
di Federico Del Monaco
ATTENZIONE: L’articolo contiene spoiler sull’ultima stagione di Teresa Battaglia, la serie ispirata ai romanzi thriller di Ilaria Tuti. La prima parte è priva di anticipazioni sulla trama.
Una premessa, prima di entrare sulla scena del crimine
Ho visto l’ultima puntata della terza serie di Teresa Battaglia (Figlia della cenere) e ho avvertito quella particolare sensazione che si prova quando si esce da un ristorante dopo una cena ricca di portate, alcune decisamente appetitose, altre dimenticabili, con la curiosa impressione di avere ancora fame.
Metto subito le mani avanti, prima che qualcuno decida di mettermele addosso: non ho ancora visto le due serie precedenti, che naturalmente recupererò, riservandomi di recensire anche quelle. Non ho neppure letto i romanzi di Ilaria Tuti, alla quale riconosco il merito di avere costruito un personaggio femminile tutt’altro che convenzionale, capace di sostenere un universo narrativo riconoscibile e di conquistare un pubblico affezionato. La distinzione è necessaria, perché ciò che funziona sulla pagina non sempre trova un equivalente convincente sullo schermo e, soprattutto, perché sarebbe ingeneroso attribuire automaticamente alla scrittrice responsabilità che potrebbero appartenere alle scelte dell’adattamento televisivo.
La mia, dunque, è una riflessione sulla serie per come l’ho vista, senza pretendere di conoscere tutto ciò che è venuto prima e, soprattutto, senza chiedere ai romanzi di rispondere degli eventuali peccati della televisione.
E di qualche peccatuccio, bisogna ammetterlo, ce ne sarebbe da confessare.
La sindrome di Topolino
Cominciamo dal problema principale, quello che chiamerei la sindrome di Topolino.
Topolino può affrontare qualsiasi avventura, attraversare continenti, innamorarsi, arrabbiarsi, rischiare la vita e salvare il mondo, ma alla fine deve necessariamente tornare a essere Topolino. È il principio della serialità eterna, quella nella quale tutto può accadere a condizione che nulla cambi davvero.
Teresa Battaglia sembra soffrire della stessa sindrome.
La protagonista si addolcisce, lascia intravedere una crepa nella propria corazza emotiva, sembra sul punto di concedere qualcosa agli altri e persino a sé stessa, poi, improvvisamente, torna glaciale. E ricomincia. Ancora e ancora, in un movimento circolare che induce lo spettatore a immaginare trasformazioni destinate a non verificarsi mai.
Teresa è Teresa e nulla sembra poterla cambiare.
Ora, questo potrebbe persino essere un elemento straordinario della sua caratterizzazione. Esistono personaggi meravigliosamente immobili, creature incapaci di sottrarsi alla propria natura, condannate a ripetere gli stessi errori. Ma allora perché illuderci continuamente?
Perché disegnare prospettive emotive che vengono demolite appena una scena dopo, spesso senza neppure una spiegazione?
Tutti, intorno a Teresa, sembrano procedere lungo la propria esistenza, costruendo relazioni e immaginando un futuro. Lei resta sostanzialmente ferma, imprigionata in una rigidità che potrebbe avere una sua grandezza tragica, se soltanto la sceneggiatura smettesse di prometterci il contrario.
Perché il problema non è che Teresa non cambi. Il problema è che la serie continua a suggerirci che stia per farlo.
È la paura di modificare un personaggio amato, il timore che una trasformazione possa provocare il voltafaccia del gradimento, che il pubblico non riconosca più la propria eroina e decida di abbandonarla. Così si preferisce conservarla sotto vetro, pronta a essere rimessa in circolazione alla prossima occasione.
Una splendida statuina, appena un po’ scontrosa.
La malattia che gode di ottima salute
A tutto questo si aggiunge la malattia, presenza costante e minacciosa, un’ombra che dovrebbe incombere sulla protagonista e accompagnare ogni sua scelta.
Dovrebbe, appunto.
Perché, volendo essere particolarmente maliziosi, nelle ultime puntate ho trovato Teresa persino in buona salute. Certo, un po’ pallidina, ma niente che non sembrasse risolvibile con una settimana di riposo, qualche vitamina e una giornata al mare.
