«VENNE TRA I SUOI E I SUOI NON L’HANNO ACCOLTO»  (Prima parte )

VISIONI

«VENNE TRA I SUOI E I SUOI NON L’HANNO ACCOLTO»  (Prima parte )

di  Valter Marcone

 

Il Natale, la festa più importante insieme alla Pasqua nella religione cattolica, preceduto da un tempo forte come l’Avvento, simile a quello della Quaresima, ha in ogni tempo suscitato sentimenti ed emozioni che sono giunte fino a noi intatte e ogni anno si rinnovano  nella vita di ognuno e nella vita della comunità dei fedeli. Il Natale è il giorno in cui si ricorda la nascita di un bambino, venuto al mondo, da una madre vergine, incarnatosi ad opera dello Spirito Santo, figlio di Dio. Un Dio che dopo il patto stabilito con il suo popolo (rappresentato da Israele: “Ascolta Israele”) in cambio delle fedeltà adempie alla sua promessa, mandare il suo unico Figlio per compiere un destino di redenzione. Il Natale apre le porte alla realizzazione del progetto di salvezza da sempre voluto dal Padre. Voluto soprattutto dopo la cacciata della sua creatura, l’uomo, fatta a sua immagine e somiglianza, dall’Eden per aver disubbidito ad un precetto: quello di non violare l’albero della conoscenza, mangiandone i frutti, la mela.  L’uomo, seppure a conoscenza di questo precetto ha scelto di compiere un altro destino sulla terra quello del libero arbitrio non tanto in contrasto con il suo Creatore, quanto in adempimento della sua natura quella di seguir “vertute e conoscenza” come dice Dante Alighieri in ben altro contesto. Dunque un percorrere le strade della Terra con questo privilegio senza dimenticare la rinuncia che questo destino ha preteso.

La storia dunque della salvezza inizia con questo giorno santo.: il Natale. “Venne tra i suoi e i suoi non l’hanno accolto”   (    ) è il grido  che il prologo del Vangelo di Giovanni  di  secolo in secolo si fa udire ancora oggi. La nascita di quell’Uomo grida ancora di più   perché e la nascita di un “bambino” al freddo e al gelo di una grotta di Betlemme. Un bimbo deposto dalla madre nella mangiatoia di una stalla, affidato ad un bue e ad un asino per sentire il primo calore del mondo     in cui era venuto a dare compimento ad un patto. Tra un Dio misericordioso e la sua creatura: l’uomo.  Esposto all’adorazione di pastori e contadini , sotto le sembianze umane il suo Figlio prediletto  nel quale si era compiaciuto fin dall’inizio del tempo . ha iniziato il suo cammino terreno che lo avrebbe portato sul legno della croce come  estremo sacrificio in riscatto  dello stesso uomo .

(    ) Sir 24,1-4.12-16; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18)

Scrive Giuseppe Licciardi: “Il Prologo di Giovanni inizia in maniera grandiosa, rivelandoci la natura profonda di questo Bambino, chiamandolo Verbo che proviene da Dio ed egli stesso Dio. Ci descrive il suo ruolo nell’opera della creazione, affermando con chiarezza che tutto è stato fatto per mezzo di Lui e tutto è finalizzato a Lui. Al principio della creazione, che si ricollega col libro della Genesi, segue il nuovo principio della Redenzione, che parte dal momento in cui Maria dona la sua piena disponibilità all’agire sovrano e misericordioso di Dio, per cui Il Verbo eterno comincia ad abitare nella dimora santa ed immacolata, che è il grembo di Maria, per essere immerso nel grembo dell’umanità segnata dal peccato e da un tendenziale stato di sepazione-avversione nei confronti di Dio. Il Verbo-Gesù è il Germoglio, l’innesto santo che viene a ridare nuova vita all’umanità ed a renderla popolo santo gradito a Dio. Ma come era avvenuto all’inizio, l’agire misericordioso di Dio da solo non basta a salvare l’umanità, se non c’è una risposta positiva da parte della stessa umanità, che accoglie la salvezza.

