
di Francesco Cristiano Bignotti
“Le usate strade
– folli i miei passi come d’un automa –
che una volta d’incanto si muovevano
con la mia corsa,
ora più svolgersi non sanno in grazie
piene di tempo
svelando, a ogni mio umore rimutate,
i segni vani che le fanno vive
se ci misurano.”
(Gisueppe Ungaretti, da Folli i miei passi, in il Dolore, sezione Roma Occupata 1943-1944)
Una città. Delle strade. Lo spazio urbano. Ungaretti, con i suoi versi che formano un periodo sintattico complesso e paratattico — e che si riferiscono a un periodo storico estremamente complicato — ci apre una prospettiva profonda. Ci permette di percorrere una direzione di pensiero che nella contemporaneità sembra passare inosservata nel parlare comune. Si tratta di una direzione che, se intrapresa, ci permette di riflettere filosoficamente su qualcosa che agisce e modella le nostre vite continuamente, giorno per giorno: la città.
Il tessuto urbano, con i suoi interstizi e i suoi vuoti, la sua fitta alternanza tra spazi aperti e chiusi, più della natura è la cornice in cui ci muoviamo ed in cui viviamo. È quello che più ci influenza. Facciamo esperienza nella città e della città, e la città fa esperienza di noi. È un’interazione continua, un flusso esperienziale che si va formando istante per istante, spazio per spazio. Per tentare di capire a fondo questa tesi bisogna considerare la città in modo differente: la città è un organismo. La città non è qualcosa di morto, ma qualcosa di vivo. Agisce. Come tutti gli organismi, che vivono e quindi agiscono modificando i contesti e venendone modificati a loro volta, è in continua trasformazione e in continua relazione trasformativa con gli altri organismi che la popolano.
Pensiamoci bene: la relazione che si instaura tra le persone e le città-organismo è profondissima. Direi che è una relazione modificante, creativa. Serena Vicari Haddock, in La città contemporanea (Il Mulino, 2004), già considerava «la città come luogo privilegiato di interazione e comunicazione che vede accrescere, e non diminuire, la sua importanza»; figuriamoci oggi che, dopo altri vent’anni di inurbamento mondiale, la popolazione residente nelle città è ai massimi storici rispetto a quella presente nelle campagne. Nonostante i social media. I versi di Ungaretti, sfruttando a mio avviso un immaginario spaziale poetico potentissimo, ci sbattono addosso proprio questo, dicendoci: le strade mi hanno formato ed io ho formato loro!
Tra le “usate strade” di Roma ed il poeta emerge un rapporto che definirei di scambio esistenziale. Ed è quello che accade a tutti noi, anche se non ce ne accorgiamo. Potremmo dire che l’esistenza viene proiettata negli e sugli spazi. Gli spazi a loro volta proiettano la loro esistenza su quella delle persone. In questo gioco di proiezioni l’esistenza umana modella gli spazi e viceversa. È un modellarsi tra esistenze, seppure con modalità differenti. Quando il passare su queste strade diventa folle, cioè non più corrispondente a questa logica trasformativa, diventa il passo di un automa. L’assenza di scambio emozionale produce il passo di un’entità priva della capacità di agire secondo il proprio umore e le proprie emozioni, cioè priva di un agire guidato dal proprio sentire profondo. Il ritmo vitale si contrappone al ritmo robotico, come il creativo si oppone al ripetitivo. È lo straniamento dell’automa ed è qui che cade tutto. Tutto si rompe. Il rapporto organico si spezza e c’è la morte, proprio quella che Ungaretti sentiva durante l’occupazione di Roma, amplificata da quella familiare, che aleggia nelle liriche che compongono la raccolta Il dolore 1937-1946.
È l’incanto — dice il poeta — il motore del muoversi degli spazi, delle relazioni esistenziali di cui abbiamo parlato. Come la meraviglia che fa nascere la filosofia. E allora mi piace pensare lo spazio urbano come un “campo creativo”, teorizzato dal geografo economico ed urbano Allen J. Scott, il quale riteneva che la creatività non fosse una dote magica o isolata, ma il prodotto di un ecosistema in cui una fitta rete di relazioni e nodi interconnessi funziona come un vero e proprio organismo.