di Sergio Pettinelli

Un libro di poesie non è solo una raccolta di versi. Nel caso di Yuleisy Cruz Lezcano, l’opera trae forza non soltanto dalla tematica – la violenza sulle donne, purtroppo una realtà comune – ma soprattutto dall’originalità e complessità del linguaggio. Questo stile innovativo è l’unico in grado di attraversare il trauma, creando una stratificazione sensoriale unica.

La sensibilità dell’autrice mette il lettore di fronte all’estetica del dolore, motore primario dell’opera. Il dolore si manifesta attraverso una spiccata espressione letteraria del corporeo e del sinestetico. Il senso poetico va oltre la descrizione del trauma: lo incarna. Le ferite, che non sono solo fisiche o psicologiche, diventano oggetti concreti, trasformandosi in metafore potenti tramite un’inversione ossimorica.

Esempi lampanti sono: “l’occhio pesto”, “la mandibola imbalsamata per trattenere le urla”, “il cuore disidratato”, e “il corpo disertato”. Queste assolute fisicità estreme conferiscono al dolore una brutalità evidente, che costringe il lettore alla solidarietà etica, impedendogli contemporaneamente di distogliere lo sguardo. L’impatto emotivo si trasferisce così a un livello superiore di empatia e diventa la forza motrice della metamorfosi.

Un altro elemento cruciale è la dissociazione e il parallelismo. La protagonista dichiara di vivere “… una vita che non è la mia per fingermi un essere morto”. Questo sdoppiamento crea una tensione lirica tra la carne che subisce e l’anima che osserva, elevando la narrazione da cronaca a esperienza metafisica.

La lettura rivela anche un’emotività sociale. Oltre al trauma personale, la sensibilità dell’autrice si estende a realtà come lo stupro a Caivano, la condizione della sposa bambina e la miseria umana. La poetessa non usa queste storie come sfondo, ma le integra nel proprio mondo, rendendo il dolore un’esperienza collettiva e universale.

Analizzando il suo stile, si nota una tensione barocca, un chiaro esempio di barocco americano rivisitato e attualizzato. È uno stile caratterizzato da una continua tensione, quasi indifferenziata, tra il sublime e l’abietto. Non mancano metafore estreme e grottesche, poiché lo stile si nutre di immagini violente e inusuali che rompono la tradizione lirica.

Il testo richiede attenta osservazione, presentando immagini forti come: “… scarafaggi giganti ti mangiavano, ti mangiavano il corpo come…”, “… borsa di pesci dal nauseabondo odore”, o ancora “… il perdono come patto che accompagna il carnefice fino all’inferno”. Queste immagini, analoghe al Bodegon barocco, sono necessarie per rappresentare un senso di totale profanazione.

Passando alla tecnica espositiva, la sintassi è spesso frammentata, interrotta, e a tratti vertiginosa. La punteggiatura, in particolare l’uso delle virgole, è volutamente fuori posto. Gli enjambement estremi, come su “corpo profanato”, costringono il lettore a una pausa, a sentire una disgiunzione che riflette la frantumazione del Sé. La parola non è trasparente ma oscura e libera, forzando un’interpretazione che supera il significato letterario. Da questa opposizione si sviluppa una dialettica di luce e ombra.

L’opera è strutturata su forti contrasti: “… Gabbiano alto sul mare” contro “… melma impura”, oppure “… l’innocenza di un tempo” contro “… pagina suicida del presente”. Questi opposti creano una dinamica visiva ed emotiva potente, tipica del barocco, ma usata qui per navigare il conflitto interiore.

Nonostante i temi trattati, l’intero corpus mantiene un’aura poetica, passando dal canto funebre alla rigenerazione. La traccia poetica si muove lungo un arco narrativo che va dalla morte simbolica alla ricerca di una forma di vita superiore. La poesia è l’“urlo rosso” che emerge dal “silenzio da urlo”. Il fatto che l’autrice insista sul non essere ascoltata – “urlo senza ascolto”, “il mio no”, “l’unica prova”, “nullità umiliata” – rende l’atto di scrivere stesso un atto di resistenza, una morfologia data al trauma per costringere il mondo ad ascoltare.

La potenza risiede nella radice e nell’innocenza, che segnano la via d’uscita: il ritorno alla “terra anfibia”. La richiesta è di non “spegnere le mie radici”, ma di usarle “in un terreno abbandonato” per “darmi vita in un’altra vita”. Questo non è un atto di regressione, ma un processo alchemico di trasformazione. La radice, anche se calpestata, è l’humus per la rigenerazione.

È in questo percorso che, colpendo la “farfalla del pettirosso”, si verifica la metamorfosi con modelli di sopravvivenza: la vittima deve passare per la condizione di verme, poi a bozzolo, per riconquistare il volo e la libertà. La poesia non si chiude con l’odio, ma con la necessità di vedere il mondo, non nella foglia autunnale che cade, ma nella “cotiledone”, che diviene la promessa di una nuova Genesi.

“Un’altra voce sarà la paura” è un’opera di grande valore letterario per la sua capacità di utilizzare uno stile complesso, ardito, quasi d’avanguardia (con echi barocchi che suonano surrealisti) al fine di affrontare temi attuali, tragici e strazianti. La forza estetica di questa opera risiede nell’onestà brutale con cui disseziona il dolore. In questo modo, Yuleisy Cruz Lezcano trasforma il linguaggio in un atto di sopravvivenza e in una severa e coraggiosa affermazione esistenziale.