 

            E della risposta dell’umanità ci da notizia lo stesso Prologo di Giovanni, quando ci descrive la lotta tra la luce e le tenebre, che si rifiutano di accogliere la luce, preferendo di restare al buio. Oppure, quando aggiunge che il mondo, opera delle sue mani, non lo ha nemmeno riconosciuto. Addirittura leggiamo quella espressione piena di amarezza e di delusione che racconta l’impatto tra Colui che Dio ha mandato ed il suo popolo: «egli venne tra i suoi, ma i suoi non lo hanno accolto». Non lo hanno accolto gli abitanti di Betlemme, il paese di origine di Giuseppe, dove dovevano abitare alcuni dei suoi parenti. Non lo hanno accolto gli abitanti di Gerusalemme, insieme con i capi del popolo, che rimangono sconvolti alla notizia che è nato il re dei Giudei. Non lo ha accolto il Re Erode, il quale anzi vede subito in questo Bambino sconosciuto un rivale, uno che minaccia il suo trono. Non lo hanno accolto i sacerdoti e i leviti del tempio, che pure ufficialmente annunciavano la sua venuta, e nemmeno gli scribi e i dottori della Legge, pur essendo riusciti ad individuare il luogo della sua nascita, e quindi che ormai il tempo dato dai profeti si era compiuto. Dicono di attendere il Messia promesso da Dio, ma quando viene non lo riconoscono e lo rifiutano.”

Ad accoglierlo sono i pastori e poi a cercarlo i Magi. Lo hanno accolto gli esclusi e al tempo stesso i Magi,  cercatori della verità, sognatori di un mondo nuovo inabitato dalla giustizia e dalla pace. E la storia di questa accoglienza è la storia della salvezza. La nascita di Gesù è il punto focale culminante della “Storia della Salvezza”. La sua nascita a Betlemme non è un fatto che si possa relegare al passato, ma davanti a lui si pone l’intera storia dell’umanità, cioè il nostro passato, il nostro oggi, il nostro futuro.

Dunque la domanda del Battista risuona anch’essa nei secoli: “Sei tu Colui che deve venire o ne aspetteremo un Altro?” È la grande domanda della vita. In fondo è anche la domanda della nostra vita. Una domanda che molti si sono fatti, si fanno e si faranno.  Questo incontro dunque viene in qualche modo rappresentato da ciascuno di noi in diversi modi.

Alcuni tra i più grandi maestri della letteratura ma anche monaci, religiosi, filosofi  hanno sentito il bisogno, ognuno secondo le proprie inclinazioni, di confrontarsi con il tema del Natale. Della nascita di Gesù parlano molti Autori nelle fonti classiche, nella Bibbia (Isaia, Michea, i Salmi) e nel Nuovo Testamento in Luca e Matteo. Anche alcuni scrittori pagani come Flavio Giuseppe, Plinio il Giovane, Tacito, Svetonio.  Oltre ai vangeli canonici l’evento ricorre negli apocrifi come il Protovangelo di Giacomo e il Vangelo dello Pseudo-Matteo. A loro si devono aggiungere I Padri della Chiesa, santi, beati, papi e monaci tra cui , per esempio, S. Ireneo di Lione del II secolo d.C.,  Efrem il Siro,  Romano il Melòde,  San Leone Magno  e S. Agostino , con i  monaci cistercensi Guerrico d’Igny e Aelredo di Rievaulx dei secoli XI-XII. L’Inno alla Theotokos, universalmente conosciuto come kontakion Akatisthos è un inno liturgico, forse del secolo V, da cantare “in piedi” (a-kathistos che in greco significa “non-seduti”), che è stato e resta il modello di molte composizioni innografiche e litaniche, antiche e recenti.

In poesia il tema del Natale è ricorrente dai tempi antichi ai giorni nostri. San Francesco di Assisi canta il Natale preparando il presepe, e Sant’Alfonso Maria de’ Liguori compone l’inno Tu scendi dalle stelle.

