“Mi disse che il suo libro si chiamava Il libro di sabbia, perché né il libro né la sabbia hanno principio o fine. Mi invitò a cercare la prima pagina. Appoggiai la mano sinistra sul frontespizio e aprii il volume con il pollice quasi attaccato all’indice. Fu tutto inutile: tra il frontespizio e la mano c’erano sempre varie pagine. Era come se spuntassero dal libro. — Ora cerchi la fine. Fu un nuovo fallimento; riuscii a stento a balbettare con una voce che non era la mia: — Non può essere. Sempre sottovoce, il venditore di Bibbie mi disse: — Non può essere, ma è. Questo libro ha un numero di pagine esattamente infinito. Nessuna è la prima, nessuna l’ultima. Non so perché siano numerate in questo modo arbitrario. Forse per far capire che i termini di una serie infinita ammettono qualunque numero. Poi, come se pensasse a voce alta: — Se lo spazio è infinito, siamo in qualunque punto dello spazio. Se il tempo è infinito, siamo in qualunque punto del tempo. Le sue considerazioni mi irritarono.”. 

È Luis Borges ne Il libro di sabbia. Per caso una sera apre la porta ad uno sconosciuto, un venditore di Bibbie  che alla sua osservazione di possedere ormai numerosi esemplari di Bibblie in varie edizioni gli offre un libro che a sua volta ha acquistato per poche rupie.  Il protagonista del racconto , chissà lo stesso Borges , preso da un invincibile desiderio chiede di acquistare  il libro. Il prezzo richiesto è sicuramente spropositato ma egli propone una transazione: l’intero ammontare di un mese di pensione  e una copia di una raro esemplare di Bibblia una delle prime a stampa. Insomma l’uomo è andato proprio per vendergli quel libro e non  si fa ripetere due volte l’offerta. Prende la copia della Bibblia intasca il denaro  senza nemmeno contarlo e dopo  aver amabilmente conversato ancora un po’ esce e sparisce per sempre.

Il libro acquistato ha una caratteristica incredibile così riassunta nella conversazione tra l’acquirente e il venditore : “Mi disse che il suo libro si chiamava Il libro di sabbia, perché né il libro né la sabbia hanno principio o fine. Mi invitò a cercare la prima pagina. Appoggiai la mano sinistra sul frontespizio e aprii il volume con il pollice quasi attaccato all’indice. Fu tutto inutile: tra il frontespizio e la mano c’erano sempre varie pagine. Era come se spuntassero dal libro. — Ora cerchi la fine. Fu un nuovo fallimento; riuscii a stento a balbettare con una voce che non era la mia: — Non può essere. Sempre sottovoce, il venditore di Bibbie mi disse: — Non può essere, ma è. Questo libro ha un numero di pagine esattamente infinito. “

E in quelle pagine  il protagonista del racconto di Borges si perde. O meglio di quelle pagine diviene prigioniero  fino a “ rovinarsi “ . Ecco in che modo : “ Pensai di mettere Il libro di sabbia nello spazio vuoto lasciato dal Wiclif, ma alla fine decisi di nasconderlo dietro alcuni volumi scompagnati delle Mille e una notte. Andai a letto e non dormii. Alle tre o alle quattro del mattino accesi la luce. Presi il libro impossibile e iniziai a sfogliarlo. Su una pagina vidi l’incisione di una maschera. Nell’angolo in alto c’era un numero, non ricordo quale, elevato alla nona potenza. Non mostrai il mio tesoro a nessuno. Alla gioia di possederlo si aggiunse il timore che me lo rubassero, e poi il sospetto che non fosse davvero infinito. Queste due preoccupazioni aggravarono la mia vecchia misantropia. Mi restavano alcuni amici; smisi di vederli. Prigioniero del libro, quasi non mettevo piede fuori di casa. Esaminai con una lente il dorso logoro e le copertine ed esclusi la possibilità di un qualche artificio. Mi resi conto che le piccole illustrazioni si trovavano a duemila pagine una dall’altra. Le annotai pian piano in una rubrica, che non tardai a riempire. Non si ripetevano mai. Di notte, nelle rare tregue che mi concedeva l’insonnia, sognavo il libro.

Un altro personaggio famoso  della letteratura  si rovina  non proprio allo stesso modo del protagonista di Borges ; in questo caso  non abbandona i suoi amati libri ma abbandona se stessa ad un destino di morte, terribile e allo stesso tempo redentore :

“Si portava il libro anche a tavola, e voltava le pagine, mentre Charles, mangiando, le parlava. Il ricordo del visconte ritornava sempre nelle sue letture. Fra lui e i personaggi inventati ,faceva raccostamenti. Ma il cerchio di cui lui era il centro  gli si allargò intorno a poco a poco , e quella aureola che lui aveva , discostandosi dalla sua figura, si sparse più lontano , per illuminare altri sogni.