Naturalmente una patologia non deve necessariamente manifestarsi attraverso un peggioramento fisico continuo e spettacolare, né sarebbe corretto pretendere che ogni episodio aggiungesse un nuovo sintomo al catalogo delle sofferenze. Tuttavia, se una malattia costituisce uno dei motori drammatici della narrazione, sarebbe opportuno che le sue conseguenze si facessero sentire davvero, modificando comportamenti, rapporti e possibilità.
Qui, invece, la minaccia sembra vivere soprattutto nelle intenzioni degli sceneggiatori, annunciando continuamente un conto che nessuno viene mai a riscuotere.
La malattia incombe, Teresa resiste, noi attendiamo.
E Topolino continua a risolvere casi.
ATTENZIONE: DA QUI IN AVANTI, SPOILER
Il killer, i cadaveri e le occasioni perdute
Veniamo finalmente alla vicenda criminale, perché sarebbe ingiusto negare che la storia presenti intuizioni di notevole fascino.
Tra queste, una mi ha colpito particolarmente: l’assassino dispone le proprie vittime riproducendo la posizione della persona che aveva soccorso quando era ragazzo.
Un’immagine splendida, narrativamente parlando.
Un gesto originario di salvezza che si trasforma, attraverso una ripetizione ossessiva, in un rituale di morte. La memoria che diventa condanna, il soccorso che si rovescia in esecuzione, un frammento dell’adolescenza che continua a riprodursi sui corpi delle vittime.
C’è materiale per una discesa negli abissi della mente umana.
E invece?
Invece sarebbe stato bello che qualcuno si prendesse il disturbo di illuminarlo adeguatamente. Non pretendo un trattato di psichiatria criminale, né una conferenza accompagnata dalle diapositive, ma un collegamento così suggestivo avrebbe meritato maggiore approfondimento.
È uno dei difetti ricorrenti della stagione: le intuizioni migliori vengono spesso lasciate ai margini, mentre quelle più prevedibili ricevono un’attenzione quasi commovente.
La carta della mutilazione e il delitto dello spiegone
Prendiamo la carta della mutilazione.
La sua presenza costruisce aspettative, alimenta il mistero, promette una rivelazione capace di modificare la nostra interpretazione degli eventi. È un oggetto sul quale la narrazione investe parecchio, attribuendogli un peso simbolico che cresce con il procedere degli episodi.
Poi arriva la spiegazione.
Ecco, appunto: la spiegazione.
Non critico necessariamente la soluzione scelta, anche se personalmente avrei immaginato giustificazioni più illuminanti, magari capaci di aprire prospettive psicologiche inattese. Critico soprattutto la maniera in cui quella soluzione viene consegnata allo spettatore.
Perché esiste una differenza enorme tra spiegare un mistero e rivelarlo.
Una rivelazione dovrebbe possedere un proprio peso drammatico, una luce improvvisa capace di investire retroattivamente tutto quello che abbiamo visto. Dovrebbe farci ripensare alle scene precedenti, ricomporre gli indizi e magari costringerci ad ammettere che la risposta era sempre stata davanti ai nostri occhi.
Qui, invece, la sensazione è quella di avere atteso a lungo davanti a una porta misteriosa per poi trovare, una volta aperta, qualcuno che ci legge il contenuto di un verbale.
Tutto comprensibile, per carità.
Ma il cinema e la televisione dovrebbero anche mostrare, non soltanto spiegare.
Il bacio più maldestro della storia delle fiction
Passiamo ai sentimenti, o almeno a ciò che dovrebbe rappresentarli.
Il bacio ricevuto da Teresa meriterebbe un premio speciale nella categoria degli incontri ravvicinati particolarmente imbarazzanti.
Lei resta immobile, pietrificata, con una partecipazione emotiva che ricorderebbe quella di un monumento pubblico durante una cerimonia istituzionale.
Ora, sia chiaro, la scena potrebbe funzionare benissimo. Anzi, proprio l’immobilità di Teresa potrebbe raccontare moltissimo della sua incapacità di lasciarsi raggiungere dagli altri.
Ma un bacio del genere dovrebbe avere conseguenze.
Dovrebbe lasciare una traccia, produrre disagio, provocare una reazione, modificare almeno temporaneamente un rapporto. Non chiedo una dichiarazione d’amore sotto la pioggia, accompagnata da violini e rallentatore, ma quantomeno il riconoscimento che qualcosa sia accaduto.
