di Francesco Cristiano Bignotti
I gesti rituali, simili ad una liturgia, che accompagnavano la fruizione della musica e che ce la facevano vivere come qualcosa di concreto, come qualcosa da metabolizzare nella sua intera complessità, sono oggi una specie in via d’estinzione. Dobbiamo riconoscerlo apertamente e senza nasconderci. L’immateriale, la musica, si faceva presenza visibile e tangibile, era un sentire totale! Ora che le piattaforme digitali affermano tutto il loro aggressivo predominio, la fruizione della musica, cos’è diventata? Un click senz’anima e senza forma. Non c’è più attesa, non c’è più senso della scoperta, non c’è più l’uso ma solo il passaggio.
La routine dello spacchettamento di un disco, di una musicassetta o di un compact disc, l’odore di quei materiali – penso immediatamente alla fragranza della carta lucida stampata che compone i preziosi libretti che contengono i testi delle canzoni e le immagini degli artisti – era una parte di ciò che definisco “l’uso della musica”. Molto più di un gesto ripetuto, più e più volte, ma un’esperienza totale, diretta, immediata, senza l’intromissione di alcun filtro categoriale intellettuale. La musica era usata nella sua totale e completa complessità vitale. Usare la musica era un atto emozionale totale, sulla scia di quegli atti che Nicolai Hartmann ben poneva a base della sua metafisica ed ontologia negli anni Trenta del Novecento. L’uso della musica come esperienza diretta era tutta lì dentro, non altrove nell’etere dei cloud digitali, era dentro quella piccola scatola di plastica, quella custodia di cartone che conteneva, e che in realtà contiene ancora, pezzi di vita da vivere, vissuta, vivente.
La fruizione della musica negli ultimi quarant’anni ha subito delle modifiche profonde e per certi versi quasi irreversibili. Perché dico quasi? Beh, perché assistiamo spesso, ultimamente, a dei revival vintage che poi si impongono come ritrovata abitudine, come quella che riguarda i dischi in vinile – tornati ora di moda – che in qualche modo riporta a quell’uso di cui parlo, ma senza quella genuinità originaria ed originale del secondo dopo guerra. Si tratta dunque solo di un surrogato di esperienza.
Lo spazio ed il tempo che caratterizzavano l’uso della musica, il suo consumo e la sua assimilazione sono in sostanza scomparsi. Ora si può accedere in pochi secondi a qualsiasi brano, anche se non lo si conosce, anche se non si ha la minima idea della sua esistenza. La musica, per usarla, bisognava cercarla. Bisognava scovarla nei negozietti, aspettarla pazientemente, scoprirla pian piano nello scorrere di un nastro nero, magari utilizzare una matita per tornare indietro o andare avanti, senza salti improvvisi privi di personalità. Traccia dopo traccia con il suo tempo, in una presenza continua. Non c’erano scorciatoie, non era un mordi e fuggi distratto. L’uso della musica era presenza, non una assenza per coprire un silenzio di sottofondo.
Mi sento allora di dire che quei gesti quasi liturgici, quell’uso della musica ormai desueto, rappresentano la misura della cura di quello spazio di libertà e di quel tempo vitale che è la fruizione esperienziale della musica, che si va oggi perdendo.