È Madame Bovary di Gustave Flaubert. Emma che coltiva i suoi sogni  romantici inesistenti attingendoli proprio a quelle letture  al di fuori delle quali non c’è niente di meglio :”Cosa c’è di meglio, infatti , che stare la sera con un libro accanto al fuoco , mentre il vento batte sui vetri, e la lampada arde?” Storie  dunque che le fanno dire “ Io adesso  invece, adoro  le storie che si seguono tutto d’un fiato, e che mettono paura. Detesto gli eroi banali  e i sentimenti tiepidi , come ce ne sono nella natura.” Storie forti perchè  “Quelle opere che non toccano il cuore, si discostano, a me sembra, dal vero fine dell’Arte. E così dolce,in mezzo ai disinganni della vita, potersi ricondurre nel pensiero  a caratteri nobili, a puri affetti e a visioni  di felicità! Per me. Che vivo qui ,lontano dal mondo , è questo il solo diletto; Ma Yonville offre così poche risorse”

A Yonville  dunque : ““Non pensiamo niente,- continuava lui,- le ore passano. Restando immobili, percorriamo paesi che ci pare di vedere, e il nostro pensiero,allacciandosi alla fantasia , si gingilla tra i particolari  o segue i meandri delle vicende. Si unisce ai personaggi , e ci sembra d’esser noi a palpitare in quelle loro spoglie.”…”Quanti buoni pomeriggi, loro due soli, all’ombra, in fondo  al giardino! Egli leggeva ad alta voce, a a testa nuda , rannicchiato su uno sgabello di rami secchi; il vento fresco della prateria soffiava nelle pagine del libro e sui nasturzi della pergola…Ah,era partito l’unico incanto della sua vita, l’unica possibile speranza di felicità!….”Ma delle sue letture succedeva la stessa cosa  che dei suoi ricami; tutte incominciate , ingombravano l’armadio ; le prendeva, le lasciava, passava ad altro.”…”Allora ricordò le eroine dei libri  che aveva letto, e le legioni liriche di quelle adultere  presero a cantare nella sua memoria  con voci di sorelle , colmandole d’incanto.”…Quanta quiete, a quel tempo  ! Come desiderava gli ineffabili  sentimenti d’amore, che, dai libri,cercava d’immaginare.”

 

Emma Bovary  rovinata dalle letture e dai sogni che quelle letture le mettevano nella testa la cui realizzazione cercava nei suoi amori. Ma non muore solo Emma Bovary per le sue letture. Muoiono anche Paolo e Francesca per un bacio ma anche per un libro

I’ cominciai: “Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri”.

Ed elli a me: “Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno”.

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: “O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!”

Dante dunque incuriosito chiede di poter parlare con loro. Sente che forse la loro pena è maggiore delle altre anime lussuriose perché è proprio l’amore che li fa più leggeri e quindi maggiormente tormentati dal vento

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.

“O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’ hai pietà del nostro mal perverso.

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense”.
Queste parole da lor ci fuor porte.

Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: “Che pense?”.

Quando rispuosi, cominciai: “Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!”.

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: “Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?”.

E quella a me: “Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante”.

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.

E caddi come corpo morto cade.

Inferno Canto V,78-141

 

Nel  quinto canto dell’Inferno dunque, il canto dedicato ai lussuriosi  Dante in un vento inarrestabile  che trascina i dannati senza dar loro tregua incontra  due spiriti che lo incuriosiscono perché  non volano separati come gli altri, ma profondamente uniti. sono Paolo Malatesta e Francesca da Rimini la cui storia era stata appresa da Dante perché accaduta  al suo tempo. Francesca, figlia di Guido da Polenta, signore di Ravenna, aveva dovuto sposare per motivi politici Gianciotto Malatesta, signore di Rimini. Una coppia non certo idilliaca ,sicuramente mala assortita visto che Gianciotto addirittura non ha un aspetto desiderabile a differenza del fratello Paolo. Francesca se ne innamora ma il marito li sorprende insieme e li uccide entrambi.