Invece, anche qui, tutto sembra dissolversi con una disinvoltura sorprendente.
Un altro piccolo terremoto emotivo senza danni, senza scosse di assestamento e, soprattutto, senza che qualcuno si preoccupi di controllare la stabilità dell’edificio.
La sindrome di Topolino colpisce ancora.
L’amore ai tempi della scientifica
E mentre le possibilità sentimentali di Teresa vengono continuamente aperte e richiuse, la relazione tra il poliziotto e la donna della scientifica occupa una quantità di spazio narrativo decisamente generosa.
Troppo generosa.
Siamo di fronte a un rapporto il cui sviluppo appare telefonato praticamente dall’inizio, tanto che molti spettatori avrebbero probabilmente accettato con gratitudine un bacio già nella prima puntata, risparmiandosi il lungo itinerario sentimentale necessario per raggiungere una destinazione che conoscevamo tutti.
Naturalmente arriva anche il classicone dell’equivoco amoroso: lei deve incontrare il padre di suo figlio, lui interpreta male la situazione e immagina che sia sentimentalmente occupata.
Ancora?
Davvero, nel 2026 abbiamo ancora bisogno di questo espediente?
Manca soltanto una telefonata interrotta sul più bello, magari con un temporale che manda via la corrente, e possiamo completare il campionario degli equivoci romantici.
Il problema non è l’esistenza di una sottotrama sentimentale, che potrebbe offrire un contrappunto utile alla cupezza della vicenda principale, ma la sproporzione tra il tempo che le viene dedicato e ciò che effettivamente aggiunge alla storia.
Perché mentre seguiamo diligentemente le tappe di questa unione, il thriller continua a disseminare elementi che avrebbero meritato ben altro approfondimento.
E, come se non bastasse, nel finale la scientifica sembra improvvisamente dotarsi di superpoteri, con capacità che finiscono per incrinare quel realismo investigativo che la vicenda avrebbe dovuto custodire gelosamente.
Da laboratorio di analisi a reparto degli Avengers il passo, evidentemente, è più breve del previsto.
Il mosaico, le ossa e il thriller che avrei voluto vedere
Poi c’è il mosaico.
Un mosaico fatto e finito, sul quale la serie costruisce suggestioni e collegamenti investigativi, ma del quale non viene sufficientemente chiarita, almeno per quanto mi riguarda, la ragione profonda della realizzazione.
Perché è stato fatto? Che cosa rappresenta davvero per il suo autore, oltre alla funzione che assume nella trama?
A un certo punto, la confusione tra ossa e tessere potrebbe persino indurre parte del pubblico a immaginare qualcosa di molto più inquietante: e se quel mosaico fosse composto dai resti di un numero enorme di vittime?
Sarebbe stata un’intuizione favolosa, almeno dal punto di vista dell’orrore. Un assassino che lavora soltanto con le ossa, un’opera gigantesca costruita attraverso delitti rimasti sconosciuti, una testimonianza materiale di atrocità molto più vaste di quelle inizialmente ipotizzate.
Naturalmente, a quel punto, sarebbe stato interessante vedere chi avrebbe avuto il coraggio di mandarlo in onda su Rai 1.
Ma non è necessario arrivare a simili estremi per rendersi conto che il mosaico possiede un potenziale simbolico superiore a quello che la messinscena riesce a sfruttare.
Come per la disposizione dei cadaveri e per la carta della mutilazione, il problema non è l’assenza di idee, ma la difficoltà di concedere alle idee migliori il tempo necessario per diventare memorabili.
Tutti possono morire. Purché nessuno si faccia male
Arriviamo alla conclusione.
Dopo una lunga sequenza di tensione nella quale sembra davvero che chiunque possa perdere la vita, con poliziotti che affrontano situazioni pericolosissime mostrando una curiosa disaffezione per l’utilizzo dei giubbotti antiproiettile, la serie decide improvvisamente di accompagnarci verso un rassicurante lieto fine.
Un nome dal sapore decisamente anni Novanta per la nascitura, un bouquet lanciato nell’aria e la sensazione che qualcuno abbia cambiato canale passando dal thriller psicologico alla commedia sentimentale.
Non ho nulla contro i lieti fini.
