
di Francesco Cristiano Bignotti
Sotto gli alberi spogli del viale
degli svaghi offri invano il suo zampillo.
Ma è venuta l’estate, altro le accade.
È cara a tutti, al vecchio curvo come
al giovane che il suo corpo modella
nel segno sotto cui nacque, severo.
Il passante che segue di un pensiero
arido i fili e la scopre, devia
verso una gioia pronta e gratuita.
Offre un sorso di vita ad ogni vita,
che in sé grata l’accoglie, poi l’oblia,
per proseguire ignara al suo destino.
(Umberto Saba, Fontanella, 1935)
Un bagno di fresco realismo all’interno dell’arida e straniante quotidiana frenesia che ci accompagna. Un sorso di lentezza nell’iper-velocità che si vive, oggi, attraversando la foga delle nostre città. Un ricco eremo di passaggio nelle steppa urbana. Con un discorso che scivola via piano e aggraziato, senza grosse figure retoriche, senza ostentare la sua innata delicatezza, Umberto Saba mi lascia così l’idea di queste immagini, nate spontaneamente durante la lettura dei suoi versi. Era solo il 1935 quando veniva scritta “Fontanella”, inserita nella raccolta “Ultime cose”. Con il suo testo che scorrere limpido e piano, mi fa sentire direttamente gettato all’interno di una riflessione profonda che è rappresentata proprio da quelle immagini, segni di dualità, che sopra ho provato a rappresentare.
Sento che ci muoviamo all’interno di una dicotomia, di una serie di dualità che caratterizzano la processualità della vita nel suo formarsi. Capita infatti molto spesso di accostarsi ai medesimi oggetti, alle medesime persone o eventi in modo assai differente a seconda, ad esempio, dell’utilità che in quel momento possono rappresentare per noi, oppure del loro valore fugace o anche del senso e del significato che ci rimandano nell’istante e nello spazio che stiamo vivendo. Si può passare così dall’indifferenza totale all’interesse più sfrenato. Come ci fa pensare il poeta triestino, usando quella che mi piace definire un’anafora-distante costruita con il verbo “offrire”, si può addirittura passare dall’essere-vano all’essere-vitale. Il cuore della mia riflessione è che il continuo della vita si dipana tra doppi e dualità che ne rappresentano esattamente la sua propria dialettica.
A ben pensarci, inoltre, questa è anche la dialettica della natura: fare e disfare, sorgere e tramontare, pieno e vuoto, asciutto e bagnato, andare e restare. Pensiamoci bene. Giorno e notte, amore e odio, bello e brutto. E così in avanti. Scorrono queste dualità e si ripropongono sempre uguali a loro stesse eppure mai identiche. Scorrono e formano il reale. Non è così, forse, che nella sua linearità scostante scorre la vita stessa? Nel presente che si fa, di volta in volta, addensatore di peculiarità, di marginalità, di originalità e di diversità, nella continua concatenazione duale, rintracciamo concretamente quanto abbiamo. Il presente, l’attimo vissuto, diventa un il risultato che condensa tutto ciò. È proprio all’interno di questo groviglio che, attraverso la vita, camminiamo su un manto duale, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto.
Una semplice fontanella, con il suo zampillare costante ci dimostra proprio questo: durante la stagione invernale non è degna di considerazione, ma in estate, quando le alte temperature muovono una maggiore arsura, diventa “cara a tutti […], una gioia pronta e gratuita” offrendo un “sorso di vita ad ogni vita” per poi tornare comunque nel suo candido oblio. Tanto profondamente ignorata quanto profondamente agognata. Ecco la dualità che si concretizza nella durezza del reale, che ci sbatte contro inesorabile, che ci disegna la radicalità dell’essere delle cose e degli eventi. Questo però non può che farmi pensare a tantissime altre situazioni in cui il trattamento riservato ad una fontanella viene esteso anche ad altri ambiti con conseguenze ben più importanti. Quest’analisi, che in queste poche righe vuole rappresentare soprattutto uno stimolo alla riflessione, può avere una ricaduta intima nel nostro agire quotidiano, proprio se teniamo presente la dualità essenziale dell’oggetto che ci si pone di volta in volta di fronte. E questo sia nel bene, che nel male. É così, ma può essere anche l’opposto di ciò che è. Nessuna indifferenza può, in ultima analisi, essere radicale e definitiva, perché il senso più vero della dualità è che i due opposti che la formano non sono in contrasto tra di loro ma sono invece complementari ed indispensabili scambievolmente: esistono allo stesso tempo e la loro unione forma l’essere-così-com’è del reale, rendendolo completo.