Un altro che si è rovinata la vita per i libri è sicuramente Don Chisciotte

La biblioteca di Don Chisciotte è il tema centrale del capitolo VI dell’opera di Cervantes  che appunto  esprime  per bocca del curato Pero Perez opinioni sopra alcune opere  del suo tempo . Il Capitolo VI del “Don Chisciotte” è dedicato all’incendio dei libri di cavalleria da parte del curato e del barbiere, i quali bruciano gran parte della libreria di Don Chisciotte per liberarlo dalle sue follie. Tra i libri distrutti vi sono “La Galatea” di Cervantes, “La Araucana”  e  L’Austrada e Monserrato ”

“Bisogna dunque sapere che il detto gentiluomo, nei momenti che stava senza far nulla (che erano i piú dell’anno), si dedicava a leggere i libri di cavalleria con tanta passione, con tanto gusto, che arrivò quasi a trascurare l’esercizio della caccia, nonché l’amministrazione della sua proprietà; e arrivò a tanto quella sua folle mania che vendette diverse staia di terra da semina per comprare romanzi cavallereschi da leggere, e in tal modo sene portò in casa quanti più riuscì a procurarsene, e fra tutti, non ce n’erano altri che gli piacessero quanto quelli composti dal famoso Feliciano de Silva, poiché il nitore della sua prosa e quei suoi ingarbugliati ragionamenti gli parevano una delizia, specie quando arrivava a leggere quelle dichiarazioni amorose o quelle lettere di sfida, dove in certi punti trovava scritto: «La ragione dell’irragionevole torto che alla mia ragione vien fatto, mortifica in tal modo la mia ragione, che con ragione mi dolgo della vostra bellezza». O quando leggeva: « gli alti cieli che nella vostra divinità divinamente con le stelle vi fortificano e vi fanno meritare il merito che merita la grandezza vostra».

Ecco come perdere il senno, rovinarsi per i libri :

In un paese della Mancia, di cui non voglio fare il nome, viveva or non è molto uno di quei cavalieri che tengono la lancia nella rastrelliera, un vecchio scudo, un ossuto ronzino e il levriero da caccia. […] Bisogna dunque sapere che il detto gentiluomo, nei momenti che stava senza far nulla (che erano i più dell’anno), si dedicava a leggere i libri di cavalleria con tanta passione, con tanto gusto, che arrivò quasi a trascurare l’esercizio della caccia, nonché l’amministrazione della sua proprietà; e arrivò a tanto quella sua folle mania che vendette diverse staia di terra da semina per comprare romanzi cavallereschi da leggere, e in tal modo sene portò in casa quanti più riuscì a procurarsene, e fra tutti, non ce n’erano altri che gli piacessero quanto quelli composti dal famoso Feliciano de Silva, poiché il nitore della sua prosa e quei suoi ingarbugliati ragionamenti gli parevano una delizia, specie quando arrivava a leggere quelle dichiarazioni amorose o quelle lettere di sfida, dove in certi punti trovava scritto: «La ragione dell’irragionevole torto che alla mia ragione vien fatto, mortifica in tal modo la mia ragione, che con ragione mi dolgo della vostra bellezza». O quando leggeva: « gli alti cieli che nella vostra divinità divinamente con le stelle vi fortificano e vi fanno meritare il merito che merita la grandezza vostra».

“Insomma, tanto s’immerse nelle sue letture, che passava le nottate a leggere da un crepuscolo all’altro, e le giornate dalla prima all’ultima luce; e così, dal poco dormire e il molto leggere gli s’inaridì il cervello in maniera che perdette il giudizio. La fantasia gli si empì di tutto quello che leggeva nei libri, sia d’incantamenti che di contese, battaglie, sfide, ferite, dichiarazioni, amori, tempeste ed altre impossibili assurdità; e gli si ficcò in testa a tal punto che tutta quella macchina d’immaginarie invenzioni che leggeva, fossero verità, che per lui non c’era al mondo altra storia più certa. “

E dunque il risultato

“Con questi ragionamenti il povero cavaliere perdeva il giudizio, e stava sveglio la notte per capirli e cavarne fuori un senso, dove non avrebbe saputo cavarnelo e capirci nulla nemmeno Aristotele in persona, se fosse risuscitato apposta. […] Più volte si trovò a discutere con il curato del paese (che era un uomo colto, laureato a Siguenza) su chi era stato il miglior cavaliere: se Palmerino d’Inghilterra o Amadigi di Gaula; ma maestro Nicola, barbiere della medesima località, diceva che non c’era nessuno che arrivasse al Cavaliere di Febo, e che se qualcuno gli si poteva paragonare era Galaor, fratello di Amadigi di Gaula, perché aveva eccellenti virtù in ogni cosa; non era un cavaliere svenevole, né lagrimoso come il fratello, e in quanto a valore non gli restava indietro. “