Anzi, dopo tanto dolore, un momento di serenità può avere una forza straordinaria, soprattutto se conquistato attraverso sacrifici, perdite e trasformazioni.
Ma qui la distensione arriva con una rapidità tale da far sembrare le tensioni precedenti quasi un malinteso.
Abbiamo temuto per la vita dei personaggi, attraversato delitti, traumi, minacce e rivelazioni, e improvvisamente eccoci a preoccuparci dei nomi dei bambini e delle prossime nozze.
Manca soltanto qualcuno che chieda se sia avanzata una fetta di torta.
Il problema è ancora una volta quello delle conseguenze: la sceneggiatura sembra desiderare tutta l’intensità del pericolo senza volerne sopportare fino in fondo il peso.
L’ex, il passato e quella frase che dimostra il contrario
Infine, il rapporto di Teresa con il suo ex.
Una vicenda caricata di tensione, riferimenti e turbamenti, attorno alla quale viene costruita una considerevole quantità di aspettative emotive, fino alla dichiarazione della protagonista: quell’uomo, per lei, non rappresenta più nulla.
Ecco, quando qualcuno sente il bisogno di affermare con tanta decisione che un’altra persona non rappresenta più nulla, generalmente si può cominciare a sospettare il contrario.
Ma anche questa sarebbe una chiave psicologica interessante, se la serie decidesse di esplorarla.
Teresa potrebbe mentire a sé stessa, nascondere sotto la propria freddezza un sentimento ancora irrisolto, oppure tentare disperatamente di negare il potere che il passato continua a esercitare su di lei.
Tutte possibilità legittime.
Quello che convince meno è costruire un simile movimento emotivo per poi archiviarlo con una frase che sembra voler chiudere la questione più che affrontarla.
Ancora una volta, un nodo viene dichiarato sciolto senza che abbiamo davvero visto le mani impegnate a districarlo.
Il delitto perfetto: uccidere le conseguenze
Alla fine, ciò che mi lascia perplesso di questa stagione di Teresa Battaglia non è la mancanza di materiale interessante. Al contrario, le intuizioni ci sono, alcune persino notevoli, e l’universo narrativo possiede una densità psicologica che avrebbe potuto produrre risultati di grande intensità.
È proprio questa abbondanza a rendere più evidente il limite dell’adattamento.
La storia sembra continuamente sul punto di diventare qualcosa di diverso, più oscuro, più doloroso, più coraggioso, per poi ritirarsi verso territori familiari, quasi temesse di perdere il pubblico lungo il cammino.
I personaggi si avvicinano al cambiamento, ma raramente lo attraversano. I misteri promettono rivelazioni sconvolgenti, ma troppo spesso si accontentano di essere spiegati. Le relazioni occupano spazio senza sempre produrre autentiche trasformazioni. Il pericolo incombe, ma il lieto fine si incarica di rassicurare tutti con una puntualità quasi amministrativa.
E Teresa resta Teresa.
Il che, ripeto, potrebbe essere magnifico.
Purché fosse una scelta raccontata fino in fondo e non il risultato della paura di modificare un personaggio che funziona.
Recupererò le due serie precedenti e ne scriverò le recensioni, anche per capire quanto di questa immobilità appartenga alla costruzione complessiva della protagonista e quanto, invece, alle scelte narrative della stagione appena conclusa. Mi auguro inoltre che i romanzi di Ilaria Tuti restituiscano alle immagini, ai simboli e ai rapporti umani quella profondità che sullo schermo, in diversi momenti, ho sentito mancare.
Perché Teresa Battaglia merita certamente di continuare a vivere nelle proprie storie.
Ma vivere, almeno nella narrativa, dovrebbe significare anche correre il rischio di cambiare.
Altrimenti il vero mistero non è più chi abbia commesso gli omicidi, ma come faccia una protagonista ad attraversare tanti eventi senza lasciarsi modificare da nessuno di essi.
E, in fondo, Topolino almeno ha una scusa: deve essere sempre pronto per la prossima avventura.
Teresa Battaglia, invece, avrebbe tutto il diritto di invecchiare, sbagliare, cambiare idea, innamorarsi, ammalarsi davvero, diventare persino insopportabile.
Insomma, di essere umana.
Anche a costo di perdere qualche spettatore.
Magari, chissà, ne guadagnerebbe altri.