negri

Godi. Non hai nella memoria un giorno
più bello, un giorno senza nube, come
questo. E forse più mai ne sorgerà
un altro così bello, pe’ tuoi occhi.
Se pur l’ultimo fosse di tua vita
– l’ultimo, donna -, sii contenta: rendine
grazie al destino.

È così pura questa
gioia fatta di luce e d’aria: questa
serenità ch’è d’ogni cosa intorno
a te, d’ogni pensiero entro di te:
quest’armonia dell’anima col punto
del tempo e con l’amor che il tempo guida.
Non più grano né frutti ha ormai la terra
da offrire. Sta limpido l’autunno
sul riposo dell’anno e sul riposo
della tua vita. Il fisso azzurro, immemore
di tuoni e lampi, stende il suo gran velo
di pace sulle rosseggianti chiome
delle foreste; e il sole il cuor t’accende
come fa con le foglie che non sanno
d’esser presso a morire. E tu – che sai –
tu non temi la morte. Ora che il grembo
non dà più figli, e quelli che ti nacquero
a’ tuoi begli anni già son fatti esperti
del mondo e van per loro audaci vie,
che t’importa morir? Quand’è falciata
la spiga, spoglia la pannocchia, rosso
il vin nei tini, e le dorate noci
chiaman l’abbacchio, e fuor del riccio scoppia
la castagna, che importa la minaccia
dell’inverno, alla terra?

O veramente
tuo questo tempo, donna: o tua compiuta
ricchezza! O, fra due vite, la caduca
e l’eterna, per te libera sosta
di grazia! Godi, fin che t’è concessa.
Non sei più corpo: non sei più travaglio:
solo sei luce: trasparente luce
d’ottobre, al cui tepor nulla matura
perché già tutto maturò: chiarezza
che della terra fa cosa di cielo.

 

Tratta dalla raccolta “Il dono” del 1935.

 

Sera d’ottobre
di Giovanni Pascoli

 

Lungo la strada vedi su la siepe
ridere a mazzi le vermiglie bacche:
nei campi arati tornano al presepe
tarde le vacche.

Vien per la strada un povero che il lento
passo tra foglie stridule trascina:
nei campi intuona una fanciulla al vento:
Fiore di spina!…

Tratta da “Myricae”, Giusti, Livorno 1891

Ottobre
di Antonia Pozzi

È crollo di morta stagione
quest’acqua notturna sui ciotoli.

Lànguono
fuochi di carbonai sulla montagna
e gela
nella fontana un fioco lume.

L’alba vedrà
l’ultima mandria divallare
coi cani, coi cavalli,
in poca polvere
dietro un dosso scomporsi.

Pasturo, 30 settembre 1935

 

Tratta da “Parole”, Garzanti, Milano 1998

 

 

Ottobre
di Bruna Santoni

In Ottobre
si fa sera prima,
umida si fa l’aria
e della terra si sente l’odore.

Il vento fa danzare
le foglie, imbellettate di sfumature
arancione, giallo, rosso;
lieve si fa, nel cadere,
la loro danza.

Scheletri si fanno i rami
avvolti in un’aria
densa e lattiginosa.

A Ottobre
tutto
si fa malinconia.

 

 

Ottobre
di Enrico Thovez

Calpesto adagio le foglie stridule al passo: ho rimorso
d’essere solo. Non penso soltanto a me quassù: sento
che un bene inutile palpita per l’aria, e fugge per sempre.
Guardate! È un magico incendio. Il sole basso sul colle
traversa d’un oro languido le masse rosse dei boschi.
Ardono pallidamente ; sembrano struggersi in fiamma
nel cielo cerulo: dicono qualcosa al cuore di tenero,
di grande. È forse il ricordo di un altro giorno d’autunno,
lontano, un altro tramonto languido d’oro, una fiamma,
e in fondo all’anima il lampo d’un indicibile amore.
Io salgo su per la ripida costa boscosa; mi pungo
aprendo a forza i cespugli, affondo in mucchi di foglie,
mi volto ansante a guardare, salgo più alto, più alto…
Al vento freddo le foglie accartocciate sui rami
crocchiano fragili, parlano. E tutt’attorno è un’immensa
caduta rossa di foglie, un rosso turbin di foglie.
Io, solo, ritto sul sommo della collina, protendo
la faccia al vento gelato, saluto il sole spettrale.
Godo del sibilo acuto dei rossi sciami, e mi creo
l’esile donna pensosa della mia mente, l’amante
che mi comprenda in quest’ora, in quest’angoscia, che langua
con me d’inutile amore per questo roseo fulgore
del cielo dietro le siepi, le rame e i tronchi dei boschi:
credo sentire sul viso il gelo della sua guancia…
Rabbrividisco; mi getto pel bosco a corsa, gemendo,
e annego me col mìo spasimo nella pietà di quest’ombra.

Tratta da “Il poema dell’adolescenza”, Streglio, Torino 1901