Il sesto capitolo  racconta  il rogo dei libri di Don Chisciotte ad opera del curato della serva e della nipote. “Dell’ampio e brillante esame che il curato e il barbiere fecero della biblioteca del nostro fantastico cavaliere”. Tanto che  quando Don Chisciotte riemerge dal suo delirio e si reca a vedere i suoi libri trova la stanza murata. «Giunto dove soleva esserci la porta, toccava con le mani, poi girava e rigirava gli occhi per ogni dove, senza dir parola» : una scena penosissima, resa ancora più amara dall’inganno tramato dalle due crudeli donne, in accordo con curato e barbiere: esse fanno credere all’hidalgo che un mago incantatore abbia portato via la stanza con tutti i libri dentro.

Chi altro si rovina la vita per  i libri . Certamente un certo Tinius che divenne assassino per la brama di possedere un libro.. Ma si può  davvero uccidere per un libro ? Johann Georg Tinius, pastore protestante vissuto nella seconda metà del Settecento che per soddisfare la sua brama di libri giunse a uccidere a colpi di martello . Mario Baudino, scrittore e giornalista della Stampa,  in Ne uccide più la penna (Rizzoli) ne aggiunge ancora due : quello di un libraio di Barcellona  Giacomo, di cui parla Flaubert nel breve racconto giovanile Bibliomania.  La ststoria di Tinius è raccontata  nel  romanzo di  Klaas Huizing “Il mangialibri”.

Ma c’è anche il «libro che uccide» è quello del saggio Duban nelle Mille e una notte,   e il codice avvelenato del Nome della rosa . Il medico Duban è famoso per la sua abilità nel curare non solo le malattie fisiche, ma anche quelle spirituali, dispensando consigli e insegnamenti preziosi al re che soffriva di una forma di lebbra perniciosa .  Un sapiente che «aveva letto libri greci, persiani, turchi, arabi, bizantini, quelli siriaci e quelli ebraici, e da tali libri aveva appreso la scienza». Duban, guarito il re  conquista un posto a corte. Ma caduto in disgrazia viene fatto uccidere dal re ingrato sul quale però Duban si vendicherà. «Quando mi avrai tagliato la testa», dice  il sapiente al sovrano, «se aprirai la sesta pagina del libro, leggerai la terza riga a sinistra e mi rivolgerai la parola, la mia testa ti parlerà e risponderà a quello che chiedi». E’ un libro terribile quello che dovrà aprire il re :” Il segreto dei segreti” Il re ordina senza indugio l’esecuzione, dopodiché esegue le istruzioni del defunto. Il capo reciso di Duban, come previsto, comincia a parlare: apri il libro, gli dice. Lui ci prova, ma non ci riesce, perché le pagine sono appiccicate l’una all’altra. Così si porta il dito alla bocca, lo inumidisce con la saliva, e comincia a sfogliare. Ma non arriverà vivo alla fine del libro. Il suo dito  che volta le pagine  si impregna di un veleno che egli assume bagnando di saliva il dito per sfogliare meglio le pagine. E’ lo stesso libro che uccide narrato da Umberto Eco nel Nome della rosa .’

C’è poi l’ossessione distruttiva descritta da Elia Canetti in Antodafè  Ecco allora l’uomo biblioteca, figura fondamentale del romanzo europeo a partire da Cervantes. E i personaggi di Pirandello imprigionati in un mondo di carta. Mondo di carta è una novella di Luigi Pirandello il cui  protagonista diventa cieco perché non ha voluto ascoltare il monito del suo oculista che gli chiedeva di non leggere più per scongiurare la cecità.

Nel febbraio 2022 la giornalista e scrittrice Daria Bignardi è tornata  in libreria con un diario pubblicato da Einaudi. E a Sky TG24 racconta: “Tutti i ragazzini a un certo punto scoprono il male. A me è capitato con un romanzo russo: ricordo benissimo di aver scoperto con quella lettura la malvagità e di averla trovata molto interessante” Il nuovo libro di Daria Bignardi si intitola “Libri che mi hanno rovinato la vita e altri amori malinconici”. Parla evidentemente di libri, certo, ma parla soprattutto del loro potere, della loro seduzione e di quanto questo potere e questa seduzione siano concreti e quotidiani. Dunque, inevitabilmente, parla anche del male. “Tutti i ragazzini, a un certo punto, lo scoprono”, racconta in questa intervista, prima di aggiungere che nel suo caso la porta d’accesso per quella conoscenza è stato un romanzo letto a tredici anni (“Il demone meschino” di Fëdor Sologub) in un’edizione tascabile Garzanti vecchia e squinternata. “Quel libro mi sconvolse: c’era lo squallore, c’erano i veleni, c’era una persona orribile e abietta con la sua disonestà. Era davvero terribile, ma ne fui anche attratta, e mi sono chiesta a lungo quanto quel romanzo mi abbia fatto male, letto così presto; perché ricordo benissimo con quella lettura di aver scoperto la malvagità e di averla trovata molto interessante”. “Il demone meschino” di Fëdor Sologub è solo uno dei “libri che hanno rovinato la vita” a Daria Bignardi e che sono l’architrave di questo diario intimo e rapsodico,  pieno di letteratura e dunque pieno di vita, a cui è dedicata alla nuova puntata di “Incipit “. Il magazine sui libri di  Sky tg 24