Sulla natività scrivono nel secolo XIII Jacopo Varazze e Jacopone da Todi, Vittoria Colonna nel XV e Lope de Vega nel XVI, e nel secolo XVIII Heine, Manzoni e Belli. E ancora i molti poeti dell’Ottocento   da Gautier a Stevenson, da Pascoli a Di Giacomo, a Wilde e Gandhi.  Oltre a D’Annunzio, Yeats, Rostand, Madre Teresa e Rimbaud, Pirandello, Jimenez, Gozzano e Saba, Ungaretti e Pound, Pessoa, Pasternak, Christie, Brecht e Neruda, Quasimodo, Eduardo, Lorca e Giovanni Paolo II. E ancora Charles Dickens, Giovanni Papini, Hegel, Mauriac, Ernest Renan, Louis Monloubou, Edouard Schuré.

Un lungo elenco che avrebbe bisogno della trascrizione e del commento delle singole opere per meglio decifrane la cifra non solo significativa ma vitale di certe poetiche che non è possibile in questo contesto in cui si vuole dare soltanto un’idea della grande presenza della Natività nella storia della narrativa e nella vita di molti letterati.

Per non parlare di opere teatrali e di opere pittoriche che aumentano lo sterminato elenco di cui abbiamo rappresentato la vastità e che  ricordano sempre l’atmosfera di un evento  decisivo nella vita dei singoli e delle comunità. Fra le opere teatrali ricordiamo La nascita di Cristo una rappresentazione sacra poco conosciuta di Lope de Vega, e le parole che Shakespeare scrive nell’Amleto.

Ogni paese poi ha i   cantori di questo evento.  Per esempio, tra gli scrittori americani si ricorda il Natale delle piccole donne della Alcott, il giovane Holden di Salinger che non vuole i soldi dei regali di Natale e “l’amore che è il potere più duraturo che vi sia al mondo” di Martin Luther King.

Ma qui vogliamo appena ricordare alcune di queste opere. Comincio  con Umberto Saba (1883-1957) che trasfonde  nel componimento “A Gesù Bambino” appunto l’atmosfera del Natale : “La notte è scesa/ e brilla la cometa/  che ha segnato il cammino./ Sono davanti a Te, Santo Bambino!// Tu, Re dell’universo,/ ci hai insegnato/ che tutte le creature sono uguali,/ che le distingue solo la bontà,/ tesoro immenso,/ dato al povero e al ricco.// Gesù, fa’ ch’io sia buono,/ che in cuore non abbia che dolcezza./ Fa’ che il tuo dono/ s’accresca in me ogni giorno/ e intorno lo diffonda,/ nel Tuo nome». Gesù è qui il  Re dell’universo, un dono fondamentale per ciascuno di noi..

Di Arthur Rimbaud (1854-1891) nella sua opera Una stagione all’inferno leggiamo “Natale sulla Terra”  che dice : “Dallo stesso deserto,/ nella stessa notte,/ sempre i miei occhi stanchi si destano/ alla stella d’argento,/ sempre,/ senza che si commuovano i Re della vita,/ i tre magi, cuore, anima, spirito. Quando/ ce ne andremo di là/ dalle rive e dai monti,/ a salutare la nascita del nuovo lavoro,/ la saggezza nuova, la fuga dei tiranni e dei demoni,/ la fine della superstizione,/ ad adorare – per primi! – Natale sulla terra!”.Rimbaud di ì a poco avrebbe abbandonato ogni cosa per compiere un viaggio durato il resto delloa vita alla ricerca proprio della saggezza sulla Terra che rende nuove  tutte le cose.

Ci limitiamo per terminare questa prima parte a ricordare il Natale di Alessandro Manzoni, mentre nella seconda parte  trascriveremo alcune composizioni  secondo un percorso storico che seppure  essenziale esprime  momenti saliente della riflessione e della emozione umana su questo avvenimento della Natività.