Una rovina dunque i libri , anche se  su questa rovina c’è chi ci ha avvisato secoli fa  e  che noi non abbiamo considerato molto. “ Noi” che vogliamo rovinarci per i libri ma che spesso siamo rovinati dai libri  come  gli uomini e le donne che ho raccontato in questa specie di necrologio  seppure a voltre fantastico, contestabile ,inattendibile ma anche inappellabile perché  le storie sono contenute in libri quelli che hanno rovinato la vita ai protagonisti di quelle storie  Lucio Anneo Seneca, Contro i troppi libri (62 – 65 d. C.) che in   Epistole a Lucilio, I, 2-6  scrive:

“Bada poi che il fatto di leggere una massa di autori e libri di ogni genere non sia un po’ segno di incostanza e di volubilità. Devi insistere su certi scrittori e nutrirti di loro, se vuoi ricavarne un profitto spirituale duraturo. Chi è dappertutto, non è da nessuna parte. Quando uno passa la vita a vagabondare, avrà molte relazioni ospitali, ma nessun amico. Lo stesso capita inevitabilmente a chi non si dedica a fondo a nessun autore, ma sfoglia tutto in fretta e alla svelta. 3 Non giova né si assimila il cibo vomitato subito dopo il pasto. Niente ostacola tanto la guarigione quanto il frequente cambiare medicina; non si cicatrizza una ferita curata in modo sempre diverso. Una pianta, se viene spostata spesso, non si irrobustisce; niente è così efficace da poter giovare in poco tempo. Troppi libri sono dispersivi: dal momento che non puoi leggere tutti i volumi che potresti avere, basta possederne quanti puoi leggerne. 4 ‘Ma,’ ribatti, ‘a me piace sfogliare un po’ questo libro, un po’ quest’altro.’ È proprio di uno stomaco viziato assaggiare molte cose: la varietà di cibi non nutre, intossica. Leggi sempre, perciò autori di valore riconosciuto e se di tanto in tanto ti viene in mente di passare ad altri, ritorna poi ai primi. Procurati ogni giorno un aiuto contro la povertà, contro la morte e, anche, contro le altre calamità; e quando avrai fatto passare tante cose, estrai un concetto da assimilare in quel giorno. 5 Anch’io mi regolo così ; dal molto che leggo ricavo qualche cosa. Il frutto di oggi l’ho tratto da Epicuro (è mia abitudine penetrare nell’accampamento nemico, ma non da disertore, se mai da esploratore); dichiara Epicuro: ‘È nobile cosa la povertà accettata con gioia.’ 6 Ma se è accettata con gioia, non è povertà. Povero non è chi ha poco, ma chi vuole di più. Cosa importa quanto c’è nel forziere o nei granaî, quanti sono i capi di bestiame o i redditi da usura, se ha gli occhi sulla roba altrui e fa il conto non di quanto ha, ma di quanto vorrebbe procurarsi? Mi domandi quale sia la giusta misura della ricchezza? Primo avere il necessario, secondo quanto basta. Stammi bene”.

Anche se ci rimangono  da leggere  romanzi apocalittici  per esorcizzare la paura Stephen King l’ombra dello scorpione,Albert Camus La peste ,Josè Saramago Cecità,Fred Vargas Parti in fretta e non tornare ,Jan Weiss Il palazzo a mille piani ,Antonio Moresco Canto di D’Arco,Stic Dagerman L’isola dei condannati ,Boris Vian  E tutti  i mostri saranno uccisi ,William Gibson  Neuromante

Tullio Avoledo Le radici del cielo Jeff VanderMeer Trilogia dell’area X  Annientamento/ Autorità/ AccettazioneJoe R. Landsale – Drive-in La trilogia