Alessandro Manzoni compone questo Inno  nel corso dell’estate 1813, terzo dopo La Risurrezione e Il Nome di Maria; se si esclude la Pentecoste, è quello la cui elaborazione impegna il maggior numero di pagine.L’uomo è paragonato ad un  masso caduto dalla cima di un monte che giace al fondo di una valle: mai potrà tornare nella sua posizione primigenia  senza un intervento  esterno . Ciò avviene solo per il dono di un “pargolo” che  rappresenta il suggello di  un patto  in cui il Padre offre  l’olocausto del suo unico figlio generato da sempre in riscatto dell’uomo. Un Dio che si è degnato di farsi uomo  e che è dono della grazia  alla creazione della divinità, immensamente pietosa, considerato che in lei è il perdono ad avere la meglio (7-8). Segue il ricordo della storia della salvezza, dalla nascita da una vergine  nella grotta di Betlemme al legno della croce .

Il Natale

Qual masso che dal vertice
di lunga erta montana,
abbandonato all’impeto
di rumorosa frana,
per lo scheggiato calle
precipitando a valle,
barre sul fondo e sta;

là dove cadde, immobile
giace in sua lenta mole;
né, per mutar di secoli,
fia che riveda il sole
della sua cima antica,
se una virtude amica
in alto nol trarrà:

tal si giaceva il misero
figliol del fallo primo,
dal dì che un’ineffabile
ira promessa all’imo
d’ogni malor gravollo,
donde il superbo collo
più non potea levar.

Qual mai tra i nati all’odio,
quale era mai persona
che al Santo inaccessibile
potesse dir: perdona?
far novo patto eterno?
al vincitore inferno
la preda sua strappar?

Ecco ci è nato un Pargolo,
ci fu largito un Figlio:
le avverse forze tremano
al mover del suo ciglio:
all’ uom la mano Ei porge,
che sì ravviva, e sorge
oltre l’antico onor.

Dalle magioni eteree
sgorga una fonte, e scende,
e nel borron de’ triboli
vivida si distende:
stillano mele i tronchi
dove copriano i bronchi,
ivi germoglia il fior.

O Figlio, o Tu cui genera
l’Eterno, eterno seco;
qual ti può dir de’ secoli:
Tu cominciasti meco?
Tu sei: del vasto empiro
non ti comprende il giro:
la tua parola il fe’.

E Tu degnasti assumere
questa creata argilla?
qual merto suo, qual grazia
a tanto onor sortilla
se in suo consiglio ascoso
vince il perdon, pietoso
immensamente Egli è.

Oggi Egli è nato: ad Efrata,
vaticinato ostello,
ascese un’alma Vergine,
la gloria d’lsraello,
grave di tal portato
da cui promise è nato,
donde era atteso usci.

La mira Madre in poveri
panni il Figliol compose,
e nell’umil presepio
soavemente il pose;
e l’adorò: beata!
innazi al Dio prostrata,
che il puro sen le aprì.

L’Angel del cielo, agli uomini
nunzio di tanta sorte,
non de’ potenti volgesi
alle vegliate porte;
ma tra i pastor devoti,
al duro mondo ignoti,
subito in luce appar.

E intorno a lui per l’ampia
notte calati a stuolo,
mille celesti strinsero
il fiammeggiante volo;
e accesi in dolce zelo,
come si canta in cielo
A Dio gloria cantar.

L’allegro inno seguirono,
tornando al firmamento:
tra le varcare nuvole
allontanossi, e lento
il suon sacrato ascese,
fin che più nulla intese
la compagnia fedel.

Senza indugiar, cercarono
l’albergo poveretto
que’ fortunati, e videro,
siccome a lor fu detto
videro in panni avvolto,
in un presepe accolto,
vagire il Re del Ciel.

Dormi, o Fanciul; non piangere;
dormi, o Fanciul celeste:
sovra il tuo capo stridere
non osin le tempeste,
use sull’empia terra,
come cavalli in guerra,
correr davanti a Te.

Dormi, o Celeste: i popoli
chi nato sia non sanno;
ma il dì verrà che nobile
retaggio tuo saranno;
che in quell’umil riposo,
che nella polve ascoso,
conosceranno il Re.

 

 

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